Pensando a Damasco, e alla cara amica L.

La Cittadella di Damasco, 8 Aprile 2013, Lens Young Dimashqi

La Cittadella di Damasco, 8 Aprile 2013, Credits Lens Young Dimashqi

Ogni tanto Zanzana cita Damasco nei suoi delirii. Aveva anche promesso all’amica Patty di scrivere qualcosa sul tempo trascorso laggiù, ma l’inchiostro si è seccato nella penna. Zanzana non sa se sia a causa del senso di inutilità che pervade le sue parole, visto che in Siria adesso c’è la guerra, o se perché quando era a Damasco, in fondo, Zanzana non era ancora nata. Ogni tanto Zanzana riesce a pubblicare qualche traduzione di argomento siriano, ma poco altro.

La cara amica L. era con lei a Damasco, insieme a tanti altri, e ci è rimasta anche per più tempo. L’amica L. ha trovato le parole per descrivere quello che Zanzana e i tanti cari amici che erano a Damasco sentono quando vedono la loro casa andare in rovina, e ha gentilmente concesso a Zanzana di condividerlo in questo quaderno di follie. Zanzana vi assicura che tutto quello che leggerete corrisponde a come ci sentivamo, alla magia che quella città ci ha lasciato.

La cara amica L. ha poi attivato anche un’importante iniziativa concreta per aiutare i bambini siriani, insieme all’associtazione Time4Life: di questo Zanzana vi parlerà in un prossimo capitolo.

Se poi usate Faccialibro, Zanzana vi consiglia vivamente di seguire questa pagina, dalla quale ha tratto le foto che vedete qui: molte foto vi faranno stare male, tante altre vi daranno un’idea della poesia che si respira in quella città e in quel Paese.

Non ho mai amato nessuna città come ho amato Damasco.
Camminare per le strade di Damasco nelle serate estive, scoprire l’odore dolce dei gelsomini in fiore dietro un angolo, attraversare quel vicolo che ricordava baci rubati, sedere all’ombra della storia con un gruppo di amici, giocando a carte, fumando narghile e bevendo zuhurat (tisane a base di erbe e fiori, molto diffuse in Siria), ascoltare con meraviglia sempre nuova il canto del muezzin alzarsi dai minareti della moschea degli Omayyadi, seguito dai rintocchi di una campana del vicino quartiere cristiano…
Per me la parola Siria sapeva di pane caldo con semi di sesamo appena sfornato, di labne e olive, del profumo delle carni arrostite e di quello del gelato artigianale fatto con crema e pistacchi… era una parola dolce come il suono dell’acqua delle fontane, una parola accogliente come una casa e come il sorriso degli amici ogni volta che tornavi da un viaggio, una parola melodiosa come quelle canzoni che tutti si ritrovavano a cantare seduti al ristorante, agitando al ritmo dell’oud un fazzoletto in mano, una parola potente come i versi delle poesie di Nizar Qabbani… Siria era il luogo in cui ritornare, non quello da cui partire, era il luogo in cui sognavo di vivere insieme ai miei figli, per potergli fare assaporare il gusto di una storia che mescolava l’oriente e l’occidente in un mosaico unico per la sua armonia
Oggi leggo, ascolto e vedo la parola Siria tra macerie, sangue e distruzione… ed è anche una parte di me che va in pezzi, che viene distrutta. Piango per Damasco e per i siriani come mai farei per Perugia e i perugini. E provo una nostalgia tale che mai ho sentito nei confronti della mia città natale durante tutti i miei anni di permanenza all’estero… già …un “estero” che è stato per me casa accogliente e festosa, e che oggi mi manca terribilmente…

L., Perugia, 12 aprile 2013.

Presso la moschea degli Omayyadi, Damasco, 5 aprile 2013, Credits Lens Young Dimashqi

Presso la moschea degli Omayyadi, Damasco, 5 aprile 2013, Credits Lens Young Dimashqi

Zanzana ringrazia con tantissimo affetto la cara amica L.

Aleppo – Università e sogni distrutti

Versione originale: My university – and my dreams – were destroyed in Aleppo
Di Amal Hanano, tradotto da Zanzana Glob

Pubblicato su The National, 22 gennaio 2013

Dall’università italiana a quella siriana, parole toccanti sulla morte di decine di studenti nel recente bombardamento dell’università di Aleppo.

