Slovenia, il Piccolo Default dimenticato

Questo post è stato ispirato dalle notizie recentemente pubblicate sul blog nostro amico http://amicidelcampetto.wordpress.com/, che ringraziamo per l’importante contributo e al quale si devono molte delle fonti citate qui. Vi invitiamo a visitarlo per leggere numerose testimonianze dirette sulla situazione in Slovenia, Paese confinante con l’Italia e con il quale abbiamo condiviso momenti storici importanti, ma delle cui attuali sofferenze sembriamo quasi del tutto ignari.

Proteste in Slovenia

Proteste in Slovenia

La Slovenia, un Paese affascinante grande all’incirca quanto la Puglia con una popolazione di quasi 2050000 abitanti, è entrata nell’Unione Europea nel 2004, e ha adottato l’euro nel 2007, dopo essere uscita quasi indenne dai conflitti in Yugoslavia. Presentata al mondo come la “Svizzera dei Balcani”, e spesso portata ad esempio per l’efficienza apparentemente dimostrata nel soddisfare i requisiti finanziari imposti dall’ingresso nell’Unione, la Slovenia vive oggi una situazione di grave difficoltà socio-economica, che l’ha portata sull’orlo del default. Con un tasso di disoccupazione ufficiale stabile all’11%, il PIL diminuito dell’8% nel 2009 a causa di una bolla speculativa e tuttora in discesa, tagli dell’8% agli stipendi dei dipendenti pubblici, il 14% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà, la corruzione imperante sia a livello locale che nazionale, la Slovenia attraversa una fase di crescenti proteste, scoppiate all’inizio di novembre di quest’anno e poi estese a tutte le città del Paese. Sfortunatamente, sembra che molti di noi non abbiano avuto la possibilità di rendersi conto che un nuovo Paese si è aggiunto alla ‘Lista Nera’ dei membri dell’Unione, i famosi PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna e magari pure Irlanda), quelli che, nella vulgata dei media e dei governi di questi Paesi,  nel loro lassismo mediterraneo, stanno trascinando a fondo i laboriosi tedeschi e l’Unione tutta. Forse a causa delle dimensioni del Paese, nonostante confini con l’Italia e ancora ospiti una consistente comunità italiana, rischiavamo di non accorgerci che la Slovenia è ormai sull’orlo del default e che probabilmente sarà uno di quei Paesi che chiederanno aiuto alla BCE, se non fosse stato per qualche trafiletto, per qualche articolo sulla stampa locale, per i soliti ma sempre benemeriti Citizen Media di Global Voices, e per il lavoro di qualche ottimo volonteroso blogger, in particolare Scialuppe come dicevamo, qui e qui.

Franc Kangler, ex sindaco di Maribor

Franc Kangler, ex sindaco di Maribor

Le proteste sono partite all’inizio di novembre 2012 nella città di Maribor, e hanno preso di mira il sindaco corrotto della città, Franc Kangler, chiedendone le dimissioni. Le proteste di fine novembre sono poi degenerate in violenti scontri con la polizia, come si può vedere dalle immagini pubblicate qui, che fatto uso di gas lacrimogeni, cani, cavalli, arresti indiscriminati, mentre il governo progettava l’invio dell’esercito contro i manifestanti, uniti sotto lo slogan “Gotofi So!” (Siete Finiti!). Le proteste si sono poi estese alle città di Ljubljana (la capitale), Koper, Nova Gorica, Celje, Murska Sobota tra le altre, coinvolgendo decine di migliaia di persone. Ai primi di dicembre, la Slovenia ha inoltre eletto un nuovo Presidente, il socialdemocratico Borut Pahor al posto di Danilo Turk. L’affluenza alle urne è stata però molto bassa, sembra attorno al 42% con un numero comunque elevatissimo di schede nulle, a causa del clima di disillusione, sfiducia, rabbia causate dalla recessione.

La corruzione è pane quotidiano in Slovenia, come in molti altri Paesi della regione. Essa è stata protagonista della privatizzazione delle aziende di Stato, alimentata dalle banche, che hanno prestato denaro indiscriminatamente ai nuovi ‘imprenditori’, quando il Paese ha raggiunto l’indipendenza, nel 1992. Oltre ai tagli degli stipendi dei dipendenti pubblici e alla pesante crisi industriale che ha portato alla chiusura di gran parte dell’industria slovena, la scuola e la sanità pubbliche vengono progressivamente smantellate, per cercare di arginare l’indebitamento, con l’incoraggiamento e il benestare dell’Unione Europea.

