Vendere la Laurea

Zanzana viola momentaneamente una regola non scritta del blog, che le impone di non cedere alla soffocante retorica sulla crisi al momento così pervasiva in Italia, per riflettere sul caso di un giovane, non molto lontano da lei in termini di età e formazione, alle prese con una sconvolgente assenza di prospettive.

Nel pomeriggio di un piovoso sabato milanese, mentre ciondola pigramente su Faccialibro, Zanzana si imbatte in quest’annuncio, grazie a una segnalazione di sua mamma:

Vendesi causa mancato utilizzo laurea in scienze Politiche.

Sconvolta, indaga. Si tratta di un giovane romano di 26 anni, Giorgio, laureato in Scienze Politiche, dotato anche di una significativa formazione post-laurea. L’annuncio, già ripreso su molti quotidiani, si trova sulla pagina romana di bakeca.it, sito di piccoli annunci, ed è condito, come potrete leggere, da abbondante ironia. La conclusione è però molto chiara:

Regalo in cambio di lavoro

Queste parole occupano subito la mente di Zanzana, senza abbandonarla per molte ore, mettendola in difficoltà. Zanzana è ormai laureata da oltre dieci anni, e detiene anche il massimo titolo accademico. Dell‘arrivo all’università ricorda lo spaesamento, la distanza dai docenti, la voglia di scappare, la sensazione di non imparare nulla. Ricorda però anche il salto di qualità fatto con l’Erasmus, passato a studiare a differenza di tanti altri, il ritorno in facoltà e il cambiamento dei rapporti con i docenti. Ricorda i due lavori fatti allo stesso tempo durante gli studi, che probabilmente rendono la sua vita più solida anche oggi, anche se allora non erano poi così necessari, ricorda le serate trascorse in biblioteca, unico momento per studiare. Ricorda la laurea in corso, i lavori dopo la laurea, il primo viaggio in Siria e il concorso per il Dottorato di ricerca, che l’ha salvata da un supermercato dove ogni tanto fa ancora la spesa. Ricorda l’anno trascorso in Siria e viaggi più brevi in altri Paesi vicini. Ricorda l’assegno di ricerca che non è arrivato, l‘intenzione di rimanere in Italia e non andarsene, il desiderio di conoscere altri ambienti lavorativi, la consapevolezza che tentare di rimanere in università le avrebbe impedito di essere indipendente dal punto di vista materiale. Zanzana ricorda tutto questo con grande struggimento, come l’unica occasione nella vita di potersi dedicare interamente, o quasi, agli studi, alla conoscenza e alla critica, a contribuire a qualcosa che renderà migliore la società; Zanzana, che è stata molto fortunata visto che ancora mantiene un Compromesso di Sopravvivenza, sa che tutte le cose che ha imparato e vissuto non contano niente per le persone che lavorano con lei e sembrano non assicurarle delle prospettive migliori, ma si rende conto che la definiscono per sempre come persona, determinando dunque anche la sua professionalità, e contribuiscono a identificare le sue priorità. Per Zanzana, pensare di dover vendere la laurea sarebbe come vendere l’anima.

Zanzana ha però visto come le condizioni di lavoro si siano deteriorate di anno in anno, come lo spazio per le persone preparate e, ahimè, giovani, si sia inesorabilmente ridotto. Zanzana, come anche tutti voi, ha sentito dire milioni di volte che la soluzione a tutto questo, al fatto di non trovare lavoro, sarebbe stata non studiare, cercare subito un lavoro, possibilmente pesante, senza lamentarsi, rassegnandosi e accettando quello che la società e le differenze economiche avevano predeterminato per noi. Zanzana ha visto certi personaggi arrivare a comprarsela all’estero, la laurea, mentre gli iscritti totali all’università italiana, le cui difficoltà non fanno che aumentare, diminuiscono. Zanzana fa anche notare che le nuove generazioni hanno già accettato moltissimo: gli stage gratuiti perché eravamo giovani e dovevamo fare pratica, i contratti farlocchi perché eravamo all’inizio con i sabati e le domeniche tutti gratis, poi passando ai contratti veri da quelli farlocchi gli abbassamenti di stipendio perché si costava di più all’azienda, poi altre riduzioni di stipendio larvate perché non c’erano più risorse, poi…Di certo tutto quello che abbiamo accettato e continuiamo ad accettare sembra non abbia giovato molto né alle aziende né, tantomeno, alle nostre vite.