Studenti della Facoltà di Architettura ad Aleppo

Studenti della Facoltà di Architettura ad Aleppo

Il primo giorno di esami è sempre esasperante. Dopo un mese di preparazione, gli studenti varcano la soglia dell’università chiedendosi se sono pronti ad affrontare la sfida. I laboratori pieni di correnti d’aria sono freddi e tranquilli,  i tavoli da disegno perfettamente distanziati. Sei appollaiato su uno sgabello di metallo, al posto che ti è stato assegnato in base a un numero affisso alla porta. Oggi sei un cittadino che porta a termine un incarico ufficiale.

Vengono distribuiti dei libretti in bianco. Scrivi il tuo nome e il numero di matricola nell’angolo in alto a destra e lo richiudi. Un incaricato passa e sigilla l’angolo del foglio, chiudendolo con una graffetta e apponendo una firma, per assicurare una valutazione giusta e anonima (e per scoraggiare chi intendesse corrompere i docenti). Il foglio con le domande viene distribuito subito dopo.

Lavori all’esame continuando a tremare. Quando finisci, aspetti fuori i tuoi amici, forse in cima alle scale, controllando le risposte sul manuale. Magari scendi al bar del primo piano, l’unico spazio decentemente riscaldato dove possano stare gli studenti. Forse pensi di non aver fatto bene, così spingi la porta a vetri a due battenti e vai a casa delusa. Normalmente gli esami vanno così.

Vent’anni fa, ero una di quegli studenti al loro primo giorno di esami, un pomeriggio di gennaio, alla facoltà di Architettura dell’Università di Aleppo. Solo che, a differenza degli studenti del 15 gennaio 2013, dopo l’esame noi eravamo ancora vivi. Per cinque anni, ho fatto avanti e indietro tra casa e l’università, tenendo la riga a T con una mano e uno spesso rotolo di fogli nell’altra. L’imponente edificio d’angolo, dalla forma di una piramide priva della sommità, era la prima facoltà costruita durante l’espansione del campus verso ovest, di fronte all’ultima fila di dormitori. Da quando mi sono laureata, altre facoltà sono state aperte lì vicino, fino a formare un nuovo nucleo universitario.

Ultimamente, i dormitori sono stati occupati da famiglie di profughi, invece che da studenti. L’area sotto il controllo del regime era sempre piena di gente, specialmente i primi giorni d’esame.

Quando studiavo, ricordo che raramente entravamo in contatto con studenti di altre materie, ed evitavamo i ritrovi più in voga. Rimanevamo tra noi, nel nostro umile bar, a discutere di idee, design e futuro. Abbiamo trascorso innumerevoli ore e qualche volta anche la notte (eravamo famosi come i “Nottambuli”) nei laboratori. Era una piccola, affiatata comunità di soli 100 studenti all’anno, non come le migliaia di studenti di altre facoltà, che si laureavano senza aver mai incontrato i compagni di classe.

Quando studi Architettura, impari a collocarti all’interno di un progetto, per comprendere lo spazio che stai creando. Usiamo la stessa tecnica quando guardiamo i video della Rivoluzione siriana. Come ci si sente ad avere la casa distrutta? A perdere tuo figlio? A essere torturati? Martedì scorso, non ho avuto bisogno di immaginarmi la scena: conoscevo quegli spazi come casa mia. Sapevo come ci si sente a stare là, ma non so come ci si senta a essere bombardati nello stesso luogo.

I progetti di architettura sono piani sospesi nel futuro. Fatichi sui disegni tecnici, cercando di creare il piano perfetto, che però sfugge sempre. I nostri migliori docenti ci hanno insegnato che potevamo cambiare il mondo con un edificio, un progetto, un’idea, e noi ci abbiamo creduto. Abbiamo creduto che l’utopia fosse alla nostra portata, dovevamo solo allungare la mano. La mia università, e i miei sogni, sono stati distrutti ad Aleppo.

L'Università di Aleppo sventrata

L’Università di Aleppo sventrata

Purtroppo altre idee si sono rivelate più forti delle nostre. L’idea dell‘intimidazione che si nascondeva negli uffici dei gruppi studenteschi legati al partito Ba’ath, l’idea che convinceva uno studente a spiarne un altro, quella che ti dava per certo che non avresti mai avuto il permesso di costruire o vinto un appalto senza un contatto all’interno del regime o pagando una tangente. Abbiamo imparato a tenere la testa bassa e la bocca chiusa. Queste idee, create per distruggerci, sono divenute realtà concrete, capaci di erodere il nostro piano utopico, offrendo scarse alternative: arrendersi, fare compromessi o andarsene.