Dispiace molto vedere come Paesi vicini a noi siano già travolti dalle difficoltà e dalle sofferenze che temiamo debbano caratterizzare il futuro dell’Italia, nonostante qualcuno cerchi di nasconderle o di darle per superate. Dispiace ancor di più non saper nulla di questi nostri vicini, non aver potuto far nulla finora per dimostrare loro solidarietà, o per cercare di capire come mai i Paesi in cui viviamo siano accomunati dalle stesse dolorose vicende, nonostante le notevoli differenze nelle dimensioni e nelle condizioni economiche interne di partenza. Pare di capire, anche in base a considerazioni di recente fatte a proposito di Paesi come l’Albania e la Serbia, e che valgono in generale per buona parte dei Paesi candidati all’ingresso nell’Unione, dove spesso il ‘nuovo sistema’ è già realtà, che il prezzo della stabilità finanziaria e la garanzia della sopravvivenza dell’Unione Europea, istituzione peraltro meritevole, saranno i nostri diritti, le pensioni, lo stato sociale, in particolare la sanità e la scuola. Dispiace soprattutto vedere come ormai l’Europa, intesa come Unione Europea e come insieme dei singoli governi che ne fanno parte, non perda occasione per suggerire, appoggiare, prescrivere provvedimenti in palese e totale contraddizione con i valori che le hanno dato vita.

A cosa porteranno le scelte di Israele?

Le recenti azioni di guerra di Israele in Palestina dipendono dagli obiettivi di questo Paese e degli Stati Uniti nella regione e nei confronti dell’Iran. E’ però possibile, conclude ottimisticamente l’autore, che la lotta per i diritti dei palestinesi favorisca la realizzazione delle aspettative di indipendenza e progresso in tutto il mondo arabo.
di Saad Allah Mazraani, tradotto da Zanzana Glob
Pubblicato su Al-Akhbar, 17 novembre 2012
Giovani in fuga dai bombardamenti a Gaza

