L’Albania e il nazionalismo europeista

Versione originale: “En Albanie, la rhétorique dominante est le national-europeisme”

intervista raccolta Piotr Smolar, tradotta da Zanzana Glob

Pubblicato su Le Monde, 23 giugno 2013

L’intellettuale Fatos Lubonja commenta, poco prima delle elezioni di domenica 23 giugno 2013, l’attuale situazione in Albania, dove la necessità di un profondo rinnovamento politico non potrà essere soddisfatta dalla vittoria di alcuno dei candidati in corsa. I socialisti guidati da Edi Rama sembrano aver ora prevalso nei risultati rispetto alla coalizione di Sali Berisha, dopo le prime dichiarazioni, nelle quali entrambi i candidati si erano attribuiti la vittoria. Zanzana traduce quest’intervista, che ci spiega qualcosa di un Paese molto vicino spazialmente, ma tuttora lontanissimo a livello delle informazioni a nostra disposizione.

Fatos Lubonja

Fatos Lubonja

Scrittore, giornalista, difensore dei diritti umani, Fatos Lubonja rappresenta tutte queste cose. Intellettuale molto noto in Albania, ha passato 17 anni dietro le sbarre come prigioniero politico, durante il comunismo, per poi essere liberato nel 1991. Da quel momento, è rimasto un osservatore intransigente dell’Albania moderna, in particolar modo da quando Sali Berisha è divenuto primo ministro, nel 2005.

Mentre gli albanesi sono chiamati alle urne domenica 23 giugno per le elezioni politiche, Fatos Lubonja analizza, in un’intervista a Le Monde, la polarizzazione del Paese e il peso del passato nelle pratiche politiche contemporanee.

Otto anni dopo l’arrivo al potere di Sali Berisha, a che punto si trova l’Albania?

Potremmo fare un grafico, ma dipende da cosa si vuole misurare. Parliamo della costruzione di strade ed edifici? Potremmo dire che abbiamo molto più cemento. La qualità della vita delle persone, invece, al di là del semplice reddito? E’ rimasta più o meno la stessa. Se parliamo della libertà, della dignità, dei diritti degli individui, della loro fiducia nelle istituzioni e nel futuro, vedo una caduta drammatica. L’Albania è in pieno decadimento.

La scelta possibile per gli elettori, domenica, è tra i democratici al potere e i socialisti…

Potremmo scegliere tra loro, dicendo che miglioreranno a poco a poco. Ma cosa possiamo fare se ci rendiamo conto che questi partiti sono ormai degenerati, che sono sempre più corrotti, legati al crimine organizzato, autoritari? Se ci rendiamo conto che è soltanto una rotazione tra due bande di briganti che vogliono controllare il territorio, come possiamo desiderare un cambiamento? Io non vorrei prendere la responsabilità di tenerci Berisha o di mettere Rama al suo posto. Anche votare scheda bianca in Albania vuol dire esporsi a chi vorrebbe scrivere un nome sulla tua scheda, a tua insaputa. Io vorrei invece che si facesse una grande croce sulla scheda. Sarebbe il segnale di un nuovo movimento, o meglio il modo per far capire ai banditi che devono cambiare.

Come vede lo scontro tra Sali Berisha ed Edi Rama?

Berisha e Rama

Berisha e Rama

Si tratta di due leader carismatici alla Berlusconi, che rappresentano ognuno un partito privo di qualsiasi vita democratica. Sono il prodotto della nostra tradizione, a partire da Enver Hoxha, e delle peggiori trasformazioni dell’occidente, sotto il potente influsso dei media. Entrambi sono paranoici, ognuno a suo modo, ebbri di potere fino all’estremo. Rappresentano molto bene le strutture familiari, paternalistiche dell’Albania. Berisha attacca Rama a causa dei legami passati della sua famiglia, visto che lo zio di sua madre era stato membro del Politburo. In questo Paese, l’appartenenza a un clan familiare è molto importante. Rama attacca invece Berisha a proposito della sua età, insultandolo.