Nel 2011, la gente si è resa conto di avere un’altra scelta: ribellarsi. Dopo molti mesi e molto sangue, la Siria rimane un campo di battaglia conteso tra l’oppressione e le idee rivoluzionarie. Accade spesso in questa battaglia che avvengano tragedie delle quali entrambe le parti si accusano: non vi è infatti un unico responsabile, solo aggiornamenti sul numero delle vittime.

Così è stato anche settimana scorsa, quando due esplosioni hanno interrotto la concentrazione degli studenti. Due esplosioni che hanno portato via centinaia di vite, ponendo fine ai piani e ai sogni di futuri architetti, ingegneri, insegnanti, cittadini.

Le madri cercano pezzi dei loro figli tra le macerie. Una trova la scarpa di sua figlia, un’altra il braccio del figlio. I tavoli da disegno, ricoperti di sangue, vengono usati per trasportare i corpi. La facciata di vetro è in frantumi. Vengono diffuse le foto dei morti, studenti giovani e brillanti, che si sentivano nervosi quella mattina, convinti che scorrere il foglio con le domande sarebbe stato il momento più spaventoso della giornata. Erano seduti nei laboratori a scrivere le risposte tenendo su i guanti, e avrebbero aspettato i loro amici alla ringhiera del terzo piano, proprio sopra il mezzanino affacciato all’esterno.

Tutti sanno che eravamo diversi. Eravamo invincibili. Dovevamo cambiare il mondo con le nostre matite e la nostra fantasia. Ci aspettava però una lezione alla quale nessun giovane idealista avrebbe mai creduto: il nostro piano era difettoso. Alla fine, il mondo avrebbe cambiato noi, in un modo che nessuno avrebbe potuto immaginare.

Amal Hanano è lo pseudonimo di una scrittrice siro-americana.

Il 2012 Anno della Donna Araba?

Versione originale:  2012 The Year Of The Arab Woman e  2012 سنة المرأة العربية

di Octavia Nasr, tradotto da Zanzana Glob

Pubblicato su al-Nahar, 25 dicembre 2012

La giornalista libanese Octavia Nasr, nota tra l’altro per aver dovuto lasciare la CNN a causa delle sue parole di rispetto nei confronti del capo spirituale di Hezbollah, Mohammad Husayn Fadlallah, reinterpreta i fatti del 2012 dal punto di vista delle donne arabe e delle loro richieste di cambiamento

Le prime 15 donne avvocato in Arabia Saudita

Le prime 15 donne avvocato in Arabia Saudita

Quest’anno denso di eventi, ormai prossimo alla conclusione, è stato dominato dal prezzo che i siriani continuano a pagare per conquistarsi la libertà.  Come ci aspettavamo, il presidente Bashar al-Assad ha dimostrato la sua volontà di annegare il Paese in un bagno di sangue, piuttosto che ammettere il fallimento del suo governo nel difendere quella pace e stabilità di facciata, che era riuscito a promuovere per decenni. I siriani hanno di fronte un periodo festivo pieno di sangue, senza indicazioni chiare riguardo a come e quando la crisi possa avere termine. Non si può dire chi sarà al timone quando tutto sarà finito, che forma avrà il Paese, chi sopravviverà tra la popolazione civile per portare avanti la nazione attraverso un processo di guarigione e di ritorno alla prosperità.

La situazione non è altrettanto drammatica in Egitto, ma comunque assai preoccupante e frustrante. Gli egiziani hanno lottato con coraggio per la libertà, abbattendo un dittatore che si era sempre considerato intoccabile; le elezioni hanno però condotto al seggio presidenziale un islamista, con il chiaro compito di implementare l’agenda dei Fratelli Musulmani. Costui si è comportato male, anzi peggio, di Hosni Mubarak, con gli egiziani, in particolar modo nei confronti dei suoi detrattori, avversari e nemici, appena giunto al vertice del potere. Risulta incoraggiante vedere come gli egiziani insistano inesorabilmente per il cambiamento, invece di mettersi tranquilli con le briciole lasciate loro dal presidente e dall’esercito, che si comporta esattamente come il regime, ora caduto, che un tempo serviva.

Octavia Nasr

Octavia Nasr

Se avevamo riposto le nostre speranze per il futuro nel 2012, possiamo ora dire che sono state completamente deluse. Al contrario, l’anno che sta arrivando evidenzia le contese e rende sempre più profonde le divisioni, mettendo in evidenza rischi finora celati.  Una nuova realtà è ormai divenuta chiara per il mondo arabo: la strada per la libertà è lunga, dolorosa, densa di rischi, necessita di coerenza e molti sacrifici.