Giovani in fuga dai bombardamenti a Gaza

Il governo israeliano, il più conservatore e arretrato nella storia del Paese  sionista, si affretta a raccogliere i frutti dell’impotenza, delle sconfitte, delle contese interne al mondo arabo. Non intende infatti accontentarsi di una possibile vittoria ai punti grazie ai passi in quella direzione da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali e arabi, ma cerca di ottenerla con un attacco risolutivo: un colpo solo come ha tentato di fare senza successo a proposito della Repubblica Islamica d’Iran, oppure a poco a poco, attraverso le incursioni che ha sferrato,  poche settimane fa, contro alcuni insediamenti militari sudanesi.  Ponendosi  come obiettivo il programma nucleare iraniano, Israele implica in via unica e definitiva il coinvolgimento di Washington, l’impegno, le flotte, le regole di Washington,  come anche altre questioni, possibili soltanto grazie al tradizionale silenzio e alla complicità degli Stati Uniti, nella fase di preparazione, dalla condivisione delle responsabilità e dalla protezione americana nella fase di realizzazione e  in quelle successive. La dirigenza israeliana ha ormai compreso, in maniera chiara e definitiva, il rifiuto americano a partecipare, e di conseguenza a sostenere, azioni militari dirette contro insediamenti iraniani, dove vi siano impianti nucleari o meglio dove si ritiene che vi siano o che verranno costruiti. D’altra parte, ha molto chiaro anche il progetto americano che, se non ha del tutto cancellato l’opzione militare, propende al momento per altri strumenti, considerata la gravità della crisi siriana, punto di partenza per ogni considerazione nella fase attuale. Il quotidiano israeliano “Yediot Aharonot” ha scoperto, all’inizio dello scorso agosto, che il ministro della Difesa americano aveva informato il governo israeliano, in occasione di una visita a Tel Aviv, dello scenario verso il quale tendevano gli Stati Uniti nei confronti dell’Iran. Tale scenario ha come obiettivo “il regime e il programma nucleare iraniano nello stesso tempo”. La finalità sarebbe esaurire e indebolire l’Iran, attraverso il blocco, le sanzioni e gli effetti dell’aggravamento della crisi siriana in particolare.
Secondo il responsabile americano, i risultati attesi da questo scenario diverranno evidenti non prima di un anno e mezzo a partire da oggi. Naturalmente ha chiesto alla dirigenza israeliana di assecondare le esigenze del progetto americano, evitando di arrischiarsi in qualsiasi manovra o complotto per coinvolgere Washington, dal momento che ciò non potrebbe avvenire,  per non dire anche che non verrebbe proprio consentito.
Questo “Alt” da parte degli Stati Uniti, chiarito anche da parte di politici e militari americani, non ha impedito a Israele di realizzare due vittorie parziali. La prima è potersi comportare come se  fosse depositario della verità nell’impiego della forza contro gli impianti nucleari. La seconda è la libertà di movimento che ha ottenuto,  grazie alla quale può passare attraverso questioni di minore importanza e peso a quella del nucleare iraniano, per arrivare senza soluzione di continuità alle prossime elezioni nel Paese, mentre poche settimane prima aveva fatto del Sudan un obiettivo militare, come avviene anche  per Gaza da alcuni giorni. Nello stesso tempo, inoltre, il governo israeliano dava un sostegno senza precedenti alle politiche di colonizzazione del territorio palestinese. Il livello di arroganza raggiunto è stato tale che, uno dei terroristi che costituiscono lo Stato di Israele, il ministro degli Esteri, ha minacciato di cancellare completamente gli accordi di Oslo. In altre parole, ha minacciato di cancellare dalla forma attuale del Paese, e di fatto dal suo territorio, l’Autorità Palestinese; come potrà dunque concordare sulla costituzione di uno Stato palestinese  “che abbia la possibilità di sopravvivere” sui territori palestinesi occupati in seguito alla Guerra dei Sei Giorni del 1967?

In questo modo Israele intende sperimentare posizioni diverse nello stesso tempo: quella americana dopo la vittoria di Barack Obama per il secondo mandato presidenziale, nonostante le aspettative e gli sforzi del presidente della Repubblica israeliana, che ha dichiarato pubblicamente il suo sostegno a Romney. Inoltre, lancia una sfida anche nei confronti dell’attuale presidenza egiziana, guidata dai Fratelli Musulmani, riguardo agli impegni presi per il mantenimento degli accordi di pace e delle relazioni con Israele. Si tratta infatti di accordi tagliati su misura per Washington e per Israele, in maniera diretta o indiretta, come ricompensa al sostegno dato ai Fratelli in vista di un loro arrivo al potere in più di un Paese arabo…

In ogni caso, la dirigenza israeliana sta cercando di approfittare velocemente, e al massimo grado, di ciò che potrà derivare dalle lotte interne e dalle sconfitte nel mondo arabo. Essa vuole seriamente mettere alla prova il mutamento avvenuto da parte degli Stati Uniti, dopo che esso è divenuto esplicito, diretto e definitivo, in particolare nell’ambito della crisi siriana che diventa sempre più complicata e critica. La Palestina, le sue ferite e i diritti del suo popolo suscitano attenzione ormai molto di rado, mentre le lotte settarie, religiose, etniche continuano a definire le priorità e mobilitare energie, sforzi, eserciti! Tenuto conto di questo, Israele rimane un alleato, non un nemico…almeno finché le menzogne reciproche riguardo alle opportunità o all’informazione non diverranno qualcosa di ricercato e desiderabile.

Infine, pare che stiano tentando di eliminare anche il sionismo, oltre a Gaza. Esso ha costituito un vero proprio incubo per Israele, a causa del quale alcuni generali sionisti avrebbero preferito che il Paese venisse inghiottito dal mare. Si tratta di un incubo più legato alla demografia che alla geografia. Esso ora, come abbiamo ricordato prima, considera il movimento islamista in ascesa (l’organizzazione dei Fratelli musulmani) come una sorta di esperienza pionieristica per sottomettere quel movimento agli interessi di Israele nella regione e a quelli dei progetti americani, in particolare riguardo al “Grande Medio Oriente” che si estende dalla Mauritania al Pakistan. Dobbiamo però aggiungere qui che la dirigenza sionista scommette sulle contese e sulle divisioni tra i palestinesi. Queste divisioni si sono talmente consolidate da diventare un punto fisso nella mappa delle lotte interne palestinesi e interne alla regione.I nuovi sviluppi nel mondo arabo non faranno che rafforzarle e alimentarle, mediante il fattore religioso che sta emergendo in numerosi Paesi, regioni e fronti, in ambito arabo e musulmano. 