Quali sono il segnali dell’eredità del comunismo nelle pratiche politiche?

Si tratta di un’eredità molto pesante. Cinquant’anni di comunismo hanno educato le persone a non essere responsabili. Era lo Stato, la leadership che decideva dove dovessi nascere, che scuole avresti frequentato, cosa dovevi imparare, che professione avresti fatto. Sono tra quelli che ritengono che oggi siamo per il 60-70% in continuità con il nostro passato, mentre il resto è stato importato dall’Occidente. Quando il regime è crollato, non abbiamo appreso il senso di responsabilità, o a creare delle comunità. Molti albanesi sono emigrati, mentre gli spazi pubblici venivano distrutti. Questo si vede chiaramente nelle costruzioni allucinanti di Tirana. Gli albanesi continuano a cercare dei leader carismatici.

Il regime passato ha insegnato alle élite una sorta di doppio linguaggio, a non fidarsi. Abbiamo ereditato una cultura della manipolazione e della simulazione, sulla quale si basa la relazione tra le élite e il popolo.

Enver Hoxha in un francobollo commemorativo

Enver Hoxha in un francobollo commemorativo

Qual è il posto e il potenziale del nazionalismo albanese?

Questo rimanda alla questione del doppio linguaggio. Ogni partito politico è nazionalista nel senso che nessuno osa dire che il sogno di unificazione del popolo albanese è terminato. Il Kosovo esiste, gli albanesi di Macedonia anche, e noi rimaniamo dove siamo. Questo sogno è rimasto sotto il tappeto durante la dittatura, poi è ritornato negli anni Novanta. Esiste poi un linguaggio per il pubblico albanese e un altro all’estero. Questo riflette anche le ambiguità dell’Unione Europea, riguardo al progetto stesso dell’Unione. Anche in Europa ci sono dei nazionalismi forti, e prospettive incerte.

In Albania, la retorica dominante è il nazionalismo europeista. I politici dicono: “Noi albanesi saremo unificati sotto il cielo europeo, quando non ci saranno più le frontiere, e potremo dimenticare la Serbia, la Macedonia e la Grecia!” Se il progetto europeo fallisse, l’Europa vedrebbe il suo peggiore riflesso nei Balcani. Il peggior disordine possibile. Non mi riferisco a una guerra. Altri attori, come la Russia, che ha dei legami forti con la Serbia, o la Turchia, che ha sostenuto gli albanesi e la Bosnia, entreranno nelle danze, e torneremo ad antiche alleanze.

Lettera da Istanbul – in cammino verso Taksim

Zanzana pubblica qui una lettera ricevuta dalla cara amica H., nella quale si raccontano le ultime ore di rivolta a Istanbul. Zanzana ringrazia tanto H. per la lettera e le foto, augurando all’amata Turchia e ai suoi abitanti il miglior futuro possibile.
English version available here
Cara Zanzana,
come stai?
In Turchia c’è molta confusione: per la prima volta in vita mia ho partecipato a una manifestazione. Ti sto scrivendo dal traghetto, quello che porta dall’Asia all’Europa. Non so cosa dica di noi la stampa europea.
Tutto è cominciato con il Parco Gezi. Il governo voleva costruire un centro commerciale nel parco. Alcuni giovani ambientalisti hanno iniziato a dormire in tenda nel parco, con le famiglie e i bambini, per proteggerlo. Dormivano lì, e durante il giorno leggevano libri. Giovedì sera anche le mie amiche ci sono andate. Quella notte, mentre tutti dormivano, verso le cinque del mattino, la polizia ha iniziato a dar fuoco alle tende, spruzzando gas e spray al peperoncino sulle persone innocenti.
Venerdì sera mentre tornavamo dal matrimonio di un’amica, verso le due, abbiamo accompagnato alcuni amici a casa. Il matrimonio era nella parte asiatica. I nostri amici abitano in quella parte della città.

