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L’Albania e il nazionalismo europeista

Versione originale: “En Albanie, la rhétorique dominante est le national-europeisme”

intervista raccolta Piotr Smolar, tradotta da Zanzana Glob

Pubblicato su Le Monde, 23 giugno 2013

L’intellettuale Fatos Lubonja commenta, poco prima delle elezioni di domenica 23 giugno 2013, l’attuale situazione in Albania, dove la necessità di un profondo rinnovamento politico non potrà essere soddisfatta dalla vittoria di alcuno dei candidati in corsa. I socialisti guidati da Edi Rama sembrano aver ora prevalso nei risultati rispetto alla coalizione di Sali Berisha, dopo le prime dichiarazioni, nelle quali entrambi i candidati si erano attribuiti la vittoria. Zanzana traduce quest’intervista, che ci spiega qualcosa di un Paese molto vicino spazialmente, ma tuttora lontanissimo a livello delle informazioni a nostra disposizione.

Fatos Lubonja

Fatos Lubonja

Scrittore, giornalista, difensore dei diritti umani, Fatos Lubonja rappresenta tutte queste cose. Intellettuale molto noto in Albania, ha passato 17 anni dietro le sbarre come prigioniero politico, durante il comunismo, per poi essere liberato nel 1991. Da quel momento, è rimasto un osservatore intransigente dell’Albania moderna, in particolar modo da quando Sali Berisha è divenuto primo ministro, nel 2005.

Mentre gli albanesi sono chiamati alle urne domenica 23 giugno per le elezioni politiche, Fatos Lubonja analizza, in un’intervista a Le Monde, la polarizzazione del Paese e il peso del passato nelle pratiche politiche contemporanee.

Otto anni dopo l’arrivo al potere di Sali Berisha, a che punto si trova l’Albania?

Potremmo fare un grafico, ma dipende da cosa si vuole misurare. Parliamo della costruzione di strade ed edifici? Potremmo dire che abbiamo molto più cemento. La qualità della vita delle persone, invece, al di là del semplice reddito? E’ rimasta più o meno la stessa. Se parliamo della libertà, della dignità, dei diritti degli individui, della loro fiducia nelle istituzioni e nel futuro, vedo una caduta drammatica. L’Albania è in pieno decadimento.

La scelta possibile per gli elettori, domenica, è tra i democratici al potere e i socialisti…

Potremmo scegliere tra loro, dicendo che miglioreranno a poco a poco. Ma cosa possiamo fare se ci rendiamo conto che questi partiti sono ormai degenerati, che sono sempre più corrotti, legati al crimine organizzato, autoritari? Se ci rendiamo conto che è soltanto una rotazione tra due bande di briganti che vogliono controllare il territorio, come possiamo desiderare un cambiamento? Io non vorrei prendere la responsabilità di tenerci Berisha o di mettere Rama al suo posto. Anche votare scheda bianca in Albania vuol dire esporsi a chi vorrebbe scrivere un nome sulla tua scheda, a tua insaputa. Io vorrei invece che si facesse una grande croce sulla scheda. Sarebbe il segnale di un nuovo movimento, o meglio il modo per far capire ai banditi che devono cambiare.

Come vede lo scontro tra Sali Berisha ed Edi Rama?

Berisha e Rama

Berisha e Rama

Si tratta di due leader carismatici alla Berlusconi, che rappresentano ognuno un partito privo di qualsiasi vita democratica. Sono il prodotto della nostra tradizione, a partire da Enver Hoxha, e delle peggiori trasformazioni dell’occidente, sotto il potente influsso dei media. Entrambi sono paranoici, ognuno a suo modo, ebbri di potere fino all’estremo. Rappresentano molto bene le strutture familiari, paternalistiche dell’Albania. Berisha attacca Rama a causa dei legami passati della sua famiglia, visto che lo zio di sua madre era stato membro del Politburo. In questo Paese, l’appartenenza a un clan familiare è molto importante. Rama attacca invece Berisha a proposito della sua età, insultandolo.

Quali sono il segnali dell’eredità del comunismo nelle pratiche politiche?

Si tratta di un’eredità molto pesante. Cinquant’anni di comunismo hanno educato le persone a non essere responsabili. Era lo Stato, la leadership che decideva dove dovessi nascere, che scuole avresti frequentato, cosa dovevi imparare, che professione avresti fatto. Sono tra quelli che ritengono che oggi siamo per il 60-70% in continuità con il nostro passato, mentre il resto è stato importato dall’Occidente. Quando il regime è crollato, non abbiamo appreso il senso di responsabilità, o a creare delle comunità. Molti albanesi sono emigrati, mentre gli spazi pubblici venivano distrutti. Questo si vede chiaramente nelle costruzioni allucinanti di Tirana. Gli albanesi continuano a cercare dei leader carismatici.

Il regime passato ha insegnato alle élite una sorta di doppio linguaggio, a non fidarsi. Abbiamo ereditato una cultura della manipolazione e della simulazione, sulla quale si basa la relazione tra le élite e il popolo.

Enver Hoxha in un francobollo commemorativo

Enver Hoxha in un francobollo commemorativo

Qual è il posto e il potenziale del nazionalismo albanese?

Questo rimanda alla questione del doppio linguaggio. Ogni partito politico è nazionalista nel senso che nessuno osa dire che il sogno di unificazione del popolo albanese è terminato. Il Kosovo esiste, gli albanesi di Macedonia anche, e noi rimaniamo dove siamo. Questo sogno è rimasto sotto il tappeto durante la dittatura, poi è ritornato negli anni Novanta. Esiste poi un linguaggio per il pubblico albanese e un altro all’estero. Questo riflette anche le ambiguità dell’Unione Europea, riguardo al progetto stesso dell’Unione. Anche in Europa ci sono dei nazionalismi forti, e prospettive incerte.

In Albania, la retorica dominante è il nazionalismo europeista. I politici dicono: “Noi albanesi saremo unificati sotto il cielo europeo, quando non ci saranno più le frontiere, e potremo dimenticare la Serbia, la Macedonia e la Grecia!” Se il progetto europeo fallisse, l’Europa vedrebbe il suo peggiore riflesso nei Balcani. Il peggior disordine possibile. Non mi riferisco a una guerra. Altri attori, come la Russia, che ha dei legami forti con la Serbia, o la Turchia, che ha sostenuto gli albanesi e la Bosnia, entreranno nelle danze, e torneremo ad antiche alleanze.

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Lettera da Istanbul – in cammino verso Taksim

Zanzana pubblica qui una lettera ricevuta dalla cara amica H., nella quale si raccontano le ultime ore di rivolta a Istanbul. Zanzana ringrazia tanto H. per la lettera e le foto, augurando all’amata Turchia e ai suoi abitanti il miglior futuro possibile.
English version available here
Cara Zanzana,
come stai?
In Turchia c’è molta confusione: per la prima volta in vita mia ho partecipato a una manifestazione. Ti sto scrivendo dal traghetto, quello che porta dall’Asia all’Europa. Non so cosa dica di noi la stampa europea.
Tutto è cominciato con il Parco Gezi. Il governo voleva costruire un centro commerciale nel parco. Alcuni giovani ambientalisti hanno iniziato a dormire in tenda nel parco, con le famiglie e i bambini, per proteggerlo. Dormivano lì, e durante il giorno leggevano libri. Giovedì sera anche le mie amiche ci sono andate. Quella notte, mentre tutti dormivano, verso le cinque del mattino, la polizia ha iniziato a dar fuoco alle tende, spruzzando gas e spray al peperoncino sulle persone innocenti.
Venerdì sera mentre tornavamo dal matrimonio di un’amica, verso le due, abbiamo accompagnato alcuni amici a casa. Il matrimonio era nella parte asiatica. I nostri amici abitano in quella parte della città.

Abbiamo visto che alcuni camminavano per le strade avvolti nelle bandiere della Turchia, e applaudivano, cantavano, le donne erano uscite sui balconi e battevano con i cucchiai sulle pentole in segno di protesta.
Allora ho capito che non eravamo solo noi, a esserci stufati del governo di Erdogan.
La parte asiatica (Kadıkoy) è governata dal partito repubblicano (CHP), il partito di Ataturk. Kadıkoy come sai è una zona residenziale: a Kadıkoy non è facile vedere la gente che protesta. Non scoppiano bombe a Kadıkoy. Non succedono cose straordinarie.
Kadıkoy è sempre moderna e laica. Il giorno dopo abbiamo saputo che tutti, nella parte asiatica, sono usciti di casa alle due di notte, e hanno camminato verso la parte europea, diretti al Parco Gezi, attraversando il ponte sul Bosforo a piedi.
Manifestanti attraversano il ponte a piedi

Manifestanti attraversano il ponte a piedi

Sabato mattina abbiamo aperto i giornali. Noi leggiamo il quotidiano Hurriyet sull’Ipad. Nei fine settimana compriamo anche Haberturk, un quotidiano laico. Il proprietario di Haberturk è Ferit Sahenk, proprietario anche della banca Garanti Bankası, dei canali televisivi Haberturk, NTV, delle riviste Vogue e GQ Turchia, di molti ristoranti come Zuma e altri. E’ una persona gentile, giovane e moderna.
Su Haberturk non c’era nessuna notizia. Una piccola foto e due righe. Sui canali televisivi niente. Tutti hanno paura di Erdogan. Ferit Sahenk, che costruirà la metropolitana di Umraniye-Cekmekoy, non vuole opporsi al governo per i propri interessi economici, anche se non tutti lo sanno.
A quel punto la gente è diventata ancora più nervosa. I mass media stavano ignorando quello che succedeva per le strade.
Sabato all’ora di pranzo abbiamo incontrato i nostri amici e siamo andati a Kadıkoy. I traghetti erano gratis, si poteva salire liberamente. Tutti avevano le bandiere e le maschere antigas. Non puoi immaginare quanto fosse affollato. Anziani, giovani, bambini, signore, alcuni con grandi vasi di fiori, altri con le bandiere. Tutti insieme. I nostri mariti ci hanno lasciato al porto di Kadıkoy e sono andati a Besiktas. Li abbiamo salutati come se andassero in guerra. I traghetti si riempivano e tutti li salutavano, cantando e sventolando bandiere.
Traghetto Kadikoy-Besiktas

Traghetto Kadikoy-Besiktas

Poi verso le tre, i nostri mariti ci hanno detto che la polizia si era ritirata dal parco Gezi e aveva smesso di attaccare i manifestanti. Allora anche noi abbiamo preso il traghetto e siamo andati a Besiktas. Abbiamo camminato fino a Kabatas. Poi dal pendio di Kazancı siamo arrivati a Taksim. Taksim era in festa. Giovani venuti da altre città, artisti famosi come l’attore Halit Ergenç, gente dell’alta società, tutti bevevano birra per strada, cantavano.
Per la prima volta in vita mia ho provato un sentimento di unità, di fratellanza. Tutti avevano dimenticato i propri problemi personali ed erano uniti su questo problema sociale. Non sono sicura di esprimermi bene ma mi emoziono molto mentre ti scrivo.
Verso Taksim