Nell’oscurità di tutti questi avvenimenti, vi sono stati dei momenti di grande luce, sui quali vale la pena di soffermarsi. La protagonista è la donna araba che, all’inizio dell’anno scorso, pareva la principale perdente del risveglio di questa parte del mondo. Le era stato sottratto il giusto ruolo nella costruzione delle nuove nazioni in cambio dell’impegno profuso per abbattere i tiranni e richiedere il cambiamento.

Durante l’anno abbiamo conosciuto, una dopo l’altra, storie di molte donne che non hanno perso la speranza, continuando a lottare per un futuro migliore, al punto che non avremmo qui abbastanza spazio per nominarle tutte: nonostante le difficoltà, le stelle hanno continuato a brillare, senza mai stancarsi. Nessuna forma di arretratezza o conservatorismo ha potuto ridurle al silenzio o avere la meglio sulla loro forza di volontà.

La Bicicletta Verde

La Bicicletta Verde

Haifa al-Mansour è la prima regista saudita che sia riuscita a girare un intero film all’interno del regno. Ci sono voluti cinque anni di duro lavoro per terminarlo, ed è stato necessario tentare molte strade inesplorate, molte delle quali intraprese a distanza, visto che non era possibile alla regista recarsi sul luogo delle riprese. Tuttavia il film ha riscosso un grande successo in tutto il mondo, ed ha conseguito un premio al Festival del Cinema di Venezia. Il film, intitolato “La Bicicletta Verde”, parla di una ragazzina di circa dieci anni, a Riad, che vuole una bicicletta. La ragazzina è fermamente decisa e si adopera in ogni modo per realizzare il suo sogno, in una società convinta che andare in bicicletta sia un disonore per la donna. Ancor più rilevante è il fatto che il film sia stato girato interamente in Arabia Saudita, e che due delle attrici principali siano saudite.

The Light in Her Eyes

The Light in Her Eyes

Anche due storie provenienti dalla Siria hanno attirato la mia attenzione quest’anno. La prima è quella di Huda al-Habash e della scuola islamica per ragazze dove lavora presso la moschea al-Zahra’ a Damasco, soggetto del film documentario “La Luce nei suoi occhi”. Huda è un’insegnante di religione islamica e Corano per ragazze in Siria che, partendo dalla sua posizione, aiuta le donne a comprendere i loro diritti nell’Islam e a vivere la vita che esso ha in serbo per loro, piuttosto che affidarsi sempre a interpretazioni altrui, per lo più errate. Houda e la sua famiglia hanno lasciato la Siria qualche tempo fa. Come hanno affermato in numerose interviste, si augurano di tornare alla fine della guerra, ma continuano a parlare dell’importanza di aumentare la consapevolezza delle donne, aiutandole a raggiungere il loro massimo potenziale, condizione fondamentale per il successo della società.

La seconda vicenda è quella del medico siriano Raniya Qaddoura, che ha dovuto affrontare un profondo dilemma interiore, risultato delle separazioni avvenute all’interno della sua famiglia e intorno ad essa. Così, opponendo un netto rifiuto alla polarizzazione a cui si è trovata esposta, ha realizzato un video per documentare i suoi sentimenti più profondi, rispetto a ciò che accade nel suo Paese, come ciò abbia influenza sulla gente e come spera che le sue figlie, un giorno, possano comprendere attraverso il film quanto sia stato difficile, per non dire impossibile, rimanere neutrali e sostenere la Siria, piuttosto che sostenere solo una parte, come il presidente Assad o i rivoluzionari.

La Rivolta delle Donne nel Mondo Arabo

La Rivolta delle Donne nel Mondo Arabo

Sul sito di Facebook tre ragazze, originarie rispettivamente di Libano, Palestina, Egitto, hanno creato il movimento “La Rivolta delle Donne nel mondo arabo”. Il loro impegno si è trasformato in rivoluzione quando uomini e donne, di età e origini diverse nel mondo arabo, si sono uniti a loro per sostenere la questione della libertà per tutti, e in particolare la liberazione della donna araba dalla società tribale e dalle tradizioni patriarcali, che si perpetuano da secoli, relegando la donna a un ruolo predeterminato nella costruzione di una società che possa essere vivace e culturalmente attiva.