Abbiamo visto che alcuni camminavano per le strade avvolti nelle bandiere della Turchia, e applaudivano, cantavano, le donne erano uscite sui balconi e battevano con i cucchiai sulle pentole in segno di protesta.
Allora ho capito che non eravamo solo noi, a esserci stufati del governo di Erdogan.
La parte asiatica (Kadıkoy) è governata dal partito repubblicano (CHP), il partito di Ataturk. Kadıkoy come sai è una zona residenziale: a Kadıkoy non è facile vedere la gente che protesta. Non scoppiano bombe a Kadıkoy. Non succedono cose straordinarie.
Kadıkoy è sempre moderna e laica. Il giorno dopo abbiamo saputo che tutti, nella parte asiatica, sono usciti di casa alle due di notte, e hanno camminato verso la parte europea, diretti al Parco Gezi, attraversando il ponte sul Bosforo a piedi.
Manifestanti attraversano il ponte a piedi

Manifestanti attraversano il ponte a piedi

Sabato mattina abbiamo aperto i giornali. Noi leggiamo il quotidiano Hurriyet sull’Ipad. Nei fine settimana compriamo anche Haberturk, un quotidiano laico. Il proprietario di Haberturk è Ferit Sahenk, proprietario anche della banca Garanti Bankası, dei canali televisivi Haberturk, NTV, delle riviste Vogue e GQ Turchia, di molti ristoranti come Zuma e altri. E’ una persona gentile, giovane e moderna.
Su Haberturk non c’era nessuna notizia. Una piccola foto e due righe. Sui canali televisivi niente. Tutti hanno paura di Erdogan. Ferit Sahenk, che costruirà la metropolitana di Umraniye-Cekmekoy, non vuole opporsi al governo per i propri interessi economici, anche se non tutti lo sanno.
A quel punto la gente è diventata ancora più nervosa. I mass media stavano ignorando quello che succedeva per le strade.
Sabato all’ora di pranzo abbiamo incontrato i nostri amici e siamo andati a Kadıkoy. I traghetti erano gratis, si poteva salire liberamente. Tutti avevano le bandiere e le maschere antigas. Non puoi immaginare quanto fosse affollato. Anziani, giovani, bambini, signore, alcuni con grandi vasi di fiori, altri con le bandiere. Tutti insieme. I nostri mariti ci hanno lasciato al porto di Kadıkoy e sono andati a Besiktas. Li abbiamo salutati come se andassero in guerra. I traghetti si riempivano e tutti li salutavano, cantando e sventolando bandiere.
Traghetto Kadikoy-Besiktas

Traghetto Kadikoy-Besiktas

Poi verso le tre, i nostri mariti ci hanno detto che la polizia si era ritirata dal parco Gezi e aveva smesso di attaccare i manifestanti. Allora anche noi abbiamo preso il traghetto e siamo andati a Besiktas. Abbiamo camminato fino a Kabatas. Poi dal pendio di Kazancı siamo arrivati a Taksim. Taksim era in festa. Giovani venuti da altre città, artisti famosi come l’attore Halit Ergenç, gente dell’alta società, tutti bevevano birra per strada, cantavano.
Per la prima volta in vita mia ho provato un sentimento di unità, di fratellanza. Tutti avevano dimenticato i propri problemi personali ed erano uniti su questo problema sociale. Non sono sicura di esprimermi bene ma mi emoziono molto mentre ti scrivo.
Verso Taksim