Che dire invece delle vittime delle ostilità? Non vi è dubbio che la scommessa in atto sia di nuovo avversa al popolo palestinese, e questo a Gaza, nella Striscia, all’interno del Paese e nella diaspora. Si tratta di una scommessa giusta, che spesso si è dovuta piegare a scelte difficili, che hanno portato alla luce una fermezza stupefacente da parte dei palestinesi, sacrifici enormi e una perseveranza impossibile da ottenere con i crimini e qualsiasi tipo di impegno, che poi è sempre accompagnato dall’abbandono, dall’impotenza, dalla connivenza quando non dal tradimento.

Il popolo palestinese non soccomberà alla morte, al sangue, alle sofferenze; nonostante l’assedio, il contenimento territoriale, e la separazione imposta ai suoi membri, esso è ancora lì per offrire ulteriori vittime alla patria, alla terra, ai suoi diritti, in particolare il diritto al ritorno e alla costituzione di uno Stato indipendente, con capitale Gerusalemme. Esso paga ora il prezzo che vediamo in termini di perdite umane, impotenza, connivenza, confusione, tradimenti. Tuttavia, nello stesso tempo, esso lotta per i propri diritti nella misura in cui, nel profondo, lotta per i diritti di tutta la nazione araba e dei suoi popoli, per la libertà, la dignità, il progresso.

La battaglia di Gaza è la guerra di tutta la Palestina e di tutto il mondo arabo. Ci troveremo forse a dire, alla luce di queste verità e delle loro implicazioni, “Bene, Israele, accelerando le ostilità ha abbreviato i tempi della nostra liberazione dall’impotenza, dall’errore, dalla confusione, dall’umiliazione“.

Barack Hussein Obama di nuovo Presidente: lo stato di grazia è finito

Versione originale: President Barack Hussein Obama – again: But the grace is gone

Articolo di Hamid Dabashi, tradotto da Zanzana Glob

Al Jazeera English, 7 novembre 2012

Obama ha sperperato l’opportunità, concessa a pochissimi presidenti degli Stati Uniti, di modificare la percezione globale di questo Paese.

Il Presidente Obama durante il discorso al Cairo, 2009

Il Presidente Obama durante il discorso al Cairo, 2009 (Photo by David Silverman/Getty Images)

Volevo scrivere quest’articolo prima che elezioni presidenziali del 2012 negli Stati Uniti giungessero al termine, come una sorta di dichiarazione pubblica sul perché non avrei votato per Obama quest’anno.

Tuttavia, dopo il fiasco di Obama nel primo dibattito presidenziale con lo sfidante repubblicano Mitt Romney, ho deciso di rimandarne la pubblicazione, in modo da essere sicuro che venisse effettivamente eletto. Per il momento, il mondo si è salvato dalle buffonate stravaganti di Mitt Romney – un incrocio bizzarro tra Attila Re degli Unni in una guerra globale e Jack lo Squartatore nella barbarie capitalista, ormai deluso nella sua ambizione di diventare il “Leader del mondo libero”, come amano farsi chiamare queste persone.

Purtroppo questo è il destino della nostra democrazia, che si fregia del titolo di “Leader del mondo libero”, e vuole perciò assegnare tutti i ruoli nel mondo a suo piacimento, cosicché ogni quattro anni siamo così terrorizzati dalla prospettiva di un Romney che corriamo a votare per un Obama – scegliendo un politico opportunista invece di un pericolo globale.

L’assunto che Obama sia relativamente meglio di Romney è ovviamente molto difficile da far digerire a Iraniani, Afgani, Palestinesi, Pachistani che, in un modo o nell’altro, stanno soffrendo a causa delle sue decisioni letali.