Quando la giovane blogger egiziana Alia al-Mahdi ha pubblicato alcune sue foto nuda sul suo sito Internet, come forma di protesta contro il governo islamico in Egitto, ha suscitato forti polemiche. Se da un lato molti l’hanno sostenuta, ritenendo che fosse suo diritto esprimere rabbia e ribellione attraverso il corpo nudo, altri hanno emesso delle “Fatwa” condannandola a morte. Le minacce si sono rivelate così serie che ha dovuto lasciare l’Egitto e richiedere asilo politico in Svezia. Di recente, Alia ha pubblicato delle altre foto nelle quali espone la bandiera egiziana di fronte all’ambasciata del suo Paese a Stoccolma, come le parole “La Shari’a non è la Costituzione”, dipinte di rosso sul suo corpo nudo.

Tutte queste donne, simboli della sfida della rivoluzione, hanno dato vita ad iniziative sin un momento di verità rispetto alla loro identità. Quando la tradizione patriarcale soffoca la donna, al punto quasi da sottrarle la sua essenza ultima, in quel momento inizia la rivoluzione. Nulla potrà fermare la donna araba prima che abbia compiuto la sua missione nel modo che preferisce.

L’anno 2012 è il punto di partenza di un percorso ricco di sfide. Possiamo essere sicure che la voce delle donne si solleverà e sarà sempre più evidente d’ora in poi, al punto che il mondo dovrà prestare attenzione.

All our thoughts and care to Damascus, our deeply missed home.

Exiled Razaniyyat

 

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Syrians in diaspora are now writing on Facebook all together, line by line, heart by heart: Huna Dimashq (#ThisisDamascus).

Syria is not offline. You can’t. You cannot silence this revolution by unplugging a cable. Don’t you understand?

We are here to stay, till you fade away.

Our hearts ache not only in worry for our comrades, those legendary comrades. Our hearts ache for longing for their posts, their thoughts, their power and contagious strength. Oh you’ve just missed a revolution, if you think they’re offline.

Syria is not offline.
The rest of this world, is.

I miss you, comrades. It hurts.

 
*A little clarification on the historical meaning of “This is Damascus”:
On the 2nd of November 1956, during the tripartite Aggression on Egypt, French and British aircrafts stroke Egyptian targets for two days and succeeded in destroying Egyptian radio Antennas in the Desert of…

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Ventunenne siriana si toglie il velo e su Facebook scoppia il dibattito

Versione originale: Unveiled Syrian Facebook post stirs women’s rights debate 

di Samer Mohajer ed Ellie Violet Bramley, tradotto da Zanzana Glob

BBC News Middle East, Beirut, 21 novembre 2012

Tra le decine di gruppi Facebook nati a supporto della rivoluzione siriana, spicca una pagina a sostegno dei diritti delle donne, a causa di un’immagine pubblicata da una componente del gruppo. Si tratta della ventunenne Dana Bakdounis, priva del velo che aveva indossato fin dall’infanzia, e che ha suscitato subito un vivace dibattito.

Dana Bakdounis senza il velo su Facebook

Dana Bakdounis senza il velo su Facebook

Dana Bakdounis è cresciuta in Arabia Saudita, ma si è tolta il velo, ad agosto 2011, come reazione contro il conformismo.

“Il velo non era adatto a me, ma dovevo portarlo a causa della mia famiglia e della società“, dice.

“Non capivo perché i miei capelli dovessero essere coperti, volevo essere parte della bellezza del mondo, sentire il sole e l’aria”.

A quel tempo, stava già seguendo su Facebook la pagina The Uprising of Women in the Arab World (La Rivolta delle Donne nel Mondo Arabo).

Il gruppo, con quasi settantamila membri, è diventato un forum per la discussione sui diritti delle donne e il ruolo dei generi nel mondo arabo. Donne, ma anche uomini, sia arabi che non, commentano le foto del gruppo.

Il 21 ottobre, Dana ha deciso di pubblicare una sua foto, per fare qualcosa per il gruppo e per le donne e le ragazze oppresse in tutto il mondo arabo.

Con lo sguardo dritto verso l’obiettivo, i capelli cortissimi ben in vista, in mano una foto di quando portava il velo e un cartello che dice: “La prima cosa che ho provato quando mi sono tolta il velo” e “Sostengo la rivoluzione delle donne nel mondo arabo perché, per vent’anni, non mi è stato permesso di sentire il vento nei capelli e sul corpo“.

L’immagine si è poi rivelata estremamente controversa, avendo attirato più di 1600 “Mi piace”, quasi 600 condivisioni, più di 250 commenti.

Dana ha ricevuto molto sostegno e, mentre molti dei suoi amici su Facebook ora non lo sono più, molti altri le hanno inviato richiesta d’amicizia.