Verso Taksim

Da quel giorno, e ogni giorno tutti, la gente normale, cercano di andare a Taksim.
A Besiktas, vicino allo stadio di İnonu o a Kabatas ci sono stati scontri con la polizia. Alcuni, sfruttando la confusione, cercano di promuovere i propri partiti o altri gruppi, danneggiando gli arredi pubblici, le fermate dell’autobus, i manifesti pubblicitari.
Il Presidente della Repubblica, Abdullah Gül, cerca di calmare le acque, come anche il sindaco, ma il primo ministro Erdogan rimane fisso sulle sue posizioni, è così ostinato e continua a dire “Faremo un centro commerciale al parco Gezi, faremo anche una moschea”, parla così.
Allora la gente si arrabbia di più e continua a camminare verso Taksim.
Ora nel Parco Gezi (ieri N. era lì con gli amici), la gente ha appeso delle altalene di stoffa tra gli alberi. Alcuni suonano tamburi, leggono libri e giocano a palla.
Gli alberghi più lussuosi che circondano il parco, come il Marmara e il Divan, hanno aperto le porte a tutti. La gente può andare in bagno e riposarsi nella hall.
C’è un’atmosfera di aiuto, di unione e di fratellanza.
Speriamo e preghiamo che tutto finisca e Erdogan lasci il potere.
Ho dimenticato di scriverti un’altra cosa molto importante.
Una settimana prima di questi fatti, Erdogan ha vietato la vendita di alcool dopo le 22:00 e ha vietato anche bere alcool nei parchi e in luoghi aperti, perfino ai concerti.
A Caddebostan vicino al mare andavamo a fare il picnic e in genere si beveva la birra, o altri alcolici. Ha cominciato a intervenire alla nostra vita. Costringe le donne a fare tre figli. La settimana scorsa quando ho letto questa notizia sono rimasta scioccata come la maggioranza della popolazione. Tutti avevamo paura forse, e aspettavamo in silenzio quelle cose che forse ci accadranno.
Il parco Gezi è stato il motivo scatenante.
Spero di non aver fatto tanti errori e che questa lettera ti piaccia.
Sono curiosa di come si veda la situazione dall’Europa.

Siria – La mamma di Ayham Ghazzoul

Versione originale: السيدة مريم
di Hassan Abbas, tradotto da Zanzana Blog
Pubblicato su Al-Mudun, 10 febbraio 2013
Ayham Ghazzoul, giovane medico e attivista siriano, è morto, in seguito alle torture subite, mentre si trovava in arresto lo scorso anno, sebbene la notizia sia stata resa nota solo ora. Hassan Abbas, docente e ricercatore attivo anche nell’ambito dei diritti umani, ricorda la sua scomparsa dal punto di vista di sua madre e delle persone che gli erano più vicine. 