Zanzana non vuole giudicare qui la vicenda di Giorgio. I maligni diranno che è una bufala, che cercava solo notorietà, che è una provocazione. Zanzana vuole invece esprimergli solidarietà, sapendo cosa intende dire, quando accenna al passaggio dalle aspirazioni che tutti avevano su di noi, alla realtà. Zanzana vuole però anche chiarire su che cosa ci dobbiamo sforzare, che cosa dobbiamo realmente mettere in vendita. Di certo non dobbiamo rinunciare a quello che è importante per noi, che ci ha resi quello che siamo, non dobbiamo fare le scelte che il sistema si aspetta e privilegiare quello che, sulla bocca di tanti indegni, “ci aiuterebbe a trovare lavoro”, perché purtroppo non è vero: nessuno si preoccuperà della nostra sopravvivenza, per non parlare del nostro miglioramento professionale, a prescindere dalle rinunce che facciamo. Quello che dobbiamo vendere, anzi, come la laurea di Giorgio, regalare, è chi ci ha portati in questa situazione; una classe dirigente che, senza aver mai lavorato, dice a noi di fare i manovali, quando lo facciamo da anni; un sistema che vuole farci scegliere solo sulla base delle convenienze materiali e monetarie, che ci apprezza se siamo acritici e privi di strumenti culturali; una struttura sociale che, pur di mantenersi, è pronta a prendere tutti per il collo e a portarci alla fame; una mentalità che da un lato disprezza i lavori “umili”, dall’altro ci vuole imporre delle scelte che non corrispondono a quello che vogliamo e ci può rendere felici.

Questi sono gli orpelli dai quali ci dobbiamo liberare con urgenza, non certo i nostri pezzi di carta che, per come vanno le cose, saranno anche inutilizzati ma restano ancora tra le nostre conquiste migliori.

Il 2012 Anno della Donna Araba?

Versione originale:  2012 The Year Of The Arab Woman e  2012 سنة المرأة العربية

di Octavia Nasr, tradotto da Zanzana Glob

Pubblicato su al-Nahar, 25 dicembre 2012

La giornalista libanese Octavia Nasr, nota tra l’altro per aver dovuto lasciare la CNN a causa delle sue parole di rispetto nei confronti del capo spirituale di Hezbollah, Mohammad Husayn Fadlallah, reinterpreta i fatti del 2012 dal punto di vista delle donne arabe e delle loro richieste di cambiamento

Le prime 15 donne avvocato in Arabia Saudita

Le prime 15 donne avvocato in Arabia Saudita

Quest’anno denso di eventi, ormai prossimo alla conclusione, è stato dominato dal prezzo che i siriani continuano a pagare per conquistarsi la libertà.  Come ci aspettavamo, il presidente Bashar al-Assad ha dimostrato la sua volontà di annegare il Paese in un bagno di sangue, piuttosto che ammettere il fallimento del suo governo nel difendere quella pace e stabilità di facciata, che era riuscito a promuovere per decenni. I siriani hanno di fronte un periodo festivo pieno di sangue, senza indicazioni chiare riguardo a come e quando la crisi possa avere termine. Non si può dire chi sarà al timone quando tutto sarà finito, che forma avrà il Paese, chi sopravviverà tra la popolazione civile per portare avanti la nazione attraverso un processo di guarigione e di ritorno alla prosperità.

La situazione non è altrettanto drammatica in Egitto, ma comunque assai preoccupante e frustrante. Gli egiziani hanno lottato con coraggio per la libertà, abbattendo un dittatore che si era sempre considerato intoccabile; le elezioni hanno però condotto al seggio presidenziale un islamista, con il chiaro compito di implementare l’agenda dei Fratelli Musulmani. Costui si è comportato male, anzi peggio, di Hosni Mubarak, con gli egiziani, in particolar modo nei confronti dei suoi detrattori, avversari e nemici, appena giunto al vertice del potere. Risulta incoraggiante vedere come gli egiziani insistano inesorabilmente per il cambiamento, invece di mettersi tranquilli con le briciole lasciate loro dal presidente e dall’esercito, che si comporta esattamente come il regime, ora caduto, che un tempo serviva.