Ma ora Obama è stato rieletto, e mi accingo a pubblicare questo pezzo, non come un tetro de profundiis su un fatto compiuto, ma come forma di riflessione su come e perché sia successo che Obama, pur avendo vinto le elezioni per la seconda volta, abbia perso il favore che un tempo il suo nome e il suo viso evocavano tra milioni di persone in cerca di un mondo migliore.

Quanto profondamente Obama ha tradito queste speranze!

La più profonda delusione

La lista di delusioni che abbiamo accumulato, una volta riposte le nostre speranze in Obama, è lunga e dolorosa, da questioni interne a quelle dette di “politica estera” (non ci sono affari internazionali negli Stati Uniti che non costituiscano anche questioni interne – gli imperi sono per definizione affari globali).

Murtaza Hussain le riassume bene in un suo recente articolo per Al Jazeera:

“Il diritto di tenere in detenzione dei cittadini a tempo indeterminato senza processo, le ‘Kill List’, liste delle persone da eliminare e le ‘Disposition Matrix’, elenchi contenenti le identità di presunti terroristi e le disposizioni da prendere in caso di cattura, una flotta in rapida espansione di droni, che non rispondono ad alcuna legge, e il diritto presunto di poter uccidere cittadini americani senza un regolare processo, tutti questi segnali di un vasto ampliamento del potere esecutivo sono l’eredità dei quattro anni di Presidenza di Barack Obama, e rappresentano essi stessi una nuova era rispetto al potere del governo americano nei confronti dei suoi cittadini. Mai prima d’ora un presidente americano si era arrogato il diritto di agire come giudice, giuria ed esecutore della pena, nei confronti dei propri concittadini”.

Infatti, in un altro articolo, Mark Levine si chiede

“Com’è possibile che un organizzatore di comunità, divenuto professore di Diritto Costituzionale, divenuto funzionario pubblico, sia l’artefice principale, che ha reso possibile e sostenuto una matrice includente delle azioni che violano così chiaramente i principi più basilari della Costituzione, dopo aver giurato di difenderla?

Di seguito un’altra considerazione sui risultati ottenuti dal presidente Obama, da parte di Glenn Greenwald:

“Barack Obama è andato più lontano [di George W Bush] rivendicando il potere non solo di detenere cittadini ancora privi di giudizio, ma anche di assassinarli (cosa sulla quale il New York Times dice: ‘E’ molto raro, per non dire senza precedenti,  che a un americano venga permesso di commettere omicidi mirati’). Ha intrapreso una guerra senza precedenti contro gli informatori, rispolverando il Wilson’s Espionage Act del 1917, al fine di perseguire un numero di informatori oltre due volte maggiore di quello di tutti gli altri presidenti messi insieme. Le sue azioni però sono state coperte per lo meno da altrettanta segretezza, per non dire di più, di ogni altro presidente nella storia degli Stati Uniti”.

Chi è quest’uomo – è lo stesso che ha ipnotizzato milioni di esseri umani intorno al mondo, al punto da credere che fosse una benedizione venuta da dio (Barack è una parola che deriva dall’arabo e significa appunto benedizione) per tutta l’umanità?

A parte tutte queste atrocità, quello che trovo particolarmente preoccupante è il bizzarro e banale servilismo di Obama nei confronti di Israele: Obama si è piegato per fare spazio agli sfacciati propositi di guerra di un fanatico deluso come Benjamin Netanyahu. Chi avrebbe fatto la stessa cosa? Perché un presidente degli Stati Uniti dovrebbe dimostrarsi così servile nei confronti di un primo ministro israeliano?

Vero che, come zona di insediamento di una guarnigione coloniale, Israele costituisce la portaerei più grande e in maggiore espansione per gli Stati Uniti nella regione, ma il Comandante-in-Capo non dovrebbe controllare la portaerei, invece che il contrario? Che tipo di rispetto può avere un americano per la propria cittadinanza in questo Paese, visto che un minuscolo insediamento coloniale dall’altra parte del mondo può trasformare il Congresso in un negozio di giocattoli pieno di pupazzi?

Di nuovo, come già aveva fatto nel 2008, durante un’altra serie di crimini di guerra da parte di Israele a Gaza – durante il suo ultimo dibattito con Romney, Obama ha i citato i propri figli, parlando di quelli israeliani, senza essere sfiorato nemmeno una volta dal pensiero di quelli palestinesi, iracheni, afgani o pachistani.