Ayham Ghazzoul

Ayham Ghazzoul

La signora Maryam, detta anche Umm Ghassan dal nome del suo primogenito, si siede all’ingresso della stanza che ospita il funerale di suo figlio, martire di appena ventisette primavere. La casa, nella quale si è trasferita a causa dei bombardamenti nel quartiere e il crollo di molti edifici, appartiene a suo fratello, esponente dell’opposizione minacciato d’arresto, che aveva già lasciato il Paese. Era il suo figlio minore, giovane medico di dodici anni più giovane del primo figlio. Raccontano che tutta la famiglia, nonostante il passare degli anni, avrebbe desiderato la nascita di una bambina, sulla quale i genitori potessero riversare tutto il loro affetto e che fosse fonte di serenità per i suoi fratelli maschi. Ma i casi della vita non sempre seguono la volontà delle famiglie, ed era arrivato Ayham.
Ciò che colpisce, nelle foto in cui è raffigurato o nei ricordi che si serbano di lui, è come Ayham sorrida sempre. Era come se la tristezza non potesse farsi strada dentro di lui, come se la voce del destino lo avesse avvertito di quanta tristezza avrebbe lasciato nel mondo dopo la sua morte, chiedendogli di compensare mantenendo sempre il sorriso.
Mi aveva fatto visita in occasione dell’uscita di prigione, dopo il suo primo arresto. Le conseguenze della tortura erano ancora molto evidenti nel suo modo di camminare e nella lentezza dei suoi movimenti. Quella volta, il suo sorriso aveva contribuito a contenere la mia ira, la sua serenità mi aveva fatto vergognare della mia irritazione. Il suo amico mi diceva: dopo ottantasei giorni di prigione lo vedi così, come se non vi fosse mai entrato. Io pensavo: “Ecco finalmente colui che confuterà le parole di al-Tha’labi: ‘Quando dio ha plasmato l’essere umano dal fango, ha fatto piovere su di lui quarant’anni di preoccupazione e tristezza, poi un solo anno di gioia e felicità, per questo nella vita c’è più sofferenza che gioia, più tristezza che felicità'”, e mi sono sentito invidioso, non tanto perché fosse difficile negare quel detto, ma per la sua capacità di mantenere il sorriso, e per la sua ostinazione di fronte alla sofferenza. Anelavo a conoscere il segreto di quell’ostinazione, a scoprirne la fonte.
Al momento del funerale, la signora Maryam sedeva simile a una quercia di montagna, le cui foglie appassite vengono spazzate via dal vento, debole mentre i suoi rami vengono squassati dal vento. Uomini e donne, ragazzi e ragazze vanno e vengono, e la signora Maryam li accoglie con un’espressione limpida, silenziosa, paziente, che nasconde un animo addolorato, timoroso di travolgere i presenti con la sua tristezza.
Quale espressione retorica può descrivere il dolore di una madre privata di suo figlio? La lingua non può che risultare imperfetta di fronte alla “Lacrima della mamma più bella, come un fiore tra tutte le mamme”.
Ragazzi e ragazze riempiono la casa, sono venuti qui sperando che la loro presenza possa donare alla mamma del loro amico caduto la forza di sopportare la disgrazia; lei li ha onorati con il suo vigore, elargendo il profumo della sua profonda umanità. Una ragazza, che ha scelto l’impegno civile come via alla rivoluzione, dice: “Avevo bisogno di vederti prima di scendere in piazza. Chi cercava un sorso di forza morale, fermezza, stabilità, prenda per mano la nostra madre, la madre di Ayham”. Sua sorella, attiva nei soccorsi, afferma: “Ci siamo vergognati delle nostre lacrime. La signora Maryam ci ha detto: ‘Dovete completare quello che avete iniziato, non per Ayham ma per voi stessi‘”. Un’altra ragazza ha detto: “Oggi il sorriso di Umm Ayham oggi ha sconfitto la mia frustrazione, risvegliando il mio ottimismo”.
Ecco dov’era nascosto il segreto di quel sorriso perpetuo, era un sorriso ereditato da questa donna, che sa che può scuotere il mondo con la sola mano sinistra, non con la violenza dell’appello all’omicidio o al suicidio, ma grazie alla sua generosa umanità e alla saggezza determinata dal dolore. Il dolore delle mamme, di tutte le mamme siriane che hanno perso i loro figli in una carneficina, nella quale violenze e delitti si susseguono gli uni agli altri.
Ogni giorno vengono pubblicate nuove statistiche che descrivono l’aumento delle perdite umane, statistiche sul numero dei martiri: martiri della rivoluzione da una parte, dell’esercito governativo dall’altra, il numero delle donne e dei bambini uccisi, quello dei dispersi, degli arrestati, dei feriti…Se mettiamo insieme i numeri di tutte queste statistiche, arriviamo a un numero solo: quello delle mamme che soffrono. Forse la crisi si concluderà con la vittoria di una delle parti che combattono, ma in ogni caso chi perderà saranno le mamme siriane, come la signora Maryam.
Zanzana ringrazia e ricorda con nostalgia il suo professore Hassan Abbas.

Maryam: un nome, due storie – prima parte

Versione originale: قصة مريَمين

English Version here: A Tale of Two Maryam’s

di Octavia Nasr, tradotto da Zanzana Glob

Pubblicato su An-Nahar, 22 gennaio 2013

Avete mai pensato seriamente a che cosa vuol dire uscire dal proprio Paese e non potervi mai più rientrare, oltre a non poter rivedere la propria famiglia, rimasta dall’altro lato del confine? La giornalista libanese Octavia Nasr ce lo racconta, attraverso la storia di due donne, entrambe di nome Maryam, vissute tra Libano e Palestina. Zanzana Glob traduce qui la prima storia, a breve la seconda.