Octavia Nasr

Octavia Nasr

Se avevamo riposto le nostre speranze per il futuro nel 2012, possiamo ora dire che sono state completamente deluse. Al contrario, l’anno che sta arrivando evidenzia le contese e rende sempre più profonde le divisioni, mettendo in evidenza rischi finora celati.  Una nuova realtà è ormai divenuta chiara per il mondo arabo: la strada per la libertà è lunga, dolorosa, densa di rischi, necessita di coerenza e molti sacrifici.

Nell’oscurità di tutti questi avvenimenti, vi sono stati dei momenti di grande luce, sui quali vale la pena di soffermarsi. La protagonista è la donna araba che, all’inizio dell’anno scorso, pareva la principale perdente del risveglio di questa parte del mondo. Le era stato sottratto il giusto ruolo nella costruzione delle nuove nazioni in cambio dell’impegno profuso per abbattere i tiranni e richiedere il cambiamento.

Durante l’anno abbiamo conosciuto, una dopo l’altra, storie di molte donne che non hanno perso la speranza, continuando a lottare per un futuro migliore, al punto che non avremmo qui abbastanza spazio per nominarle tutte: nonostante le difficoltà, le stelle hanno continuato a brillare, senza mai stancarsi. Nessuna forma di arretratezza o conservatorismo ha potuto ridurle al silenzio o avere la meglio sulla loro forza di volontà.

La Bicicletta Verde

La Bicicletta Verde

Haifa al-Mansour è la prima regista saudita che sia riuscita a girare un intero film all’interno del regno. Ci sono voluti cinque anni di duro lavoro per terminarlo, ed è stato necessario tentare molte strade inesplorate, molte delle quali intraprese a distanza, visto che non era possibile alla regista recarsi sul luogo delle riprese. Tuttavia il film ha riscosso un grande successo in tutto il mondo, ed ha conseguito un premio al Festival del Cinema di Venezia. Il film, intitolato “La Bicicletta Verde”, parla di una ragazzina di circa dieci anni, a Riad, che vuole una bicicletta. La ragazzina è fermamente decisa e si adopera in ogni modo per realizzare il suo sogno, in una società convinta che andare in bicicletta sia un disonore per la donna. Ancor più rilevante è il fatto che il film sia stato girato interamente in Arabia Saudita, e che due delle attrici principali siano saudite.

The Light in Her Eyes

The Light in Her Eyes

Anche due storie provenienti dalla Siria hanno attirato la mia attenzione quest’anno. La prima è quella di Huda al-Habash e della scuola islamica per ragazze dove lavora presso la moschea al-Zahra’ a Damasco, soggetto del film documentario “La Luce nei suoi occhi”. Huda è un’insegnante di religione islamica e Corano per ragazze in Siria che, partendo dalla sua posizione, aiuta le donne a comprendere i loro diritti nell’Islam e a vivere la vita che esso ha in serbo per loro, piuttosto che affidarsi sempre a interpretazioni altrui, per lo più errate. Houda e la sua famiglia hanno lasciato la Siria qualche tempo fa. Come hanno affermato in numerose interviste, si augurano di tornare alla fine della guerra, ma continuano a parlare dell’importanza di aumentare la consapevolezza delle donne, aiutandole a raggiungere il loro massimo potenziale, condizione fondamentale per il successo della società.

La seconda vicenda è quella del medico siriano Raniya Qaddoura, che ha dovuto affrontare un profondo dilemma interiore, risultato delle separazioni avvenute all’interno della sua famiglia e intorno ad essa. Così, opponendo un netto rifiuto alla polarizzazione a cui si è trovata esposta, ha realizzato un video per documentare i suoi sentimenti più profondi, rispetto a ciò che accade nel suo Paese, come ciò abbia influenza sulla gente e come spera che le sue figlie, un giorno, possano comprendere attraverso il film quanto sia stato difficile, per non dire impossibile, rimanere neutrali e sostenere la Siria, piuttosto che sostenere solo una parte, come il presidente Assad o i rivoluzionari.

La Rivolta delle Donne nel Mondo Arabo

La Rivolta delle Donne nel Mondo Arabo

Sul sito di Facebook tre ragazze, originarie rispettivamente di Libano, Palestina, Egitto, hanno creato il movimento “La Rivolta delle Donne nel mondo arabo”. Il loro impegno si è trasformato in rivoluzione quando uomini e donne, di età e origini diverse nel mondo arabo, si sono uniti a loro per sostenere la questione della libertà per tutti, e in particolare la liberazione della donna araba dalla società tribale e dalle tradizioni patriarcali, che si perpetuano da secoli, relegando la donna a un ruolo predeterminato nella costruzione di una società che possa essere vivace e culturalmente attiva.