Verso Taksim

Da quel giorno, e ogni giorno tutti, la gente normale, cercano di andare a Taksim.
A Besiktas, vicino allo stadio di İnonu o a Kabatas ci sono stati scontri con la polizia. Alcuni, sfruttando la confusione, cercano di promuovere i propri partiti o altri gruppi, danneggiando gli arredi pubblici, le fermate dell’autobus, i manifesti pubblicitari.
Il Presidente della Repubblica, Abdullah Gül, cerca di calmare le acque, come anche il sindaco, ma il primo ministro Erdogan rimane fisso sulle sue posizioni, è così ostinato e continua a dire “Faremo un centro commerciale al parco Gezi, faremo anche una moschea”, parla così.
Allora la gente si arrabbia di più e continua a camminare verso Taksim.
Ora nel Parco Gezi (ieri N. era lì con gli amici), la gente ha appeso delle altalene di stoffa tra gli alberi. Alcuni suonano tamburi, leggono libri e giocano a palla.
Gli alberghi più lussuosi che circondano il parco, come il Marmara e il Divan, hanno aperto le porte a tutti. La gente può andare in bagno e riposarsi nella hall.
C’è un’atmosfera di aiuto, di unione e di fratellanza.
Speriamo e preghiamo che tutto finisca e Erdogan lasci il potere.
Ho dimenticato di scriverti un’altra cosa molto importante.
Una settimana prima di questi fatti, Erdogan ha vietato la vendita di alcool dopo le 22:00 e ha vietato anche bere alcool nei parchi e in luoghi aperti, perfino ai concerti.
A Caddebostan vicino al mare andavamo a fare il picnic e in genere si beveva la birra, o altri alcolici. Ha cominciato a intervenire alla nostra vita. Costringe le donne a fare tre figli. La settimana scorsa quando ho letto questa notizia sono rimasta scioccata come la maggioranza della popolazione. Tutti avevamo paura forse, e aspettavamo in silenzio quelle cose che forse ci accadranno.
Il parco Gezi è stato il motivo scatenante.
Spero di non aver fatto tanti errori e che questa lettera ti piaccia.
Sono curiosa di come si veda la situazione dall’Europa.
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Zanzana Colombiana #2: sicurezza e cibo

[Continua da Zanzana Colombiana #1]

Di certo, l’ansia securitaria non era mancata in questo viaggio. Alla partenza di Zanzana, in tanti si erano agitati, temendo improbabili rapimenti o furti, pur sapendo che il computer aziendale di Zanzana era stato rubato in ufficio, a Milano, e conoscendo le storie di numerosi studenti stranieri derubati, perfino in albergo, appena messo piede nella Città da Bere. A Bogotà si vedeva polizia privata dappertutto, all’aeroporto la dogana faceva la scansione dei bagagli anche in uscita, in fiera ti offrivano un antifurto per il computer, non sapendo che tu te lo porti anche in bagno, controllavano la borsa anche quando te ne andavi: non si sa mai che avessi preso il computer di qualcun’altro. Zanzana rimaneva abbastanza in paranoia su questi temi, ma non poteva dire di essere in un ambiente dove non si facesse attenzione.

Zanzana aveva avuto un’esperienza piuttosto approssimativa del cibo di queste parti, ma era mangiando che aveva davvero capito a quanti chilometri da casa si trovasse. Qualsiasi cibo, anche quello dall’aspetto più innocente, nascondeva sempre qualcosa di inaspettato, come le era successo con il Lomo alla Criolla, apparentemente una semplice bistecca con salsa di pomodoro e cipolle. Spezie, colori, combinazioni di dolce e salato, frutti completamente sconosciuti: le soprese erano sempre in agguato. Una delle esperienze più memorabili era stato il Desayuno Santafereño, colazione tipica consumata domenica che, invece di prepararla a una giornata di lavoro, le aveva fatto desiderare di tornare a dormire. La meraviglia era composta da cioccolata calda, formaggio, porzione di frutta (con l’immancabile papaya, della quale Zanzana, se potesse, porterebbe a casa un bancale), arepas (focaccine a base di farina di mais bianco o giallo e, a volte, uovo) e due tamales. Il simpatico tamal è una polpetta di farina di mais, farcita di ceci, carne di manzo e pollo bollita, pezzetti di grasso di maialino e cotenna, il tutto avvolto in cottura in una foglia di banano.

Ecco i due Temal

Ecco i due Temal

Dopo un po’ di esitazione Zanzana, una volta giunta a Medellin, aveva deciso di affrontare i due frutti che le avevano fatto trovare in camera, e che iniziava a sospettare non fossero lì per bellezza: le Granadillas.

Granadilla superstite

Granadilla superstite

Zanzana aveva faticato non poco ad aprirla, per poi scoprire che aveva una buccia parecchio spessa e croccante, ma facile da staccare. L’interno era composto da semini avvolti in un liquido dolce piuttosto denso, e la faceva sembrare una parente esotica del melograno (in realtà appartiene alla stessa famiglia del frutto della passione). Presa dall’entusiasmo, Zanzana ne aveva mangiate quattro, portandone una anche all’amica N., che le adora, ma vi sconsiglia di divorarne altrettante.

Granadilla aperta

Granadilla aperta

Un’altra esperienza piuttosto notevole era stato il Churrasco, a Quito: nella versione ecuadoriana, una bistecca circondata dalle immancabili patate fritte, carote e fagiolini, un bell’avocado e per non farsi mancare niente due uova a sormontare il tutto. Zanzana si chiedeva se da queste parti possano essere apprezzati i cibi che non prevedano la presenza delle uova o delle patate oltre a pensare che forse, per le persone di qui, non sia facilissimo apprezzare le cucine europee, che devono sembrare abbastanza pallide nei sapori rispetto alle abitudini locali.

Churrassco: leggero prima del viaggio

Churrasco: leggero prima del viaggio

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Zanzana Colombiana #1: Bogotà, piante, mobilità

Il tassista leggeva il giornale agli incroci, non era un buon segno: ci avremmo messo un bel po’. L’aria di Bogotà era sottile, il cielo cangiante, passava dalla pioggia alle nuvole in pochi minuti. Zanzana aveva preparato un itinerario impegnativo: non aveva tempo o energia per fare turismo, di certo avrebbe fatto turismo dal finestrino.

La vegetazione l’aveva lasciata interdetta fin dal primo istante: forse Bogotà aveva conosciuto pochi architetti, ma di certo avrebbe fatto la felicità di un giardiniere. Arrivando in aereo, sembrava di atterrare su un tappeto verde tra le colline; in città la vegetazione pareva incontenibile, tra aiuole, giardini delle case, alberi altissimi lungo le carreggiate, oleandri e innumerevoli altri arbusti dai fiori dai colori vivaci. L’impressione di verde smeraldo era di grande aiuto per distrarsi dagli edifici, che parevano tutti ispirati dalla medesima mente perversa.

Vista dalla stanza di Zanzana

Vista dalla stanza di Zanzana

Zanzana aveva desiderato molto venire in questa parte del mondo: era ben contenta di trovarsi in un posto dove il sorriso è un’abitudine collettiva, senza avere niente di peccaminoso o poco serio, e dove sembra che la reputazione e i comportamenti femminili non siano il principale cruccio della società, come in altri Paesi che sono stati la casa di Zanzana.

A spasso per la Merced

A spasso per la Merced

Trasporti pubblici

Trasporti pubblici

Salendo verso Teusaquillo e la Merced si entrava in un altro mondo: strade strette, giardini e case d’epoca. Anche la casa dove Zanzana ha brevemente abitato era un’alternanza armoniosa di stanze, cortili e verande, in un quartiere dominato da palazzi e grandi boulevard. Scendendo verso quartieri più moderni, faceva la sua comparsa il risciò: nella grande varietà dei mezzi di trasporto a Bogotà, questo Zanzana non se l’aspettava proprio. Tra milioni di auto e taxi, trasporti pubblici di tutte le dimensioni e fogge, biciclette, carretti trainati da cavalli, ora le passava a fianco una bici, con un posto passeggero posteriore, saggiamente ricoperta di plastica blu, contro le probabili intemperie.

Di certo, tra le cose che Zanzana rimpiangeva di più era non aver sfruttato la ciclovia pedonale della domenica: tutta la mattinata libera dalle auto, per una delle ciclabili urbane più lunghe del mondo. Zanzana aveva pensato di noleggiare una bici e di scoprire la città in sella come si conviene, ma la stanchezza, il lavoro, il tempo variabilissimo l’avevano fatta desistere. Naturalmente, durante la giornata in taxi aveva concepito la folle idea di usare la bici, una volta presa confidenza con la città, per le sessioni di incontri della prossima occasione a Bogotà: di certo non poteva accontentarsi di imparare a usare il trasporto pubblico. L’inquinamento la lasciava però perplessa: Bogotà è a 2600 metri, ma non era l’alta quota a darle fastidio. L’aria bruciava la gola e gli occhi, e in qualche occasione, faceva abbassare la voce.

Le avevano poi detto di non prendere mai il taxi per strada, ma di farlo sempre chiamare. Aveva sempre obbedito, ma non capiva perché? Se i tassisti eran sempre gli stessi, davvero ti imbroglierebbero subito, se li prendessi senza chiamata, mentre di solito sembravano tranquilli? Zanzana rimaneva comunque stupita dalla loro abilità: a Bogotà gli indirizzi sono solo file di numeri, peggio di un numero di cellulare italiano, ma tutti i tassisti che aveva incontrato memorizzavano l’indirizzo di destinazione alla prima occhiata. Il sistema di chiamata del taxi era peraltro abbastanza complicato, con la targa della macchina che ti veniva fornita insieme a un codice per identificarti appena salita in macchina.

[Continua…]

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Pensando a Damasco, e alla cara amica L.

La Cittadella di Damasco, 8 Aprile 2013, Lens Young Dimashqi

La Cittadella di Damasco, 8 Aprile 2013, Credits Lens Young Dimashqi

Ogni tanto Zanzana cita Damasco nei suoi delirii. Aveva anche promesso all’amica Patty di scrivere qualcosa sul tempo trascorso laggiù, ma l’inchiostro si è seccato nella penna. Zanzana non sa se sia a causa del senso di inutilità che pervade le sue parole, visto che in Siria adesso c’è la guerra, o se perché quando era a Damasco, in fondo, Zanzana non era ancora nata. Ogni tanto Zanzana riesce a pubblicare qualche traduzione di argomento siriano, ma poco altro.