Octavia Nasr

Octavia Nasr

La storia che sto per raccontarvi è ambientata in Palestina, al tempo del mandato britannico, quando frontiere approssimative dividevano questa regione dal Libano, dalla Siria, dalla Giordania orientale e dall’Egitto.  A quel tempo la vita era semplice, e le decisioni avevano un’impronta di breve periodo, sebbene comportassero delle conseguenze che duravano tutta la vita. Tutti i racconti tramandati di generazione in generazione parlavano di progetti di carattere elementare, che duravano settimane, al massimo qualche mese, di certo non anni o secoli, per non parlare di una vita intera, fino ad arrivare alle generazioni future. In quel lontano passato, di certo nessuno poteva immaginare, neanche nel più ardito dei sogni, i profondi sconvolgimenti che la vita aveva in serbo.

Una ragazza di nome Maryam, originaria del villaggio di Rmeish (Libano meridionale), si innamorò di un giovane onesto e lavoratore, di Kafr Bir’em, un villaggio vicino, nella Palestina settentrionale. Si sposarono e, nel 1946, ebbero due gemelli. La vita li pose di fronte alla prima sfida nel 1948, dopo la proclamazione ufficiale dello Stato di Israele e la chiusura di tutte le frontiere con i Paesi vicini. Maryam si trovava in visita con i bambini alla sua famiglia in Libano, e affrontò il pericolo della separazione da suo marito per un periodo che “Dio solo sa quanto sarebbe potuto durare”. Così suo suocero attraversò le campagne a dorso d’asino diretto verso il Libano, per recuperare Maryam e i bambini e tornare con loro in Palestina. La madre di Maryam, in preda all’angoscia per il fatto di dover mandare sua figlia incontro all’ignoto da sola, chiese all’altra sua figlia nubile, Nazira, di accompagnarla, per aiutarla e per restare con lei nell’attesa che la famiglia allargata si potesse riunire.

In quel momento, due donne libanesi entrarono in Israele, e non rividero mai più la loro famiglia o ebbero la possibilità di rimettere piede in Libano. Inoltre, il villaggio di Kafr Bir’em fu completamente distrutto dall’esercito israeliano, che espulse tutti gli abitanti cristiani. Dopo quarant’anni, gli abitanti di Kafr Bir’em continuano a lottare per il diritto al ritorno presso il loro villaggio e per la sua ricostruzione. Israele continua ad avere l’ultima parola per concedere i permessi per i funerali o per le visite alle rovine del villaggio. La chiesa è l’unico edificio ancora in piedi, testimone di una vita che esisteva tanto tempo fa, e che potrebbe non tornare mai più, cosa che vale anche per gli abitanti del villaggio.

La Chiesa di Kafr Bir'em

La Chiesa di Kafr Bir’em

La storia continua, e vede Maryam e Nazira diventare cittadine israeliane a tutti gli effetti, come anche i loro mariti palestinesi, che scelsero di rimanere presso la madrepatria. Le famiglie di Maryam e Nazira crebbero, e divennero parte di una nuova vita che non avrebbero mai pensato di avere, ma che non avevano neanche immaginato, desiderato o voluto. Le due donne accettarono però questa nuova condizione. Divennero arabe israeliane ma non dimenticarono, né permisero a nessuno di farlo, da dove venivano, e qual era il Paese che portavano nel cuore. A causa della nazionalità israeliana, Maryam e sua sorella non poterono mai tornare in Libano a visitare la loro famiglia. Una volta, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni, poterono salutare i parenti con la mano ed entrare in contatto grazie agli altoparlanti attraverso il confine giordano. Tuttavia, l’esperienza, assai dura e dolorosa al punto da lasciare una traccia profonda in chi l’aveva vissuta, non venne ripetuta.

