Arabia Saudita: un anno di lotte per poter guidare l’auto

di Manal Bint Masoud al-Sharif, tradotto da Zanzana Glob
Pubblicato su Al-Hayat, 2 gennaio 2013
Manal al-Sharif (Arabia Saudita) lotta da tempo affinché venga concesso alle donne saudite il diritto di guidare la macchina, cosa per la quale è stata anche incarcerata. In quest’articolo ripercorre le sue difficoltà personali e i primi risultati di queste lotte, che hanno come fine ultimo l’acquisizione di pieni diritti di cittadinanza da parte delle donne saudite. 
Manal Al-Sharif

Manal Al-Sharif

Quando ho visto i segni delle percosse sul volto di mio figlio Abdallah, di ritorno dalla scuola elementare, mi sono spaventata molto. Mi ha raccontato che dei bambini più grandi l’avevano picchiato quando hanno saputo che era “Il figlio di Manal al-Sharif, quella che ha guidato la macchina“. Aveva cinque anni all’epoca, e balbettava cercando di spiegare cos’era successo: “Un bambino ha detto Ho visto tua madre su Facebook, tu e tua mamma dovete andare in prigione“. Ricordo ancora come, per la prima volta, non riuscivo a confortare mio figlio, perché il mio spavento era ancora più grande…Come può un bambino di cinque anni capire la parola “Prigione”, e come potevo spiegargli una cosa ben più grande dei suoi cinque anni? Come è possibile che dei bambini in tenera età portino il fardello dell’odio che affligge i grandi? Mi sono inginocchiata, l’ho guardato negli occhi, pieni di domande, l’ho abbracciato e siamo rimasti a lungo così, in silenzio.

Dopo averlo messo a letto quella notte, non sono riuscita a dormire a causa delle lacrime: quell’avvenimento mi aveva resa ancora più decisa di prima, più del tempo che avevo trascorso a cercare di completare quello che avevo iniziato, a raccogliere resoconti e articoli di giornale che parlavano di me, bene o male, a registrare tutto ciò che mi era successo o mi accadeva in un libro, che potesse costituire in futuro una testimonianza di questo periodo, e che diventasse il suo libro, il libro di Abdallah e di tutti quei bambini che sarebbero diventati uomini e donne fra qualche anno. Mi auguravo in quel momento che sarebbero diventati uomini veri, capaci di dimostrare riconoscenza per chi li aveva generati, per le loro mogli e le loro figlie, e che le donne sarebbero state consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri, tanto da non tollerare in alcun modo di vederli umiliati o infranti.

Campagna Women 2 Drive

Campagna Women 2 Drive

Il tre maggio di quest’anno erano ormai passati due anni da quando ho dato lanciato la campagna “Le donne hanno diritto a guidare” insieme a Bahiyya al-Mansour (studentessa di Legge Islamica, nipote della regista saudita Haifa al-Mansour, e della pittrice Hind al-Mansour). La richiesta che ho presentato il 15 novembre 2011 contro la Direzione Generale dei Trasporti, in opposizione alla decisione di non concedermi la patente, è stata accettata con molto ritardo dal Direttore dell’Ufficio reclami;  la motivazione addotta per questo ritardo è stato l’emergere di una questione complicata, che aveva impedito di considerare quella della patente alle donne, senza però che mi venissero comunicati ulteriori dettagli.  L’attacco da parte dei miei detrattori nei confronti della consapevolezza e dell’autonomia della donna è stato particolarmente doloroso, e ha colpito in profondità me come qualsiasi altra donna saudita in cerca dei propri diritti. Inoltre, hanno continuato a scorrere notizie tendenziose riguardanti Manal al Sharif, come quella che fosse un’agente iraniana, che fosse arruolata nell’organizzazione serba “Kanfas”, poi che fosse sostenuta da Israele, e addirittura che fosse sciita, nata presso Suwarqiyya – culla dell’oro, mentre io sono nata a Mecca, da una famiglia che segue la dottrina Sciafi’ta da secoli (con tutta la mia stima per i fratelli sciiti, con i quali dividiamo il nostro diletto Paese). Mi hanno poi attribuito un Tweet  nel quale descrivevo i membri della Commissione come “Miscredenti”, hanno detto che sono stata convocata presso la Casa dell’Obbedienza, e uno di loro ha perfino pubblicato un video, che si è diffuso a macchia d’olio, nel quale venivo accusata di aver rapito e messo in pericolo sua figlia Husayniyya! Per finire con le notizie che annunciavano la mia morte in un incidente stradale, del quale hanno parlato i giornali di tutto il mondo.

Nonostante tutto ciò, le cattive notizie cattive mi hanno lasciato un po’ di energia per contribuire a creare delle buone notizie, che possa raccontare ai miei nipoti, se la vita me lo consentirà.

La campagna per permettere di guidare alle donne si è trasformata in una campagna più grande e più generale, sotto il nome de “I miei diritti e la mia dignità”, che lotta affinché le donne saudite possano acquisire diritti di cittadinanza completi, affinché la donna sappia che la piena capacità giuridica non ha bisogno delle direttive di un uomo, nonostante le leggi che continuano a sottrarle questo diritto naturale, affinché le  prossime generazioni sappiano che quelle passate non si sono arrese alle lacrime e al disfattismo.

Se le donne della famiglia mi chiedono: “Non hai intenzione di fermarti per tuo figlio Abdallah?” rispondo loro: “Non mi fermerò finché non avrò scritto un lieto fine al libro che dedicherò ad Abdallah e alle vostre nipoti“. 