La cara amica L. era con lei a Damasco, insieme a tanti altri, e ci è rimasta anche per più tempo. L’amica L. ha trovato le parole per descrivere quello che Zanzana e i tanti cari amici che erano a Damasco sentono quando vedono la loro casa andare in rovina, e ha gentilmente concesso a Zanzana di condividerlo in questo quaderno di follie. Zanzana vi assicura che tutto quello che leggerete corrisponde a come ci sentivamo, alla magia che quella città ci ha lasciato.

La cara amica L. ha poi attivato anche un’importante iniziativa concreta per aiutare i bambini siriani, insieme all’associtazione Time4Life: di questo Zanzana vi parlerà in un prossimo capitolo.

Se poi usate Faccialibro, Zanzana vi consiglia vivamente di seguire questa pagina, dalla quale ha tratto le foto che vedete qui: molte foto vi faranno stare male, tante altre vi daranno un’idea della poesia che si respira in quella città e in quel Paese.

Non ho mai amato nessuna città come ho amato Damasco.
Camminare per le strade di Damasco nelle serate estive, scoprire l’odore dolce dei gelsomini in fiore dietro un angolo, attraversare quel vicolo che ricordava baci rubati, sedere all’ombra della storia con un gruppo di amici, giocando a carte, fumando narghile e bevendo zuhurat (tisane a base di erbe e fiori, molto diffuse in Siria), ascoltare con meraviglia sempre nuova il canto del muezzin alzarsi dai minareti della moschea degli Omayyadi, seguito dai rintocchi di una campana del vicino quartiere cristiano…
Per me la parola Siria sapeva di pane caldo con semi di sesamo appena sfornato, di labne e olive, del profumo delle carni arrostite e di quello del gelato artigianale fatto con crema e pistacchi… era una parola dolce come il suono dell’acqua delle fontane, una parola accogliente come una casa e come il sorriso degli amici ogni volta che tornavi da un viaggio, una parola melodiosa come quelle canzoni che tutti si ritrovavano a cantare seduti al ristorante, agitando al ritmo dell’oud un fazzoletto in mano, una parola potente come i versi delle poesie di Nizar Qabbani… Siria era il luogo in cui ritornare, non quello da cui partire, era il luogo in cui sognavo di vivere insieme ai miei figli, per potergli fare assaporare il gusto di una storia che mescolava l’oriente e l’occidente in un mosaico unico per la sua armonia
Oggi leggo, ascolto e vedo la parola Siria tra macerie, sangue e distruzione… ed è anche una parte di me che va in pezzi, che viene distrutta. Piango per Damasco e per i siriani come mai farei per Perugia e i perugini. E provo una nostalgia tale che mai ho sentito nei confronti della mia città natale durante tutti i miei anni di permanenza all’estero… già …un “estero” che è stato per me casa accogliente e festosa, e che oggi mi manca terribilmente…

L., Perugia, 12 aprile 2013.

Presso la moschea degli Omayyadi, Damasco, 5 aprile 2013, Credits Lens Young Dimashqi

Presso la moschea degli Omayyadi, Damasco, 5 aprile 2013, Credits Lens Young Dimashqi

Zanzana ringrazia con tantissimo affetto la cara amica L.

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La Lista delle Cose Sì

Zanzana è in forte difficoltà. Non vuole però ammorbarvi, né ammorbarsi, con l’elenco delle cose che non vanno o con la descrizione, a uso e consumo degli ultimi illusi, di quello che sono diventate le aziende in Italia oggi. Farà perciò una Lista delle Cose Sì, relativa alla sua nuova vita, dopo aver cambiato Compromesso di Sopravvivenza. Si tratta di un’abitudine che aveva preso al Vecchio Compromesso di Sopravvivenza: dopo un viaggio, mentre aspettava un aereo per tornare finalmente a casa, a volte faceva un elenco delle cose positive che erano successe (Cose Sì) e di quelle negative (Cose No), per vedere il viaggio nella prospettiva più obiettiva possibile, sia dal punto di vista personale che professionale. Questa volta farà solo l’elenco delle Cose Sì, cercando di trovarne almeno dieci, per darsi il coraggio di iniziare una settimana che preferirebbe cancellare dal calendario (come forse sapete a Milano inizia il Salone del Mobile, che Zanzana non potrà godersi, potete immaginare come mai…).

La Lista Perfetta

La Lista Perfetta

Lista delle Cose Sì, in ordine casuale:

1. Zanzana fa 12 km al giorno in bici, andata e ritorno dal Compromesso di Sopravvivenza: è molto probabile che diventerà una grande gnocca, nonostante l’età non verdissima.

2. Zanzana ha una Posizione: a parte il fatto che una posizione si può sempre rivendere, Zanzana ha finalmente riempito le aspettative silenziose che sentiva su se stessa, sia dall’interno che dall’esterno. Ora si sente molto più leggera, accarezzando il sogno che il prossimo passo potrebbe essere un’esperienza di non lavoro, non di ulteriore potere o prestigio.

3. Zanzana ha leggermente migliorato la sua Situazione Pecuniaria: a parte il fatto che Zanzana aveva da tempo quasi eliminato tutte le spese che non fossero cibo, bollette, affitto, orto, qualche viaggio e qualche cavallo, ora può andare al mercato del sabato e caricare sul carrello, se affamata, un numero di chili di alimenti che trascina a fatica (tranquilli: Zanzana è in grado di divorare tutto ciò che acquista, non butterà via niente).

4. Zanzana può finalmente vedere da vicino come funziona un’Azienda: capirete che si tratti di un piacere veramente sottile, visto che il suo risultato più immediato è che Zanzana si arrovelli buona parte del suo tempo per trovare un modo che le consenta di fuggire dal Mondo del Profitto, con buona pace dei Mont Blanc e di Fornello che ci vorrebbero portare alla tomba lavorando.

5. Zanzana lavora con colleghe e colleghi da tutto il mondo: prima si concentrava su una parte del mondo, ora ha tutto il Globo. Questa è una Cosa Sì molto preziosa e stimolante, della quale va particolarmente fiera.

6. Zanzana è entrata in un ambiente nuovo, e non si sa mai chi potrebbe conoscere: estendere il mondo delle relazioni professionali è sempre qualcosa che può portare benefici inaspettati (Zanzana non ha trovato il nuovo Compromesso per via di conoscenze, ma si è potuta comunque rivendere le reti che aveva costruito con un certo impegno).

7. Zanzana ha un Compromesso di Sopravvivenza in un nuovo Quartiere: nonostante la fatica per raggiungerlo e il fatto che il quartiere sia più spento del precedente, Zanzana è contenta di conoscere una nuova zona di Milano, per giunta più popolare e meno trendy.

8. Zanzana si sposterà presto con il Compromesso di Sopravvivenza a meno di 3 km da casa: ogni giorno, Zanzana pensa che deve sopravvivere almeno fino a ottobre, quando il Compromesso di Sopravvivenza si sposterà a una distanza accettabilissima sia da casa che dall’orto, cosa che forse la renderà meno scattante fisicamente ma di certo meno isterica, visto che potrà risparmiarsi almeno un’ora al giorno nel traffico.

9. Zanzana lavora con una persona veramente valida: non servono commenti (si tratta di una collega).

10. Zanzana ha il Compromesso di Sopravvivenza in un palazzo con un portinaio gentilissimo: un sorriso e un saluto decente sono un’ottima colazione anche in giornate pessime.

Di certo ci sarebbero molte considerazioni da fare, anche solo in base a queste poche righe, rispetto a quello che veramente ci rende felici nella vita; in ogni caso Zanzana si avvia più tranquilla a cercare di superare un’altra settimana.

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Cambiare Padrone

Cambiare Padrone

Cambiare Padrone

 
Un bel giorno ti svegli, e non devi più andare nello stesso ufficio. Non sai bene come sia successo, ma tutto è cominciato con un sibillino messaggio su Linkedin, quando pensavi che tutto fosse perduto. In omaggio a quel momento, ora dedichi un’attenzione maniacale al social network, forse chiedendoti quanto durerà il nuovo Compromesso di Sopravvivenza. Hai risposto, ti hanno chiamata, hai confezionato di corsa un curriculum in inglese nel primo ufficio. Sei andata al colloquio, mille complimenti poi tutto tace per tre settimane. Alla fine sei sempre quella che ai colloqui va benissimo, ma poi prendono un’altra. Di colloquio non ne hai fatto uno, ma almeno tre, uno dei quali con annessa interrogazione da parte della Regina. Alle fine prendono te, e non puoi fare a meno di chiederti chi dei colleghi che conosci abbia rifiutato affinché ti ripeschino. Ti capita spesso di essere ripescata, per un colpo di fortuna ti era successo anche per il Master di Cagliari. Nel frattempo nel primo ufficio sei molto nervosa, non sopporti più tutte le stupidità quotidiane di cui sono intessute le tue giornate. Non sai ancora se e come ne dovrai sentire di simili al nuovo Compromesso, ma qualcosa di te pensa sempre che se è arrivata un’opportunità, dovrà senza dubbio portarti qualcosa di buono.

Non l’hai detto a nessuno, o meglio, l’hai detto a pochi, anche se tante volte vorresti raccontare tutto a tutti. Ti sei resa conto che la cartomante incontrata a Ortakoy aveva azzeccato, e non vedi l’ora di raccontarlo agli amici che ti avevano accompagnata. Speri che questa sia l’unica parte della previsione che si avvererà, evitando le altre, che parlano di solitudine e malattie, ma ne dubiti.

Arriva il giorno in cui lo dici, e crei scompiglio. Cerchi di fare le cose come vanno fatte, senza ribaltare il tavolo, senza abbandonare il Compromesso da un giorno all’altro. Non ne sei pentita, ma forse non è stata la decisione migliore.  Inizi a dirlo anche ai colleghi più vicini, e ti dispiace: non avresti voluto metterli in una situazione spiacevole. Siete andati a pranzo l’ultimo giorno, e ti hanno fatto un regalino per l’orto. L’ultima settimana la passerai in Turchia, allora inizi a dirlo a tutti: quello che davvero ti stupisce è l’ondata d’affetto. Vorresti portare con te molte persone, ma davvero non è possibile. Se però sicura che quello che ti è capitato, oltre ad aver confortato te, sia stato utile anche a tante altre, a far pensare loro che davvero una speranza c’è, che non bisogna rassegnarsi, che non è vero che le aziende abbiano l’ultima parola su tutto e che una dipendente valga l’altra: l’hai letto negli occhi delle colleghe.

La mattina della partenza per Malpensa ti chiama I., per svelarti in via non ufficiale che nell’ultimo viaggio ti accompagnerà un cane da guardia: hai dovuto aspettare sette anni prima di poter avere compagnia in un viaggio! L’obiettivo di questo inseguimento non è chiaro: hai dato un mese di tempo perché ti venisse affiancata una persona e non si è visto nessuno, e adesso mandano uno di corsa all’aeroporto, da un giorno all’altro, per controllarti. Si illudono che basti davvero poco.