Così Maryam e Nazira vissero per i loro figli e, giorno dopo giorno, anno dopo anno, vissero un’intera esistenza lontano da casa e dalla famiglia. Sono palestinesi? No di certo. Arabe? Nemmeno. Israeliane? Certo che no. Sono due sorelle libanesi di Rmeish, sradicate e scagliate nel turbine della vita, che sono riuscite a restare in piedi, trovando delle nuove radici e costruendo delle famiglie forti. Hanno accettato il loro destino, tentando di volgerlo al meglio. Due libanesi orgogliose, che hanno seguito le notizie in arrivo dal loro Paese, aspettando sempre con ansia di sapere qualcosa dei loro cari. Hanno continuato a desiderare di vedere il giorno in cui sarebbero potute rientrare in Libano, magari anche solo per una visita.

I loro genitori sono morti, fratelli e sorelle sono cresciuti, ma il sogno di rivedere il Libano non si è mai realizzato. Maryam è morta nel 1996, Nazira l’ha seguita dopo qualche anno. La loro storia non è mai stata narrata, e la gente non ci farebbe caso, ma  rimane custodita nell’animo dei loro cari, dei familiari e dei vicini, degli amici, dei figli e dei nipoti che furono toccati dal loro grande affetto e dedizione, da entrambi i lati del confine.

La storia di Maryam può costituire una lezione per tutti i libanesi, soprattutto quelli che credono che il loro Paese sia intoccabile, e che rimarrà sempre tale e quale per loro. Quelli che vivono il patriottismo come una sorta di eredità, o che l’hanno ottenuto come ricompensa, senza aver mai realizzato nulla. Mi auguro che la storia di Maryam possa costituire un appello per coloro che non sanno cosa vuol dire essere derubati della propria cittadinanza, a cui non è stata sottratta la madrepatria, che non hanno provato ogni notte l’amarezza di sognare la tua famiglia, che si trova a un tiro di schioppo da te ma con la quale non ti potrai riunire. Quanto agli altri, attraverso la lode di una grande donna libanese di nome Maryam, è necessario che questa storia ricordi loro le contese ancora irrisolte e ciò che veramente conta nelle nostre vite.

Arabia Saudita: un anno di lotte per poter guidare l’auto

di Manal Bint Masoud al-Sharif, tradotto da Zanzana Glob
Pubblicato su Al-Hayat, 2 gennaio 2013
Manal al-Sharif (Arabia Saudita) lotta da tempo affinché venga concesso alle donne saudite il diritto di guidare la macchina, cosa per la quale è stata anche incarcerata. In quest’articolo ripercorre le sue difficoltà personali e i primi risultati di queste lotte, che hanno come fine ultimo l’acquisizione di pieni diritti di cittadinanza da parte delle donne saudite. 
Manal Al-Sharif

Manal Al-Sharif

Quando ho visto i segni delle percosse sul volto di mio figlio Abdallah, di ritorno dalla scuola elementare, mi sono spaventata molto. Mi ha raccontato che dei bambini più grandi l’avevano picchiato quando hanno saputo che era “Il figlio di Manal al-Sharif, quella che ha guidato la macchina“. Aveva cinque anni all’epoca, e balbettava cercando di spiegare cos’era successo: “Un bambino ha detto Ho visto tua madre su Facebook, tu e tua mamma dovete andare in prigione“. Ricordo ancora come, per la prima volta, non riuscivo a confortare mio figlio, perché il mio spavento era ancora più grande…Come può un bambino di cinque anni capire la parola “Prigione”, e come potevo spiegargli una cosa ben più grande dei suoi cinque anni? Come è possibile che dei bambini in tenera età portino il fardello dell’odio che affligge i grandi? Mi sono inginocchiata, l’ho guardato negli occhi, pieni di domande, l’ho abbracciato e siamo rimasti a lungo così, in silenzio.