Perché quest’uomo è così irrevocabilmente banale? Dove e quando pensa di vivere? Che tipo di credibilità pensa di trasmettere, quanto parla in maniera così ipocrita, a un livello così strabiliante? Ci sono circa un miliardo e trecento milioni di persone al mondo che si fanno chiamare musulmani, milioni di loro proprio negli Stati Uniti, e per tutti loro la Palestina rimane una ferita aperta. Quale livello di depravazione morale può portare un uomo ad essere completamente indifferente verso un popolo che soffre a causa di un regime criminale, che può sostenersi soltanto grazie al fatto che lui e il suo Paese mantengano saldi i legami con esso?

Un problema politico, non personale

Il fallimento morale di Obama ci parla di un’incapacità politica che va ben oltre la sua persona, profondamente radicata nel tessuto originario della politica americana.

Il problema non sono i risultati disastrosi conseguiti da Obama. Il problema è endemico alla politica americana, inizia con la frangia estremista a destra del Partito Repubblicano e rappresentata da persone, come Michele Bachmann o Newt Gingrich, che, una volta entrati nella partita, sono così violenti da rimanervi per sempre e da spingerla sempre più a destra.

Perché rimangono della partita quando sanno benissimo che non hanno alcuna possibilità, eccetto quella di spostare il centro della retorica del partito repubblicano verso destra, e quindi di trascinarne tutta la piattaforma in quella direzione?

Più a destra va il partito repubblicano, più quello democratico lo segue nella stessa direzione, cosicché, una volta terminate le elezioni, il centro di gravità della politica americana è spinto a destra in maniera estremamente concreta, nonostante abbia delineato un’illusione di democrazia e liberalismo.

Il risultato è che lo spettacolo dell’esercizio della democrazia è una semplice chimera e significa davvero poco, sia che venga eletto un democratico oppure un repubblicano, visto che il calcolo del potere politico avviene altrove, sotto la superficie rispetto alle elezioni presidenziali.

Pochissimi presidenti degli Stati Uniti, a memoria d’uomo, hanno avuto l’opportunità di alterare la percezione globale di questo Paese: Obama è il caso più significativo tra loro e quindi il suo fallimento segna la fine di qualsiasi illusione che questo sistema politico potesse mai correggere il suo corso, o che, a maggior ragione, avesse qualcosa da offrire al mondo eccetto le armi di distruzione di massa, la Kill List, e attacchi letali per mezzo di droni.

Durante la presidenza Obama, la storia bellica del mondo ha raggiunto un nuovo e più pernicioso livello, visto che il presidente verrà ricordato per la sua infame “Kill List”, per il fatto di aver dato un nuovo peso strategico agli attacchi con i droni, per la sua firma del National Defence Authorisation Act (NDAA, Atto di Autorizzazione per la Difesa Nazionale), e, soprattutto, per aver di fatto istituzionalizzato nelle politiche regionali americane le iniziative di guerra di Israele.

Il mondo si è liberato da un’illusione

Il trionfo politico e la disfatta morale di Obama sono nello stesso tempo la conclusione di un capitolo e l’inizio di un orizzonte liberatore nello scenario politico mondiale. Il destino della politica americana, per come l’abbiamo vista gestire, è ora sigillato per sempre tra George W Bush e Barack Hussein Obama, un guerrafondaio mentalmente disturbato e un imperialista dal tono sommesso, con una “Kill List” nascosta, uno squadrone di droni letali, e un dibattito in burocratese che criminalizza il dissenso, tutto per permettergli di fare come gli pare.

Dopo l’esaltazione generata dalle aspettative e la brusca delusione da parte della prima presidenza di Obama, che ora si ripete con la rielezione, è sempre più chiaro che questo Paese non abbia niente da offrire al resto del mondo, che ora si sta ribellando da un capo all’altro per difendere i diritti democratici, e sarebbe una vera catastrofe se il sistema di partiti politici degli Stati Uniti intendesse esportare il suo marchio di “democrazia” ai Paesi arabi recentemente liberati o da qualsiasi altra parte nel mondo.