Cane da guardia

Cane da guardia

Vista la presenza del compagno di viaggio, avvisi le amiche e appena le vedi racconti i dettagli: nessuno sapeva ancora nulla. Ancora una volta, ti meravigli di come le persone che segui da anni al lavoro non aspettassero altro che un’occasione per poterti aiutare. Ne sei lusingata e non puoi credere che tutto quello che hai fatto per anni, senza che nessuno te l’avesse chiesto e senza che gli venisse attribuito alcun valore particolare, sia quello che oggi ti sei potuta rivendere.

La tua vita è oggi molto cambiata, non sei sicura che ciò sia avvenuto in meglio; ti è sembrato però di aver completato qualcosa che fosse necessario fare, oltre ad aver ovviato a delle stringenti necessità materiali. Ora sai che hai raggiunto quello che ci si aspettava da te, e che forse per alcuni anni ti eri aspettata anche tu: ti sembra perciò che alcuni progetti avranno più spazio, saranno più liberi perché nulla mancherà in quello che li ha preceduti. Ti rimane però anche l’amara sensazione che rimarranno solo sogni.

Cavalli in campagna

Cavalli in campagna

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Il futuro della scuola in Siria

Versione originale: المدرسة السورية…الان

di Hassan Abbas, tradotto da Zanzana Glob
Pubblicato su Al-Mudun, 6 marzo 2013
A due anni dall’inizio della rivoluzione siriana, Zanzana propone una riflessione sulle condizioni attuali della scuola in Siria, pubblicata da Hassan Abbas su Al-Mudun.
Campo profughi di Gaziantep, 26 novembre 2012

Campo profughi di Gaziantep, 26 novembre 2012


“La Scuola è fabbrica di Cittadinanza”: così recita tutta la letteratura su questo concetto, compresa quella che ne critica la versione tradizionale per chiedere il riconoscimento dei diritti culturali di gruppi minoritari nell’ambito dell’unità politica di un determinato Stato. Di certo la scuola siriana non è mai stata un grande esempio di formazione alla cittadinanza negli ultimi anni, per due motivi principali: il primo è il pensiero populista, che vede la scuola come uno strumento strategico per allevare generazioni imbevute di quel pensiero unico, che si è eretto a guida del Paese e della società. Il secondo, che deriva dal primo, è il modello di insegnamento, che non è stato creato in base a criteri che tengano in considerazione l’educazione e la formazione del cittadino, ma che ha invece amplificato le divergenze presenti naturalmente nella società, creando intere generazioni di siriani ignari delle caratteristiche essenziali della loro società. Tra le conseguenze di tutto ciò vi è la creazione di immagini stereotipate dell’altro, ad esso attribuite dall’esterno, incomprensibili all’interessato. Ad esempio, si può dire che i siriani conoscano davvero i curdi che vivono nel loro Paese? I musulmani conoscono davvero i cristiani? Ma anche all’interno dell’Islam, gli esponenti di una certa comunità religiosa conoscono le caratteristiche specifiche delle altre?
La scuola siriana ha lavorato per la cancellazione delle differenze che hanno modellato il Paese storicamente e culturalmente, e, nel momento in cui non ha potuto cancellarle, ha innalzato dei muri. In questo modo ha dato vita a intere generazioni i cui membri non si conoscevano l’un l’altro arrivando a ignorarsi completamente: l’essere umano percepisce però come nemico ciò che ignora. Quest’ignoranza ha costituito terreno fertile per la polarizzazione confessionale, favorita dal regime come uno strumento della sua soluzione militare al conflitto corrente da un lato, dall’altro per il rafforzamento delle componenti della popolazione più svantaggiate dal punto di vista dei diritti.
A livello delle condizioni materiali, la svolta militare da parte del regime da portato alla distruzione di un numero enorme di scuole, circa quattromila secondo alcune stime, per non parlare del numero di scuole che vengono ora utilizzate come centri d’accoglienza per le famiglie dei rifugiati, e di quelle che non possono essere utilizzate a causa della difficoltà a raggiungerle da parte degli scolari e delle scolare. Anche in località relativamente sicure, come la capitale e dintorni, le famiglie esitano molto a mandare i figli a scuola, per paura che vengano colpite da bombardamenti.
Non è necessario discutere come queste gravi perdite a livello delle istituzioni educative, oltre all’erosione dello Stato e delle sue istituzioni, in primo luogo quelle più delicate, in vaste aree del Paese, dopo il crollo dei meccanismi di controllo del sistema, abbiano creato nuovi problemi nell’ambito dell’insegnamento, con conseguenze negative molto difficili da evitare per la Siria: in primo luogo, la ricostruzione delle infrastrutture scolastiche,  poi il cosiddetto “Divario educativo”, non solo tra le competenze ottenute e quelle effettivamente richieste dal mercato del lavoro, ma anche quello relativo alla giustizia educativa tra i sessi e tra le diverse regioni del Paese, dal momento che in alcune zone, durante gli ultimi due anni, gli scolari non hanno potuto completare alcun grado d’istruzione.
Tuttavia, l’emergere di questi gravi problemi non deve impedire di porre la questione dell’educazione alla cittadinanza, e di considerarla al pari degli altri problemi, posto che i rivoluzionari siano ancora convinti che lo Stato di diritto e i diritti di cittadinanza siano tra gli obiettivi della rivoluzione.
Di recente, sono trapelate delle notizie provenienti dai campi profughi siriani in Turchia, secondo le quali nei campi sono state organizzate delle lezioni per i bambini ospitati nei campi. Pare però che i programmi siriani siano proibiti in queste scuole d’emergenza, mentre le sole due materie che vengono insegnate sono il turco e le materie religiose.
Inoltre, è ormai noto che in alcune zone a maggioranza curda sono state aperte delle classi dove ai bambini vengono impartiti programmi completi, tratti da quelli usati nel Kurdistan iracheno, in lingua curda.
Sui social media passa un’immagine, proveniente dai dintorni di Idlib, dove si vedono degli scolari in una stanza utilizzata come scuola. Su un lato della stanza ci sono degli scolari intenti a leggere, dall’altra parte altri stanno pregando.
Possiamo trovare molti altri esempi che dimostrano una sola cosa, la ricostruzione di una scuola che non prepara i cittadini di un unico Stato, ma i membri di alcune singole componenti religiose e sociali di questo Stato. Tutto ciò significa l’ampliarsi a dismisura dei divari esistenti nella società, e il progressivo ridursi, fino a scomparire, dei diritti di cittadinanza.
La domanda che dobbiamo porci è dunque: dove sta andando la scuola siriana?
Zanzana ringrazia e ricorda con nostalgia il suo professore Hassan Abbas.
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Islanda in sella

English Version here.

Non eri affatto sicura di farcela. Il vento era forte, pioveva, avrebbero cancellato. Presto però ti sei trovata alla fattoria, a provare i copriabiti da pioggia del maneggio, di un bel colore arancio carico, casomai qualche amazzone si perdesse. Heida canticchia e ti aiuta, non richiesta, a indossare il tuo. E’ nettamente più asciutta di te, pur avendo almeno il doppio dei tuoi anni. Trafughi un paio di guanti da un mucchio informe, per un colpo di fortuna son di lusso. Saremo in venti e più, di sicuro non cancelleranno oggi. I cavalli fanno colazione, ti chiedono se sai andare. Con falsa modestia dici “intermediate” e ti assegnano Kleihthur, o almeno questa è la trascrizione del suo nome dall’islandese. Appena monti ne senti il sangue, ma scoprirai poi che non ama galoppare.

Cavalli a colazione

Cavalli a colazione

Aspetti fuori che tutti montino, il vento ti perfora un orecchio e la pioggia mista a neve sembra una tempesta di polvere ghiacciata. Si parte e rimani indietro, lasciando il posto vicino alla guida ai principianti, ma il tuo destriero non ce la fa. Passi avanti e vedi di tutto: staffe che scappano, briglie completamente sciolte, foto scattate al trotto. Ammiri l’Islanda, il Paese dove si può uscire in passeggiata la prima volta che sali a cavallo, dove i cavalli corrono con noncuranza su lastre di ghiaccio, evitando buche e pietre grandi quanto il tuo zaino. Ricordi Diablo, che al Parco di Monza è capace di inciampare nei suoi stessi zoccoli.

Si va e accade quello che non penseresti: i cavalli fanno la gara. Si divertono un mondo, attaccati gli uni agli altri con i principianti che non riescono a tenerli abbastanza, a cercare di superare il primo della fila, che scarta a destra e a sinistra per tenerli indietro, come una piccola mandria. Presto arriva la pausa, scendi e fai qualche foto a Kleihthur, ma quando ti volti, ti rendi conto che in Islanda l’arcobaleno vale doppio, e prende tutto il cielo.

Arcobaleno islandese

Arcobaleno islandese

Vi dividono in due gruppi, veloci contro lenti. Sei nel gruppo dei veloci, e finalmente si va. Kleihthur allunga il più possibile trotto e tolt, difficilmente arriva al galoppo. Ti ascolta molto, ma qualche volta preferisce pensarci su, per vedere cosa fa il gruppo. A te ispira fiducia, come le altre creature islandesi come lui che hai incontrato, capaci di fare cinque andature e di portare via, disperdendole nel vento, quanto di più pesante sedimentava nel tuo animo.

Kleihthur

Kleihthur

Presto si rientra, non piove più ma il vento è sempre forte. Non puoi trattenerti, e gli fai qualche altra foto. Aiuti a portarlo dentro, poi ti avvii verso il pranzo. Conversi piacevolmente con altre giovani, assai più in vacanza di te. Si mangia la minestra di verdura, che condisci con abbondante pane all’aglio, spalmato di burro: devi sempre fare la figura di quella che ha più fame degli altri. Come sempre il caffé abbonda: ne bevi litri, complice la luce del sole, che al mattino non arriva prima delle 9, e che ti rende piacevolmente sonnolenta.

Presto arrivano i cavalieri del pomeriggio; ci sono anche due dee accompagnate da un personaggio indecifrabile. Questa volta ti viene assegnata una creatura più rapida, ‘faster’, dicono, rispetto a Kleihthur. Ruby sembra essere il suo nome, forse ha a che vedere con il suo colore, non trattandosi di una cavallina. In effetti è molto frizzante, e appena di va ricomincia subito la gara, ma riesci a tenerlo bene. Questa volta il gruppo è piccolo, procede nettamente più spedito e si ferma in pausa sopra una piccola cascata.