Dopo averlo messo a letto quella notte, non sono riuscita a dormire a causa delle lacrime: quell’avvenimento mi aveva resa ancora più decisa di prima, più del tempo che avevo trascorso a cercare di completare quello che avevo iniziato, a raccogliere resoconti e articoli di giornale che parlavano di me, bene o male, a registrare tutto ciò che mi era successo o mi accadeva in un libro, che potesse costituire in futuro una testimonianza di questo periodo, e che diventasse il suo libro, il libro di Abdallah e di tutti quei bambini che sarebbero diventati uomini e donne fra qualche anno. Mi auguravo in quel momento che sarebbero diventati uomini veri, capaci di dimostrare riconoscenza per chi li aveva generati, per le loro mogli e le loro figlie, e che le donne sarebbero state consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri, tanto da non tollerare in alcun modo di vederli umiliati o infranti.

Campagna Women 2 Drive

Campagna Women 2 Drive

Il tre maggio di quest’anno erano ormai passati due anni da quando ho dato lanciato la campagna “Le donne hanno diritto a guidare” insieme a Bahiyya al-Mansour (studentessa di Legge Islamica, nipote della regista saudita Haifa al-Mansour, e della pittrice Hind al-Mansour). La richiesta che ho presentato il 15 novembre 2011 contro la Direzione Generale dei Trasporti, in opposizione alla decisione di non concedermi la patente, è stata accettata con molto ritardo dal Direttore dell’Ufficio reclami;  la motivazione addotta per questo ritardo è stato l’emergere di una questione complicata, che aveva impedito di considerare quella della patente alle donne, senza però che mi venissero comunicati ulteriori dettagli.  L’attacco da parte dei miei detrattori nei confronti della consapevolezza e dell’autonomia della donna è stato particolarmente doloroso, e ha colpito in profondità me come qualsiasi altra donna saudita in cerca dei propri diritti. Inoltre, hanno continuato a scorrere notizie tendenziose riguardanti Manal al Sharif, come quella che fosse un’agente iraniana, che fosse arruolata nell’organizzazione serba “Kanfas”, poi che fosse sostenuta da Israele, e addirittura che fosse sciita, nata presso Suwarqiyya – culla dell’oro, mentre io sono nata a Mecca, da una famiglia che segue la dottrina Sciafi’ta da secoli (con tutta la mia stima per i fratelli sciiti, con i quali dividiamo il nostro diletto Paese). Mi hanno poi attribuito un Tweet  nel quale descrivevo i membri della Commissione come “Miscredenti”, hanno detto che sono stata convocata presso la Casa dell’Obbedienza, e uno di loro ha perfino pubblicato un video, che si è diffuso a macchia d’olio, nel quale venivo accusata di aver rapito e messo in pericolo sua figlia Husayniyya! Per finire con le notizie che annunciavano la mia morte in un incidente stradale, del quale hanno parlato i giornali di tutto il mondo.

Nonostante tutto ciò, le cattive notizie cattive mi hanno lasciato un po’ di energia per contribuire a creare delle buone notizie, che possa raccontare ai miei nipoti, se la vita me lo consentirà.

La campagna per permettere di guidare alle donne si è trasformata in una campagna più grande e più generale, sotto il nome de “I miei diritti e la mia dignità”, che lotta affinché le donne saudite possano acquisire diritti di cittadinanza completi, affinché la donna sappia che la piena capacità giuridica non ha bisogno delle direttive di un uomo, nonostante le leggi che continuano a sottrarle questo diritto naturale, affinché le  prossime generazioni sappiano che quelle passate non si sono arrese alle lacrime e al disfattismo.

Se le donne della famiglia mi chiedono: “Non hai intenzione di fermarti per tuo figlio Abdallah?” rispondo loro: “Non mi fermerò finché non avrò scritto un lieto fine al libro che dedicherò ad Abdallah e alle vostre nipoti“.