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Puoi stare tranquillo, teniamo d’occhio noi tua moglie!

di Badriya al-Bishr, tradotto da Zanzana Glob
Pubblicato su al-Hayat, lunedì 19 novembre 2012
In quest’articolo troviamo alcune considerazioni di Badriya al-Bishr, scrittrice saudita, sull’implementazione, da parte delle autorità del suo Paese, di un servizio che permette al marito di controllare elettronicamente tutti gli spostamenti della moglie.
Velo e controllo passaporti

Donna velata al controllo passaporti

Al termine di quest’articolo troverete un riferimento alla vicenda di una donna, rimasta in piena notte davanti alla porta della caserma di polizia del villaggio di Hafayer, presso Khamis Mushit, dopo che suo marito l’ha tenuta chiusa in bagno per sei giorni, vittima di frustate e maltrattamenti, dandole perfino da bere la sua urina; a un certo punto lei l’ha fatto entrare visto che lui doveva fare la doccia, ed è riuscita a correre alla polizia. La polizia però l’ha lasciata fuori ad aspettare, in attesa, forse, di un miracolo, perché era già successo che suo padre, tutte le volte che era scappata da suo marito e gli era stata riconsegnata, avesse rifiutato di riprendersela. Questa e altre donne in situazioni simili non sembrano persone ma oggetti, abbandonati per strada senza nessuno che se li riprenda, finché il legittimo proprietario non decida del loro destino.

Badriya Al-Amr

Badriya Al-Bishr

Sicuramente troverete qualcuno che giustifichi i responsabili di queste situazioni, sostenendo come minimo che siano presi da questioni più rilevanti. E’ verissimo, visto che ultimamente la Direzione dell’Immigrazione ha svelato di essere stata occupata dall’implementazione di un nuovo servizio, il cui motto è “Teniamo d’occhio noi tua moglie, puoi stare tranquillo”. Mi piacerebbe sapere quanto denaro pubblico sia stato speso per quest’iniziativa. L’intelligente servizio fa parte di un pacchetto di misure che non si limitano al progresso o, per meglio dire, all’arretramento, per quanto riguarda le forme di regolamentazione minuziosa che insidiano la vita privata della donna, ma hanno anche un influsso considerevole a livello pubblico, cosicché ogni segreto che superi entrambi questi livelli si viene a sapere. Il controllo passaporti dell’aeroporto aveva già facilitato le cose al marito o al ‘responsabile’ di una donna, potendo emettere un documento di colore giallo, contenente il permesso il viaggiare per la ‘sorvegliata’ in partenza, senza che ciò comportasse necessariamente la presenza del marito o di un altro uomo responsabile per lei. Tuttavia questo foglio giallo, che ci ha messe in imbarazzo alle frontiere dei paesi del Golfo, dei Paesi arabi e in tutto il mondo, costituisce un precedente, e ha spinto la direzione dell’immigrazione ad ampliare il sistema di controllo, integrandolo di nascosto in quello elettronico, in modo che l’esito della richiesta sia noto soltanto all’impiegato del controllo passaporti, che lo vede sullo schermo del suo computer, e che di conseguenza possa far passare la donna che abbia il permesso, mentre debba richiedere la presenza del marito per quella che non ce l’ha. Tutto questo non sarebbe già abbastanza? No, non lo è. Siamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della soddisfazione dei bisogni portata all’eccesso: uno di questi bisogni è quello di un uomo che, stando comodamente seduto in ufficio o al bar, ora possa usufruire di un servizio che lo informi, tramite un messaggio sul cellulare, dove è arrivata la sua protetta, se ha superato il confine saudita, o se lo sta varcando per rientrare nel Paese. Alcuni mariti sono rimasti sorpresi, mentre accompagnavano le loro mogli attraverso la frontiera, dal fatto di essere informati di dove si trovava la loro compagna, e hanno quindi esclamato “Certo, il computer non può saperlo!”.

Consiglio vivamente alla direzione dell’immigrazione di brevettare quest’iniziativa, prima che delle società commerciali possano rubarla, per creare dei canali di comunicazione attraverso valigie e gioielli, per l’invio di messaggi al cellulare del marito con l’esatta distanza percorsa dalla moglie fuori casa.

Questi provvedimenti non vi ricordano quelli imposti ai criminali sottoposti a controllo? In realtà, la polizia non può metterli in atto se non in base a una decisione del tribunale, mentre questo viene offerto al guardiano della donna, come un ulteriore servizio pubblico, senza che l’abbia nemmeno richiesto?

Che una persona sana di mente metta sotto controllo la moglie, che vive con lui una relazione basata sulla reciproca soddisfazione, e non sull’oppressione e la prevaricazione, è segno che la donna è considerata la controparte di un rapporto basato solo su servitù e possesso: se il sovrano si comporta bene, la donna può vivere sicura e tranquilla, ma se si comporta male, le rimane un destino da schiava, deciso da colui che ha facoltà di liberarla o di maltrattarla. Tutto ciò giustifica il fatto che la signora di Hafayer sia stata lasciata fuori dalla caserma senza che le venisse offerto aiuto; prima di terminare, mi rivolgo al nostro comitato e all’associazione per i diritti umani, dicendo: “So che non potete far nulla, ma sarebbe utile anche solo dire una parola, in segno di solidarietà invece di tante dichiarazioni a distanza”.