Ruby

Ruby e la cascata

Vi dividono di nuovo, e vai con i veloci; questa volta siete in due con l’istruttrice, e andate davvero come pazze, sembra di volare mentre il vento fa di tutto per spingervi indietro. Passi per l’ennesima volta nel fiume, e ti sembra di sentire Eraclito, “Nello stesso fiume scendiamo e non scendiamo”. Di sicuro non sai quanto tempo sia passato, inizi a elaborare un piano per scomparire con la creatura prima di dover rientrare, sebbene la tenuta color arancio ti renda facilmente rintracciabile.

Arrivi al maneggio al galoppo sparato, e ricominci a esagerare con le foto; saluti anche altri amici, che non sono andati al lavoro oggi. Alcuni sanno quando stai per fare la foto e se ne vanno, altri si avvicinano curiosi, sperando che dalla macchina fotografica esca una carota. Li osservi divertita nel loro tempo libero in recinto, trascorso per lo più a farsi i dispetti; pensi che la vita di mandria renda anche il loro carattere più solido, rispetto ai nostri cavalli abituati a vivere soli, nel box, e al loro umore ombroso.

Indiana Jones e altri amici

Indiana Jones e altri amici

Thori ti accompagna in città, insieme agli ultimi rimasti. Avrà quasi l’età di tuo padre, e in qualcosa lo ricorda. Anche lui canticchia a vuoto, come la moglie, e ti spiega cosa c’era negli edifici di Reykjavik quand’era piccolo, prima che aprisse quel ristorante. Per qualche ragione, andava spesso in Italia, e ora ha trovato un Paese completamente cambiato. Tu pensi all’apparente serenità di chi ha faticato tutta la vita tra terra e cavalli e ancora non smette, ma poi scopri che si tratta di qualcuno che è andato all’università. E’ solo da noi che voglion farci credere che valga la pena di non studiare, che trovare lavoro non sia compatibile con l’accademia.

Non puoi spiegare come ti senti leggera. Sei ormai certa che anche il pensiero sia materia, in qualche caso materia corrosiva. Non capisci come i teneri amici pelosi abbiano potuto liberarti da tutta quella materia in eccesso che ti portavi dietro. Vorresti aver fatto qualcosa di altrettanto generoso per loro, che li facesse sentire altrettanto bene, ma non sai bene come. Rimani sempre stupita dalla generosità degli equini.

Tutte le foto della giornata si trovano qui.

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Siria – La mamma di Ayham Ghazzoul

Versione originale: السيدة مريم
di Hassan Abbas, tradotto da Zanzana Blog
Pubblicato su Al-Mudun, 10 febbraio 2013
Ayham Ghazzoul, giovane medico e attivista siriano, è morto, in seguito alle torture subite, mentre si trovava in arresto lo scorso anno, sebbene la notizia sia stata resa nota solo ora. Hassan Abbas, docente e ricercatore attivo anche nell’ambito dei diritti umani, ricorda la sua scomparsa dal punto di vista di sua madre e delle persone che gli erano più vicine. 

Ayham Ghazzoul

Ayham Ghazzoul

La signora Maryam, detta anche Umm Ghassan dal nome del suo primogenito, si siede all’ingresso della stanza che ospita il funerale di suo figlio, martire di appena ventisette primavere. La casa, nella quale si è trasferita a causa dei bombardamenti nel quartiere e il crollo di molti edifici, appartiene a suo fratello, esponente dell’opposizione minacciato d’arresto, che aveva già lasciato il Paese. Era il suo figlio minore, giovane medico di dodici anni più giovane del primo figlio. Raccontano che tutta la famiglia, nonostante il passare degli anni, avrebbe desiderato la nascita di una bambina, sulla quale i genitori potessero riversare tutto il loro affetto e che fosse fonte di serenità per i suoi fratelli maschi. Ma i casi della vita non sempre seguono la volontà delle famiglie, ed era arrivato Ayham.
Ciò che colpisce, nelle foto in cui è raffigurato o nei ricordi che si serbano di lui, è come Ayham sorrida sempre. Era come se la tristezza non potesse farsi strada dentro di lui, come se la voce del destino lo avesse avvertito di quanta tristezza avrebbe lasciato nel mondo dopo la sua morte, chiedendogli di compensare mantenendo sempre il sorriso.
Mi aveva fatto visita in occasione dell’uscita di prigione, dopo il suo primo arresto. Le conseguenze della tortura erano ancora molto evidenti nel suo modo di camminare e nella lentezza dei suoi movimenti. Quella volta, il suo sorriso aveva contribuito a contenere la mia ira, la sua serenità mi aveva fatto vergognare della mia irritazione. Il suo amico mi diceva: dopo ottantasei giorni di prigione lo vedi così, come se non vi fosse mai entrato. Io pensavo: “Ecco finalmente colui che confuterà le parole di al-Tha’labi: ‘Quando dio ha plasmato l’essere umano dal fango, ha fatto piovere su di lui quarant’anni di preoccupazione e tristezza, poi un solo anno di gioia e felicità, per questo nella vita c’è più sofferenza che gioia, più tristezza che felicità'”, e mi sono sentito invidioso, non tanto perché fosse difficile negare quel detto, ma per la sua capacità di mantenere il sorriso, e per la sua ostinazione di fronte alla sofferenza. Anelavo a conoscere il segreto di quell’ostinazione, a scoprirne la fonte.
Al momento del funerale, la signora Maryam sedeva simile a una quercia di montagna, le cui foglie appassite vengono spazzate via dal vento, debole mentre i suoi rami vengono squassati dal vento. Uomini e donne, ragazzi e ragazze vanno e vengono, e la signora Maryam li accoglie con un’espressione limpida, silenziosa, paziente, che nasconde un animo addolorato, timoroso di travolgere i presenti con la sua tristezza.
Quale espressione retorica può descrivere il dolore di una madre privata di suo figlio? La lingua non può che risultare imperfetta di fronte alla “Lacrima della mamma più bella, come un fiore tra tutte le mamme”.
Ragazzi e ragazze riempiono la casa, sono venuti qui sperando che la loro presenza possa donare alla mamma del loro amico caduto la forza di sopportare la disgrazia; lei li ha onorati con il suo vigore, elargendo il profumo della sua profonda umanità. Una ragazza, che ha scelto l’impegno civile come via alla rivoluzione, dice: “Avevo bisogno di vederti prima di scendere in piazza. Chi cercava un sorso di forza morale, fermezza, stabilità, prenda per mano la nostra madre, la madre di Ayham”. Sua sorella, attiva nei soccorsi, afferma: “Ci siamo vergognati delle nostre lacrime. La signora Maryam ci ha detto: ‘Dovete completare quello che avete iniziato, non per Ayham ma per voi stessi‘”. Un’altra ragazza ha detto: “Oggi il sorriso di Umm Ayham oggi ha sconfitto la mia frustrazione, risvegliando il mio ottimismo”.
Ecco dov’era nascosto il segreto di quel sorriso perpetuo, era un sorriso ereditato da questa donna, che sa che può scuotere il mondo con la sola mano sinistra, non con la violenza dell’appello all’omicidio o al suicidio, ma grazie alla sua generosa umanità e alla saggezza determinata dal dolore. Il dolore delle mamme, di tutte le mamme siriane che hanno perso i loro figli in una carneficina, nella quale violenze e delitti si susseguono gli uni agli altri.
Ogni giorno vengono pubblicate nuove statistiche che descrivono l’aumento delle perdite umane, statistiche sul numero dei martiri: martiri della rivoluzione da una parte, dell’esercito governativo dall’altra, il numero delle donne e dei bambini uccisi, quello dei dispersi, degli arrestati, dei feriti…Se mettiamo insieme i numeri di tutte queste statistiche, arriviamo a un numero solo: quello delle mamme che soffrono. Forse la crisi si concluderà con la vittoria di una delle parti che combattono, ma in ogni caso chi perderà saranno le mamme siriane, come la signora Maryam.
Zanzana ringrazia e ricorda con nostalgia il suo professore Hassan Abbas.
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Apri un Blog, e ricevi Regali

English Version here

Oggi Zanzana, quando è tornata dal Compromesso di Sopravvivenza, ha trovato un regalo: una busta, proveniente dagli Stati Uniti, con dentro “I Graffiti della Rivoluzione”, libro del giovane blogger, giornalista e attivista libanese Hani Na’im, sulla rappresentazione grafica delle primavere arabe attraverso i graffiti nelle strade.

Graffiti della Rivoluzione, la copia di Zanzana

Graffiti della Rivoluzione, la copia di Zanzana

Si tratta del secondo regalo ricevuto grazie a questo blog, il primo è descritto qui. Di certo questo blog non rende denaro, ma procura dei doni preziosi 🙂 Zanzana deve questa piacevole sorpresa alla generosità di Octavia Nasr, giornalista libanese della quale ha tradotto “Maryam: un nome, due storie – prima parte” e “Il 2012 Anno della Donna Araba?” , traduzioni tra l’altro molto apprezzate dall’autrice. Un giorno l’amica Octavia, che ha collaborato con Hani Na’im, ha annunciato sulla sua pagina Facebook la disponibilità di tre copie del libro per i suoi lettori più affezionati: Zanzana si è fatta coraggio, e le ha scritto che le sarebbe piaciuto riceverne una. Octavia le ha risposto che il libro era in arabo…e Zanzana le ha ricordato che ciò non sarebbe stato un grosso problema! Così, dopo qualche settimana, il libro è arrivato, e Zanzana ne è piacevolmente sorpresa ed eternamente grata a Octavia. Sicuramente Zanzana vi parlerà del libro, e del suo autore, che ha un interessante blog qui; per adesso, potete leggere qualcosa sul tema qui. Zanzana si gode il piccolo piacere di sfogliare un libro in arabo, con una dedica scritta per lei, cosa che non capita tutti i giorni a Milano; sarà anche vero che ormai online abbiamo accesso a tutto, e che potremmo comprare libri in qualsiasi lingua ricevendoli comodamente a casa, ma rimane comunque una grossa differenza rispetto a farsi una passeggiata in una libreria di Beirut o di Damasco. Zanzana si chiede con nostalgia se sia ancora aperta una delle librerie in cui andava spesso a Damasco, vicino all’hotel Semiramis, e di cui purtroppo non ricorda il nome.

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Maryam: un nome, due storie – prima parte

Versione originale: قصة مريَمين

English Version here: A Tale of Two Maryam’s

di Octavia Nasr, tradotto da Zanzana Glob

Pubblicato su An-Nahar, 22 gennaio 2013

Avete mai pensato seriamente a che cosa vuol dire uscire dal proprio Paese e non potervi mai più rientrare, oltre a non poter rivedere la propria famiglia, rimasta dall’altro lato del confine? La giornalista libanese Octavia Nasr ce lo racconta, attraverso la storia di due donne, entrambe di nome Maryam, vissute tra Libano e Palestina. Zanzana Glob traduce qui la prima storia, a breve la seconda.