Quando la giovane blogger egiziana Alia al-Mahdi ha pubblicato alcune sue foto nuda sul suo sito Internet, come forma di protesta contro il governo islamico in Egitto, ha suscitato forti polemiche. Se da un lato molti l’hanno sostenuta, ritenendo che fosse suo diritto esprimere rabbia e ribellione attraverso il corpo nudo, altri hanno emesso delle “Fatwa” condannandola a morte. Le minacce si sono rivelate così serie che ha dovuto lasciare l’Egitto e richiedere asilo politico in Svezia. Di recente, Alia ha pubblicato delle altre foto nelle quali espone la bandiera egiziana di fronte all’ambasciata del suo Paese a Stoccolma, come le parole “La Shari’a non è la Costituzione”, dipinte di rosso sul suo corpo nudo.

Tutte queste donne, simboli della sfida della rivoluzione, hanno dato vita ad iniziative sin un momento di verità rispetto alla loro identità. Quando la tradizione patriarcale soffoca la donna, al punto quasi da sottrarle la sua essenza ultima, in quel momento inizia la rivoluzione. Nulla potrà fermare la donna araba prima che abbia compiuto la sua missione nel modo che preferisce.

L’anno 2012 è il punto di partenza di un percorso ricco di sfide. Possiamo essere sicure che la voce delle donne si solleverà e sarà sempre più evidente d’ora in poi, al punto che il mondo dovrà prestare attenzione.

L’uragano Sandy porta alla luce anche tremende diseguaglianze

Versione originale: The Hideous Inequality Exposed by Hurricane Sandy

Articolo di David Rohde, tradotto da Zanzana Glob, segnalazione di Mar

The Atlantic Mobile, ripreso da Reuters

A Manhattan, la tempesta ha svelato una città sempre più divisa, nel corso dell’ultimo decennio, dalle diseguaglianze economiche, e ha ulteriormente ravvivato la contesa elettorale

Poster sull'uragano Sandy nel metrò di New York

Poster sull’uragano Sandy nel metrò di New York

Un portiere d’albergo era preoccupato per sua madre, che vive nella parte alta della città. Una cameriera continuava a chiamare la sua famiglia a Queens. Un posteggiatore dice di non essere riuscito a contattare l’unico membro della famiglia che gli rimane, sua sorella, che vive nel New Jersey, dall’inizio della tempesta. Gli abbiamo chiesto dove si trovasse durante l’uragano, e la sua risposta è stata molto semplice:

“Ho dormito in macchina”.

Sandy ha prostrato tutti i 19 milioni di abitanti dell’area metropolitana di New York, ma alcuni molti più di altri, in una città che è sempre più divisa dal punto di vista economico.

Nella zona di Union Square a Manhattan, alcune ore prima dell’arrivo della tempesta lunedì sera, tutti i ristoranti, i negozi di alimentari, gli alberghi erano aperti. (Io e mia moglie ci eravamo trasferiti in albergo dopo l’ordine di evacuazione dalle abitazioni della parte bassa di Manhattan). Mentre il vento si alzava, l’esercito di commessi, camerieri e tutto il personale di servizio della città è rimasto al suo posto, invece di andare a casa dalle proprie famiglie.

Le divisioni tra ricchi e poveri non sono affatto nuove a New York, ma l’uragano le ha fatte emergere con grande chiarezza. Alcuni abitanti della città hanno potuto investire il loro tempo e le loro energie  a proteggere le loro famiglie, mentre molti altri no.

Quelli che hanno la macchina sono potuti scappare. Quelli con disponibilità economiche si sono rifugiati in albergo. Quelli con un lavoro stabile hanno potuto rifiutare di andarci, per quel giorno. Ma i cuochi, i portieri, gli addetti alla manutenzione, i tassisti, le cameriere hanno dovuto lasciare a casa i loro cari.

Secondo i dati più recenti riportati dal New York Times la città ha raggiunto il massimo livello di diseguaglianza economica degli ultimi dieci anni. Come peraltro sta succedendo in tutto il Paese, i ricchi stanno diventando più ricchi e i poveri più poveri. Il ventun per cento della città vive in povertà, e il reddito familiare medio è sceso di 821 dollari l’anno. Secondo il New York Times: “Il reddito medio della fascia più bassa è stato di 8844 dollari nel 2010, meno 463 rispetto all’anno precedente, quello della fascia più alta 223285 dollari, 1919 in più rispetto all’anno precedente”.