Quella che viene chiamata “Politica bipartisan” è la ricetta per la catastrofe politica se l’intenzione è quella di esportarla nel resto del mondo, cosicché fra alcuni decenni potremmo trovarci a dover scegliere tra personaggi simili a Obama e Romney nel mondo arabo e musulmano. Gli arabi, i musulmani e il mondo nel suo insieme dovrebbero invece osservare con attenzione la loro storia e coltivare un’intuizione democratica del tutto nuova.

Non vi è nulla di più deludente (e anche straziante) che vedere americani progressisti come Michael Moore, persone profondamente interessate al bene del loro Paese e a quello che combina in giro per il mondo, alzarsi la mattina del Supermartedì per implorare i loro sostenitori di ignorare gli scrupoli e andare a votare per Obama.

Secondo un sondaggio, circa 90 milioni di elettori avevano intenzione di non andare a votare. Moore ha fatto appello ai suoi numerosi sostenitori affinché prendano queste persone e chiedano loro di votare, dicendo:

“Qualche tempo fa avremmo semplicemente etichettato queste persone come apatiche o stupide, ora non più. Non hanno bisogno di rimproveri, ma di empatia. Oggi quelli che non votano sanno perfettamente cosa sta succedendo, e non vogliono farne parte. Sono scoraggiati, disillusi, quasi privi di speranza che le cose possano cambiare. Molti sono disoccupati o lavorano per un tozzo di pane. Sono arrabbiati e dovremmo dire loro che ne hanno tutto il diritto“.

Non sono però quei 90 milioni ad aver bisogno di empatia, ma è Michael Moore (l’uomo che ha diretto Fahrenheit 9/11) che ne ha bisogno, mentre cerca disperatamente di creare speranza, fiducia e sicurezza nei confronti del signor Kill List, presidente autore del National Defence Authorisation Act.

Semmai, il modello americano di democrazia, bloccato com’è tra gli ingranaggi autoreferenziali, a circuito chiuso del partito democratico e di quello repubblicano, è precisamente il modello che non deve essere seguito da qualsiasi altro Paese che aspiri alla democrazia.

Come mi ha fatto notare in ottobre Mohamed-Salah Omri, illustre studioso tunisino presso il St John’s College di Oxford, la raccomandazione che ha rivolto ai tunisini è stata: “Seguite qualsiasi modello, tranne quello americano”.

Rispetto a cosa sia successo della nobile storia delle lotte contro la schiavitù e la cittadinanza di seconda categoria, eventi che hanno favorito Obama sia dal punto di vista retorico che emotivo, al fine di farlo diventare il primo presidente di colore, essa è tornata da dove è venuta, alla coscienza e al subconscio della storia mondiale, da dove diviene prerogativa del mondo nel suo insieme, grazie a WEB du Bois e Malcolm X, visto che la gente continua a lottare (per usare le parole dei rivoluzionari egiziani), per “Pane, Giustizia Sociale, Dignità Umana”.

Faccio parte della lista di quelli che, nonostante i seri dubbi, hanno votato per Obama quattro anni fa, dichiarandolo pubblicamente – visto che, infatti, l’ho sostenuto per l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace, nonostante il fatto che, alla fine dei suoi primi cento giorni alla Casa Bianca, potessi già concludere che non fosse sulla strada giusta.

Ho agito in questo modo non tanto per la fiducia in un uomo che doveva ancora dimostrare tutto, ma, come ho detto anche allora, in modo da unirmi al coro dei sogni brutalmente traditi di milioni di americani e non americani insieme, per un mondo migliore.

Allora come adesso vi erano dei cinici che liquidano quella speranza come ingenua. Magari il mondo non rimanesse mai privo di una simile ingenuità, così piena di speranza! Per parafrasare il detto “Con il senno di poi”: quattro anni fa se non hai votato per Obama è segno che che non avevi un cuore, quest’anno, se l’hai fatto, non hai speranza nell’umanità.

Hamid Dabashi è Professore alla cattedra Hagop Kevorkian di Studi Iranici e Letteratura Comparata alla Columbia University di New York.  Il suo ultimo libro è Arab Spring: The End of Postcolonialism (Zed 2012).

Le opinioni espresse in quest’articolo sono da attribuire all’autore e non riflettono necessariamente quelle di Zanzana Glob.