Octavia Nasr

Octavia Nasr

La storia che sto per raccontarvi è ambientata in Palestina, al tempo del mandato britannico, quando frontiere approssimative dividevano questa regione dal Libano, dalla Siria, dalla Giordania orientale e dall’Egitto.  A quel tempo la vita era semplice, e le decisioni avevano un’impronta di breve periodo, sebbene comportassero delle conseguenze che duravano tutta la vita. Tutti i racconti tramandati di generazione in generazione parlavano di progetti di carattere elementare, che duravano settimane, al massimo qualche mese, di certo non anni o secoli, per non parlare di una vita intera, fino ad arrivare alle generazioni future. In quel lontano passato, di certo nessuno poteva immaginare, neanche nel più ardito dei sogni, i profondi sconvolgimenti che la vita aveva in serbo.

Una ragazza di nome Maryam, originaria del villaggio di Rmeish (Libano meridionale), si innamorò di un giovane onesto e lavoratore, di Kafr Bir’em, un villaggio vicino, nella Palestina settentrionale. Si sposarono e, nel 1946, ebbero due gemelli. La vita li pose di fronte alla prima sfida nel 1948, dopo la proclamazione ufficiale dello Stato di Israele e la chiusura di tutte le frontiere con i Paesi vicini. Maryam si trovava in visita con i bambini alla sua famiglia in Libano, e affrontò il pericolo della separazione da suo marito per un periodo che “Dio solo sa quanto sarebbe potuto durare”. Così suo suocero attraversò le campagne a dorso d’asino diretto verso il Libano, per recuperare Maryam e i bambini e tornare con loro in Palestina. La madre di Maryam, in preda all’angoscia per il fatto di dover mandare sua figlia incontro all’ignoto da sola, chiese all’altra sua figlia nubile, Nazira, di accompagnarla, per aiutarla e per restare con lei nell’attesa che la famiglia allargata si potesse riunire.

In quel momento, due donne libanesi entrarono in Israele, e non rividero mai più la loro famiglia o ebbero la possibilità di rimettere piede in Libano. Inoltre, il villaggio di Kafr Bir’em fu completamente distrutto dall’esercito israeliano, che espulse tutti gli abitanti cristiani. Dopo quarant’anni, gli abitanti di Kafr Bir’em continuano a lottare per il diritto al ritorno presso il loro villaggio e per la sua ricostruzione. Israele continua ad avere l’ultima parola per concedere i permessi per i funerali o per le visite alle rovine del villaggio. La chiesa è l’unico edificio ancora in piedi, testimone di una vita che esisteva tanto tempo fa, e che potrebbe non tornare mai più, cosa che vale anche per gli abitanti del villaggio.

La Chiesa di Kafr Bir'em

La Chiesa di Kafr Bir’em

La storia continua, e vede Maryam e Nazira diventare cittadine israeliane a tutti gli effetti, come anche i loro mariti palestinesi, che scelsero di rimanere presso la madrepatria. Le famiglie di Maryam e Nazira crebbero, e divennero parte di una nuova vita che non avrebbero mai pensato di avere, ma che non avevano neanche immaginato, desiderato o voluto. Le due donne accettarono però questa nuova condizione. Divennero arabe israeliane ma non dimenticarono, né permisero a nessuno di farlo, da dove venivano, e qual era il Paese che portavano nel cuore. A causa della nazionalità israeliana, Maryam e sua sorella non poterono mai tornare in Libano a visitare la loro famiglia. Una volta, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni, poterono salutare i parenti con la mano ed entrare in contatto grazie agli altoparlanti attraverso il confine giordano. Tuttavia, l’esperienza, assai dura e dolorosa al punto da lasciare una traccia profonda in chi l’aveva vissuta, non venne ripetuta.

Così Maryam e Nazira vissero per i loro figli e, giorno dopo giorno, anno dopo anno, vissero un’intera esistenza lontano da casa e dalla famiglia. Sono palestinesi? No di certo. Arabe? Nemmeno. Israeliane? Certo che no. Sono due sorelle libanesi di Rmeish, sradicate e scagliate nel turbine della vita, che sono riuscite a restare in piedi, trovando delle nuove radici e costruendo delle famiglie forti. Hanno accettato il loro destino, tentando di volgerlo al meglio. Due libanesi orgogliose, che hanno seguito le notizie in arrivo dal loro Paese, aspettando sempre con ansia di sapere qualcosa dei loro cari. Hanno continuato a desiderare di vedere il giorno in cui sarebbero potute rientrare in Libano, magari anche solo per una visita.

I loro genitori sono morti, fratelli e sorelle sono cresciuti, ma il sogno di rivedere il Libano non si è mai realizzato. Maryam è morta nel 1996, Nazira l’ha seguita dopo qualche anno. La loro storia non è mai stata narrata, e la gente non ci farebbe caso, ma  rimane custodita nell’animo dei loro cari, dei familiari e dei vicini, degli amici, dei figli e dei nipoti che furono toccati dal loro grande affetto e dedizione, da entrambi i lati del confine.

La storia di Maryam può costituire una lezione per tutti i libanesi, soprattutto quelli che credono che il loro Paese sia intoccabile, e che rimarrà sempre tale e quale per loro. Quelli che vivono il patriottismo come una sorta di eredità, o che l’hanno ottenuto come ricompensa, senza aver mai realizzato nulla. Mi auguro che la storia di Maryam possa costituire un appello per coloro che non sanno cosa vuol dire essere derubati della propria cittadinanza, a cui non è stata sottratta la madrepatria, che non hanno provato ogni notte l’amarezza di sognare la tua famiglia, che si trova a un tiro di schioppo da te ma con la quale non ti potrai riunire. Quanto agli altri, attraverso la lode di una grande donna libanese di nome Maryam, è necessario che questa storia ricordi loro le contese ancora irrisolte e ciò che veramente conta nelle nostre vite.

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Al posto del collega, vedrai Diablo

English version here, on ZANZANAGLOB International.

Immagina di essere un’impiegatuccia di livello medio-basso, responsabilità medio-alte, stipendio infimo. Immagina di vivere in un Paese meraviglioso, devastato dai suoi stessi abitanti, in preda a un’estenuante, quanto kafkiana, campagna elettorale. Immagina che al Compromesso di Sopravvivenza, complice la crisi, si sentano ultimamente molte più sciocchezze, che ti rendono sempre più difficile continuare a vivere in quella dimensione parallela, fisica e mentale, che ti sei faticosamente costruita per digerire la realtà.

Immagina di prendere il cavallo d’acciaio in una mattina deserta. Senza ragione, visto che la strada è libera, un cinese si vuole buttare sotto le ruote della bici attraversando a caso in Corso Buenos Aires, ma gli dici “No”. Immagina che oggi, se guardi il cielo, anche a Milano tu possa vedere il cielo di Damasco. Immagina che, appena uscita dalla città, tu possa sentire anche l’aria dolce, che annuncia la primavera, di quella città che tanto soffre.

Immagina di arrivare al maneggio e che, al posto del tuo cognome, il proprietario abbia scritto “Abate”. Ridi, e comunque il tuo posto in passeggiata è salvo. Immagina che stamattina uscirai con Diablo, dopo tanto che non lo vedi, ti seguirà Miguel e precederà Elita, mentre il vento ti farà lacrimare gli occhi e guarderai il Lambro, abbondante d’acqua ma mai troppo. Immagina che, al momento del galoppo, Diablo sarà pieno di vita, ben diverso da quando l’hai conosciuto, appesantito dall’estate e dalle troppe ore di lavoro. Scoprirai anche un deposito di letame incustodito, che già vagheggi di rapinare per l’orto. Sarà di certo il materiale più prezioso con il quale verrai a contatto per tutta la settimana.

Immagina che C., finita la passeggiata, ti lasci un attimo con Diablo, mentre porta dentro Elita. C. si sforza di fare in fretta, perché sa che devi tornare in bici a Milano e pensa tu abbia fretta, ma non sa che aspetti quel momento da due settimane. Finalmente lo puoi accarezzare, dirgli delle cose che di sicuro gli sembrano noiose mentre lui pensa al praticello verde che non gli hai fatto brucare, rilassarti con l’erbivoro e vedere nel suo sguardo tutta la generosità di chi continua a portarti sulla schiena quando, per dimensioni e forza, potrebbe agevolmente rifiutarsi.

Diablo

Diablo

Immagina che poi andrai a comprare il latte. Avrai l’impressione che tutta la popolazione sotto i dieci anni di Milano, Monza e Brianza, si sia concentrata nel Parco intorno alla Fattoria. Non ci fai caso ma pensi che devi imparare una cosa importante: anche per te, come per quegli infanti, gli amici della fattoria occuperanno un posto molto più importante, nella tua mente, durante le prossima settimana, di dio, della madonna, dello spirito santo e di tutti gli altri loschi figuri che reggono le sorti del Compromesso di Sopravvivenza.

Immagina che un cavallo baci una pecora. No non si tratta dell’ennesimo romanzo pseudo-degenere, per quanto un evento simile non sfigurerebbe in un’apposita quadrilogia. Immagina di non essere riuscita a immortalare quel momento perché eri già in sella, intenta a non perdere l’equilibrio vedendo l’espressione di disappunto del cavallo, dopo il bacio.

Friends

Friends

Immagina che, sulla strada del ritorno, avrai il vento a favore. Le tue gambe saranno sciolte, nonostante i chilometri e l’ora in sella. Immagina di dimenticare la stupida sedia spiovente che ti dà problemi alle gambe, problemi dei quali però non ti accorgi mentre ci stai seduta per ore, al Compromesso di Sopravvivenza, così da poterti lamentare subito, ma solo quando torni a casa, la sera.

Immagina di arrivare a casa in fretta, e di mangiare delle cose buone che avevi già pensato. Immagina di adagiarti nell’affetto e nel supporto che hai a casa, e di infornare delle piccole baguette di segale, che sarebbero state molto adatte anche alle triglie di ieri sera. Immagina che tutto quello che sentirai domani non ti scalfisca, che per un giorno la dura contabilità domestica non conti, che la rabbia, al pensiero di persone giovani lasciate prive di opportunità, non ti invada.

Immagina che domani, quando guarderai fuori, vedrai il cavallo d’acciaio che ti ha accompagnata in questo viaggio. Quando alzerai la testa, al posto del collega, vedrai Diablo.

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Follow Zanzana’s Twin Sister!

ZanzanaZANZANAGLOB is happy to announce that she has a twin sister: ZANZANAGLOB International!

The page you are reading will soon turn completely into Italian, and you will find new posts published in English here: in this way, Zanzana will try to give a clearer space to different subjects, posts, readers and languages!

The old posts in English will remain on both the pages, at least for a while, and they are already published on the new one.

Zanzana has also added a link, leading you to the new page, on the left sidebar of the blog, you can find it just inside the widget “Zanzana in English”.