Manhattan, il quartiere più ricco e signorile della città, è un caso estremo. Qui New York rivaleggia con l’Africa sub-sahariana per livello di diseguaglianza. L’anno scorso, i residenti più ricchi di Manhattan hanno guadagnato in media 391022 dollari l’anno, secondo gli ultimi dati economici. Il venti per cento più povero ha guadagnato invece soltanto 9681 dollari in un anno.

Detto questo, gli abitanti più ricchi di Manhattan hanno guadagnato quaranta volte di più dei suoi abitanti più poveri (la differenza era di 38 volte nel 2010). Soltanto una manciata di Paesi in via di sviluppo, come la Namibia e Sierra Leone, mostrano livelli di diseguaglianza più elevati.

Nella zona di Union Square i privilegiati di New York, me incluso, hanno potuto cenare, ordinare del cibo a domicilio, ritirare generi di prima necessità una o due ore prima dell’approdo di Sandy. Questo è stato possibile grazie ai cuochi, ai commessi, agli impiegati d’albergo rimasti al lavoro invece di correre a casa.

Si tratta di un gruppo assai variegato. Alcuni sono giovani ventenni, altri americani di mezza età mai riusciti a diventare colletti bianchi, la maggior parte sono immigrati.

All’altra estremità della scala del benessere, sono venuti alla luce gli antichi eccessi di New York. Alcune famiglie si sono portate le baby sitter  in albergo perché le aiutassero con i bambini durante l’uragano. Altre sono cadute nel panico quando la corrente si è interrotta. Nel frattempo, camerieri, inservienti, portieri continuavano ad aiutarle.

La tempesta ha danneggiato anche i ricchi. Turisti e uomini d’affari di Boston, dalla California, dall’Inghilterra e dal Giappone sono rimasti bloccati in albergo. Sono rimasti senza elettricità, acqua, mezzi di trasporto, in balia di perfetti estranei.

Gli eroi della città sono stati le decine di migliaia di poliziotti, pompieri, manutentori, paramedici che hanno lavorato tutta la notte, per uno stipendio che varia da 40000 a 90000 dollari l’anno. A questi si sono uniti i politici locali più attenti ai risultati che alle alleanze elettorali, come il governatore del New Jersey Chris Christie, il sindaco di New York Michael Bloomberg e quello di Newark, Corey Booker.

Ventiquattr’ore dopo il disastro, la politica aveva già fatto registrare delle considerazioni sgradevoli. I democratici si sono avventati su una dichiarazione dell’anno scorso di Mitt Romney,  che, durante un dibattito per le primarie, aveva sostenuto che la responsabilità della risposta in caso di disastri dovesse passare agli Stati dell’Unione e, quando possibile, essere gestita da aziende private. Michael D. Brown, il contestatissimo direttore dell’Agenzia Federale per la Gestione dell’Emergenza (FEMA) sotto George W. Bush, ha affermato che l’amministrazione Obama ha risposto più rapidamente all’uragano Sandy che agli attacchi terroristici a Bengasi.

“Una cosa che gli dovremo chiedere sarà, perché si è buttato su quest’occasione così velocemente, per poi tornare di corsa a Washington, mentre nel caso di Bengasi…è andato a Las Vegas?”, ha dichiarato Brown a un giornale d’opposizione  di Denver. “Quello che succede qui è tutto l’opposto di Bengasi.”

Nei prossimi giorni, le reazioni di Obama e Romney alla tempesta verranno analizzate. Il ruolo del governo federale nel coprire i costi del disastro verrà lodato, ma anche attaccato. I politici, come sempre, lotteranno per il proprio vantaggio.

La tempesta ha mostrato molte cose riguardo a New York, in primo luogo le sue debolezze, ma anche i suoi punti di forza. A me, ha mostrato il crescente divario economico che la caratterizza. Sono sicuro che molte delle persone rimaste al lavoro il giorno dell’uragano l’abbiano fatto spontaneamente, ma temo che non sia così per altrettante di loro.

Quest’articolo è uscito in origine su Reuters.com, sito partner di Atlantic.