Alcune donne che prima portavano il velo hanno caricato delle foto simili in suo sostegno, mentre su Twitter è stato creato l’hashtag #WindtoDana come canale attraverso il quale esprimere solidarietà.

‘Una ragazza coraggiosa’

Dana ha ricevuto centinaia di messaggi di scherno, oltre che minacce.

La madre, con la quale i rapporti si sono raffreddati a causa della sua disapprovazione nei confronti della figlia, ha ricevuto minacce di morte.

“Per me tutto è cambiato da quando mi sono tolta il velo”, dice Dana.

Il dibattito continua in maniera più sfumata. Una donna commenta che l’opposizione al velo è fuori luogo, dicendo che “Dovremmo lottare invece per l’eguaglianza nella società, quando una donna velata non riesce a ottenere un lavoro perché è coperta! Donne, siate orgogliose del vostro velo, è una benedizione!

Dana da parte sua è felice di aver creato una fonte di ottimismo per molte delle sue amiche religiose, velate o straniere nello stesso tempo.

“Sono stata felicissima quando ho visto quanti messaggi ricevevo da ragazze velate. Mi sostenevano, dicendo ‘Rispettiamo quello che hai deciso di fare, sei una ragazza coraggiosa, vorremmo fare lo stesso ma non abbiamo altrettanto coraggio’. Ho ricevuto messaggi anche da donne anziane“.

La vicenda di Dana ha suscitato ancora maggiore agitazione a causa della foto, che molti hanno percepito come offensiva, al punto da essere censurata da Facebook.

Gli amministratori della pagina Facebook hanno sostenuto pubblicamente, sia attraverso la pagina che sulla stampa locale e internazionale, che gli amministratori del sito hanno rimosso la foto di Dana il 25 ottobre, quattro giorni dopo che era stata pubblicata, e hanno bloccato il suo l’account come anche quelli degli amministratori della pagina The Uprising of Women in the Arab World.

Si presume che anche le foto ripubblicate da parte dei supporter di Dana siano state rimosse, e che l’account di tutto il gruppo sia rimasto bloccato tra il 29 ottobre e il 5 novembre.

Facebook, alla richiesta di commentare la vicenda, ha avuto difficoltà a spiegare che la questione non erano i contenuti per i quali la pagina è stata creata, ma soltanto l’applicazione errata di alcune regole del sito.

Dal dipartimento di comunicazione del sito spiegano: “Le foto della donna non violavano le nostre regole. E’ stato commesso un errore nel rispondere a una segnalazione relativa a un contenuto controverso”, per poi continuare così: “quello che ha peggiorato la situazione è che abbiamo avuto svariati errori per alcuni giorni, e ci è voluto del tempo per correggere ognuno di essi”.

A parte gli errori, anche solo le accuse hanno suscitato interrogativi interessanti sul ruolo non ufficiale, ma apparentemente di semi-onnipotenza giocato da uno dei social network più famosi in nell’intenso processo di cambiamento e rivoluzione in atto nella regione.

Una rete online

Sembra però che ci vorrà molto di più che alcune minacce e blocchi informatici per fermare la ventunenne  Bakdounis.

“Voglio fare un’altra foto, ma questa volta dall’interno della Siria, solo per mostrare che posso combattere contro l’ingiustizia e il potere illegittimo. Con la macchina fotografica posso aiutare gli altri a sostenere l’Esercito Siriano Libero“.

I resoconti in arrivo dalla Siria evidenziano sempre di più la presenza di fazioni fondamentaliste islamiche, con il potere di dirottare la ribellione in corso, all’interno del movimento anti-regime.

A causa dell’influenza di questi combattenti islamici non siriani, cresce inoltre la paura per il futuro dei diritti delle donne all’interno del Paese e in tutta la regione.

Dana e le altre ragazze come lei vogliono vedere una Siria diversa.

“[Una Siria] piena di diritti, di giustizia tra uomini e donne. Chiedo giustizia perché ho già realizzato la mia libertà , e adesso non ho più paura di niente, ora che posso fare ciò che ritengo giusto”.

Dana è soltanto una delle donne che cercano di farsi sentire a dispetto del frastuono che le circonda.

Lei e le altre esprimono un sentimento di libertà ritrovata: alcune si tolgono il velo, altre entrano nel dibattito globale sui diritti delle donne, creando una rete online, pubblica e coraggiosa, in una regione che è spesso, almeno in Occidente, associata all’estremismo e alla sottomissione della donna.