Zanzana invites all her English speaking readers to join her twin sister and enjoy!

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Aleppo – Università e sogni distrutti

Versione originale: My university – and my dreams – were destroyed in Aleppo
Di Amal Hanano, tradotto da Zanzana Glob

Pubblicato su The National, 22 gennaio 2013

Dall’università italiana a quella siriana, parole toccanti sulla morte di decine di studenti nel recente bombardamento dell’università di Aleppo.

Studenti della Facoltà di Architettura ad Aleppo

Studenti della Facoltà di Architettura ad Aleppo

Il primo giorno di esami è sempre esasperante. Dopo un mese di preparazione, gli studenti varcano la soglia dell’università chiedendosi se sono pronti ad affrontare la sfida. I laboratori pieni di correnti d’aria sono freddi e tranquilli,  i tavoli da disegno perfettamente distanziati. Sei appollaiato su uno sgabello di metallo, al posto che ti è stato assegnato in base a un numero affisso alla porta. Oggi sei un cittadino che porta a termine un incarico ufficiale.

Vengono distribuiti dei libretti in bianco. Scrivi il tuo nome e il numero di matricola nell’angolo in alto a destra e lo richiudi. Un incaricato passa e sigilla l’angolo del foglio, chiudendolo con una graffetta e apponendo una firma, per assicurare una valutazione giusta e anonima (e per scoraggiare chi intendesse corrompere i docenti). Il foglio con le domande viene distribuito subito dopo.

Lavori all’esame continuando a tremare. Quando finisci, aspetti fuori i tuoi amici, forse in cima alle scale, controllando le risposte sul manuale. Magari scendi al bar del primo piano, l’unico spazio decentemente riscaldato dove possano stare gli studenti. Forse pensi di non aver fatto bene, così spingi la porta a vetri a due battenti e vai a casa delusa. Normalmente gli esami vanno così.

Vent’anni fa, ero una di quegli studenti al loro primo giorno di esami, un pomeriggio di gennaio, alla facoltà di Architettura dell’Università di Aleppo. Solo che, a differenza degli studenti del 15 gennaio 2013, dopo l’esame noi eravamo ancora vivi. Per cinque anni, ho fatto avanti e indietro tra casa e l’università, tenendo la riga a T con una mano e uno spesso rotolo di fogli nell’altra. L’imponente edificio d’angolo, dalla forma di una piramide priva della sommità, era la prima facoltà costruita durante l’espansione del campus verso ovest, di fronte all’ultima fila di dormitori. Da quando mi sono laureata, altre facoltà sono state aperte lì vicino, fino a formare un nuovo nucleo universitario.

Ultimamente, i dormitori sono stati occupati da famiglie di profughi, invece che da studenti. L’area sotto il controllo del regime era sempre piena di gente, specialmente i primi giorni d’esame.

Quando studiavo, ricordo che raramente entravamo in contatto con studenti di altre materie, ed evitavamo i ritrovi più in voga. Rimanevamo tra noi, nel nostro umile bar, a discutere di idee, design e futuro. Abbiamo trascorso innumerevoli ore e qualche volta anche la notte (eravamo famosi come i “Nottambuli”) nei laboratori. Era una piccola, affiatata comunità di soli 100 studenti all’anno, non come le migliaia di studenti di altre facoltà, che si laureavano senza aver mai incontrato i compagni di classe.

Quando studi Architettura, impari a collocarti all’interno di un progetto, per comprendere lo spazio che stai creando. Usiamo la stessa tecnica quando guardiamo i video della Rivoluzione siriana. Come ci si sente ad avere la casa distrutta? A perdere tuo figlio? A essere torturati? Martedì scorso, non ho avuto bisogno di immaginarmi la scena: conoscevo quegli spazi come casa mia. Sapevo come ci si sente a stare là, ma non so come ci si senta a essere bombardati nello stesso luogo.

I progetti di architettura sono piani sospesi nel futuro. Fatichi sui disegni tecnici, cercando di creare il piano perfetto, che però sfugge sempre. I nostri migliori docenti ci hanno insegnato che potevamo cambiare il mondo con un edificio, un progetto, un’idea, e noi ci abbiamo creduto. Abbiamo creduto che l’utopia fosse alla nostra portata, dovevamo solo allungare la mano. La mia università, e i miei sogni, sono stati distrutti ad Aleppo.

L'Università di Aleppo sventrata

L’Università di Aleppo sventrata

Purtroppo altre idee si sono rivelate più forti delle nostre. L’idea dell‘intimidazione che si nascondeva negli uffici dei gruppi studenteschi legati al partito Ba’ath, l’idea che convinceva uno studente a spiarne un altro, quella che ti dava per certo che non avresti mai avuto il permesso di costruire o vinto un appalto senza un contatto all’interno del regime o pagando una tangente. Abbiamo imparato a tenere la testa bassa e la bocca chiusa. Queste idee, create per distruggerci, sono divenute realtà concrete, capaci di erodere il nostro piano utopico, offrendo scarse alternative: arrendersi, fare compromessi o andarsene.

Nel 2011, la gente si è resa conto di avere un’altra scelta: ribellarsi. Dopo molti mesi e molto sangue, la Siria rimane un campo di battaglia conteso tra l’oppressione e le idee rivoluzionarie. Accade spesso in questa battaglia che avvengano tragedie delle quali entrambe le parti si accusano: non vi è infatti un unico responsabile, solo aggiornamenti sul numero delle vittime.

Così è stato anche settimana scorsa, quando due esplosioni hanno interrotto la concentrazione degli studenti. Due esplosioni che hanno portato via centinaia di vite, ponendo fine ai piani e ai sogni di futuri architetti, ingegneri, insegnanti, cittadini.

Le madri cercano pezzi dei loro figli tra le macerie. Una trova la scarpa di sua figlia, un’altra il braccio del figlio. I tavoli da disegno, ricoperti di sangue, vengono usati per trasportare i corpi. La facciata di vetro è in frantumi. Vengono diffuse le foto dei morti, studenti giovani e brillanti, che si sentivano nervosi quella mattina, convinti che scorrere il foglio con le domande sarebbe stato il momento più spaventoso della giornata. Erano seduti nei laboratori a scrivere le risposte tenendo su i guanti, e avrebbero aspettato i loro amici alla ringhiera del terzo piano, proprio sopra il mezzanino affacciato all’esterno.

Tutti sanno che eravamo diversi. Eravamo invincibili. Dovevamo cambiare il mondo con le nostre matite e la nostra fantasia. Ci aspettava però una lezione alla quale nessun giovane idealista avrebbe mai creduto: il nostro piano era difettoso. Alla fine, il mondo avrebbe cambiato noi, in un modo che nessuno avrebbe potuto immaginare.

Amal Hanano è lo pseudonimo di una scrittrice siro-americana.

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Vendere la Laurea

Zanzana viola momentaneamente una regola non scritta del blog, che le impone di non cedere alla soffocante retorica sulla crisi al momento così pervasiva in Italia, per riflettere sul caso di un giovane, non molto lontano da lei in termini di età e formazione, alle prese con una sconvolgente assenza di prospettive.

Nel pomeriggio di un piovoso sabato milanese, mentre ciondola pigramente su Faccialibro, Zanzana si imbatte in quest’annuncio, grazie a una segnalazione di sua mamma:

Vendesi causa mancato utilizzo laurea in scienze Politiche.

Sconvolta, indaga. Si tratta di un giovane romano di 26 anni, Giorgio, laureato in Scienze Politiche, dotato anche di una significativa formazione post-laurea. L’annuncio, già ripreso su molti quotidiani, si trova sulla pagina romana di bakeca.it, sito di piccoli annunci, ed è condito, come potrete leggere, da abbondante ironia. La conclusione è però molto chiara:

Regalo in cambio di lavoro

Queste parole occupano subito la mente di Zanzana, senza abbandonarla per molte ore, mettendola in difficoltà. Zanzana è ormai laureata da oltre dieci anni, e detiene anche il massimo titolo accademico. Dell‘arrivo all’università ricorda lo spaesamento, la distanza dai docenti, la voglia di scappare, la sensazione di non imparare nulla. Ricorda però anche il salto di qualità fatto con l’Erasmus, passato a studiare a differenza di tanti altri, il ritorno in facoltà e il cambiamento dei rapporti con i docenti. Ricorda i due lavori fatti allo stesso tempo durante gli studi, che probabilmente rendono la sua vita più solida anche oggi, anche se allora non erano poi così necessari, ricorda le serate trascorse in biblioteca, unico momento per studiare. Ricorda la laurea in corso, i lavori dopo la laurea, il primo viaggio in Siria e il concorso per il Dottorato di ricerca, che l’ha salvata da un supermercato dove ogni tanto fa ancora la spesa. Ricorda l’anno trascorso in Siria e viaggi più brevi in altri Paesi vicini. Ricorda l’assegno di ricerca che non è arrivato, l‘intenzione di rimanere in Italia e non andarsene, il desiderio di conoscere altri ambienti lavorativi, la consapevolezza che tentare di rimanere in università le avrebbe impedito di essere indipendente dal punto di vista materiale. Zanzana ricorda tutto questo con grande struggimento, come l’unica occasione nella vita di potersi dedicare interamente, o quasi, agli studi, alla conoscenza e alla critica, a contribuire a qualcosa che renderà migliore la società; Zanzana, che è stata molto fortunata visto che ancora mantiene un Compromesso di Sopravvivenza, sa che tutte le cose che ha imparato e vissuto non contano niente per le persone che lavorano con lei e sembrano non assicurarle delle prospettive migliori, ma si rende conto che la definiscono per sempre come persona, determinando dunque anche la sua professionalità, e contribuiscono a identificare le sue priorità. Per Zanzana, pensare di dover vendere la laurea sarebbe come vendere l’anima.

Zanzana ha però visto come le condizioni di lavoro si siano deteriorate di anno in anno, come lo spazio per le persone preparate e, ahimè, giovani, si sia inesorabilmente ridotto. Zanzana, come anche tutti voi, ha sentito dire milioni di volte che la soluzione a tutto questo, al fatto di non trovare lavoro, sarebbe stata non studiare, cercare subito un lavoro, possibilmente pesante, senza lamentarsi, rassegnandosi e accettando quello che la società e le differenze economiche avevano predeterminato per noi. Zanzana ha visto certi personaggi arrivare a comprarsela all’estero, la laurea, mentre gli iscritti totali all’università italiana, le cui difficoltà non fanno che aumentare, diminuiscono. Zanzana fa anche notare che le nuove generazioni hanno già accettato moltissimo: gli stage gratuiti perché eravamo giovani e dovevamo fare pratica, i contratti farlocchi perché eravamo all’inizio con i sabati e le domeniche tutti gratis, poi passando ai contratti veri da quelli farlocchi gli abbassamenti di stipendio perché si costava di più all’azienda, poi altre riduzioni di stipendio larvate perché non c’erano più risorse, poi…Di certo tutto quello che abbiamo accettato e continuiamo ad accettare sembra non abbia giovato molto né alle aziende né, tantomeno, alle nostre vite.

Zanzana non vuole giudicare qui la vicenda di Giorgio. I maligni diranno che è una bufala, che cercava solo notorietà, che è una provocazione. Zanzana vuole invece esprimergli solidarietà, sapendo cosa intende dire, quando accenna al passaggio dalle aspirazioni che tutti avevano su di noi, alla realtà. Zanzana vuole però anche chiarire su che cosa ci dobbiamo sforzare, che cosa dobbiamo realmente mettere in vendita. Di certo non dobbiamo rinunciare a quello che è importante per noi, che ci ha resi quello che siamo, non dobbiamo fare le scelte che il sistema si aspetta e privilegiare quello che, sulla bocca di tanti indegni, “ci aiuterebbe a trovare lavoro”, perché purtroppo non è vero: nessuno si preoccuperà della nostra sopravvivenza, per non parlare del nostro miglioramento professionale, a prescindere dalle rinunce che facciamo. Quello che dobbiamo vendere, anzi, come la laurea di Giorgio, regalare, è chi ci ha portati in questa situazione; una classe dirigente che, senza aver mai lavorato, dice a noi di fare i manovali, quando lo facciamo da anni; un sistema che vuole farci scegliere solo sulla base delle convenienze materiali e monetarie, che ci apprezza se siamo acritici e privi di strumenti culturali; una struttura sociale che, pur di mantenersi, è pronta a prendere tutti per il collo e a portarci alla fame; una mentalità che da un lato disprezza i lavori “umili”, dall’altro ci vuole imporre delle scelte che non corrispondono a quello che vogliamo e ci può rendere felici.

Questi sono gli orpelli dai quali ci dobbiamo liberare con urgenza, non certo i nostri pezzi di carta che, per come vanno le cose, saranno anche inutilizzati ma restano ancora tra le nostre conquiste migliori.

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Focaccia di Recco can save you from the Reality

Focaccia di Recco

Focaccia di Recco

Zanzana was lucky to spend a very long holiday for Christmas. It was nice, full of people and things to do, with an undetermined number of hours passed in the kitchen and even a successful fight with homemade Mayonaise, with Zanzana’s motto “Il riposo è morte – rest is death” perfectly realized.

Now everything is over, and Zanzana had to be back to the Reality. Just before that, she tried to make her return softer with one of her favourite dishes, and now she is relaxing by describing it to her 25 readers: Focaccia di Recco. This is a flat, unleavened kind of Focaccia with cheese, from Recco, a small town close to Genova, in Liguria. You can find hundreds of recipes and videos for it online, and find your favorite way to prepare it, but this is also protected now by a specific association, controlling the way it is prepared and sold in the region where it comes from, as many local specialties in Italy. Zanzana adores Liguria, its nature between mountains and see and its food, which in her opinion represents the wilderness and harshness of the environment in that region. Pesto sauce, another Zanzana’s favourite, comes from here!

Around Sestri Levante, Liguria, July 2012

Around Sestri Levante, Liguria, July 2012

Zanzana likes it a lot also because it represents the kind of food she loves to prepare, to eat and to spread around: very simple, clean, basic food prepared from scratch, with raw materials but in many cases with special, unique ingredients, coming from a very specific region which they represent. With the time, Zanzana finds more and more difficult to buy industrial products and even to eat things that she can not prepare herself. She is guided by this saying, even if she does not remember where she found it: “Try not to buy anything which would not be recognized as food by your great grandmother”. Imagine how many things you have to avoid in a supermarket!

Ingredients

400 gr. “0” Flour

350 gr. Stracchino

4 tablespoons extravirgin olive oil

a little salt

1 cup warm water

Stracchino and dough waiting to be used

Stracchino and dough waiting to be used

Mix all the ingredients together, except for the cheese, then let the mixture sleep covered for at least one hour. In the meanwhile, prepare your Stracchino cheese, which you will put inside the Focaccia. This is a fresh, cow milk cheese, with a slightly sour and salty taste. Roll out the dough with a rolling pin, until it reaches 1-2mm thickness, and divide it in 4 parts (you will get 2 focacce with the quantities I have mentioned). This is a part requiring a little skills to make a very thin dough: Zanzana advises you to get inspired by this video, for example. The website Viva La Focaccia is a great one for many types of baked items, and also has many pages in English. Put the first piece obtained in the baking tin, and add many small Stracchino pieces on it. Cover it with another piece of dough and make some small holes on it, close it along the edges, adding extra virgin olive oil before putting it in the oven warmed at 220 C Celsius (or more, if your oven allows it).

Focaccia just before being cooked

Focaccia just before being cooked

Cook for 10-15 minutes, and add salt and a little more oil before eating it. Zanzana normally turns off the oven after 10-15 minutes, then leaves the Focaccia under the electric grill, so it becomes more tanned 🙂 If you go to Recco or around there in Liguria, don’t forget to try this focaccia, but be prepared, as the one you will find will have much more cheese and oil on it than the version I am suggesting you. It is also very probable the dough will be thinner. After one whole day of Reality, Zanzana is still dreaming about it! In fact, Zanzana and her husband have eaten both the Focacce produced yesterday 🙂

Focaccia  n.1

Focaccia n.1

Focaccia n. 2

Focaccia n. 2

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Arabia Saudita: un anno di lotte per poter guidare l’auto

di Manal Bint Masoud al-Sharif, tradotto da Zanzana Glob
Pubblicato su Al-Hayat, 2 gennaio 2013
Manal al-Sharif (Arabia Saudita) lotta da tempo affinché venga concesso alle donne saudite il diritto di guidare la macchina, cosa per la quale è stata anche incarcerata. In quest’articolo ripercorre le sue difficoltà personali e i primi risultati di queste lotte, che hanno come fine ultimo l’acquisizione di pieni diritti di cittadinanza da parte delle donne saudite. 
Manal Al-Sharif

Manal Al-Sharif

Quando ho visto i segni delle percosse sul volto di mio figlio Abdallah, di ritorno dalla scuola elementare, mi sono spaventata molto. Mi ha raccontato che dei bambini più grandi l’avevano picchiato quando hanno saputo che era “Il figlio di Manal al-Sharif, quella che ha guidato la macchina“. Aveva cinque anni all’epoca, e balbettava cercando di spiegare cos’era successo: “Un bambino ha detto Ho visto tua madre su Facebook, tu e tua mamma dovete andare in prigione“. Ricordo ancora come, per la prima volta, non riuscivo a confortare mio figlio, perché il mio spavento era ancora più grande…Come può un bambino di cinque anni capire la parola “Prigione”, e come potevo spiegargli una cosa ben più grande dei suoi cinque anni? Come è possibile che dei bambini in tenera età portino il fardello dell’odio che affligge i grandi? Mi sono inginocchiata, l’ho guardato negli occhi, pieni di domande, l’ho abbracciato e siamo rimasti a lungo così, in silenzio.

Dopo averlo messo a letto quella notte, non sono riuscita a dormire a causa delle lacrime: quell’avvenimento mi aveva resa ancora più decisa di prima, più del tempo che avevo trascorso a cercare di completare quello che avevo iniziato, a raccogliere resoconti e articoli di giornale che parlavano di me, bene o male, a registrare tutto ciò che mi era successo o mi accadeva in un libro, che potesse costituire in futuro una testimonianza di questo periodo, e che diventasse il suo libro, il libro di Abdallah e di tutti quei bambini che sarebbero diventati uomini e donne fra qualche anno. Mi auguravo in quel momento che sarebbero diventati uomini veri, capaci di dimostrare riconoscenza per chi li aveva generati, per le loro mogli e le loro figlie, e che le donne sarebbero state consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri, tanto da non tollerare in alcun modo di vederli umiliati o infranti.

Campagna Women 2 Drive

Campagna Women 2 Drive

Il tre maggio di quest’anno erano ormai passati due anni da quando ho dato lanciato la campagna “Le donne hanno diritto a guidare” insieme a Bahiyya al-Mansour (studentessa di Legge Islamica, nipote della regista saudita Haifa al-Mansour, e della pittrice Hind al-Mansour). La richiesta che ho presentato il 15 novembre 2011 contro la Direzione Generale dei Trasporti, in opposizione alla decisione di non concedermi la patente, è stata accettata con molto ritardo dal Direttore dell’Ufficio reclami;  la motivazione addotta per questo ritardo è stato l’emergere di una questione complicata, che aveva impedito di considerare quella della patente alle donne, senza però che mi venissero comunicati ulteriori dettagli.  L’attacco da parte dei miei detrattori nei confronti della consapevolezza e dell’autonomia della donna è stato particolarmente doloroso, e ha colpito in profondità me come qualsiasi altra donna saudita in cerca dei propri diritti. Inoltre, hanno continuato a scorrere notizie tendenziose riguardanti Manal al Sharif, come quella che fosse un’agente iraniana, che fosse arruolata nell’organizzazione serba “Kanfas”, poi che fosse sostenuta da Israele, e addirittura che fosse sciita, nata presso Suwarqiyya – culla dell’oro, mentre io sono nata a Mecca, da una famiglia che segue la dottrina Sciafi’ta da secoli (con tutta la mia stima per i fratelli sciiti, con i quali dividiamo il nostro diletto Paese). Mi hanno poi attribuito un Tweet  nel quale descrivevo i membri della Commissione come “Miscredenti”, hanno detto che sono stata convocata presso la Casa dell’Obbedienza, e uno di loro ha perfino pubblicato un video, che si è diffuso a macchia d’olio, nel quale venivo accusata di aver rapito e messo in pericolo sua figlia Husayniyya! Per finire con le notizie che annunciavano la mia morte in un incidente stradale, del quale hanno parlato i giornali di tutto il mondo.

Nonostante tutto ciò, le cattive notizie cattive mi hanno lasciato un po’ di energia per contribuire a creare delle buone notizie, che possa raccontare ai miei nipoti, se la vita me lo consentirà.

La campagna per permettere di guidare alle donne si è trasformata in una campagna più grande e più generale, sotto il nome de “I miei diritti e la mia dignità”, che lotta affinché le donne saudite possano acquisire diritti di cittadinanza completi, affinché la donna sappia che la piena capacità giuridica non ha bisogno delle direttive di un uomo, nonostante le leggi che continuano a sottrarle questo diritto naturale, affinché le  prossime generazioni sappiano che quelle passate non si sono arrese alle lacrime e al disfattismo.

Se le donne della famiglia mi chiedono: “Non hai intenzione di fermarti per tuo figlio Abdallah?” rispondo loro: “Non mi fermerò finché non avrò scritto un lieto fine al libro che dedicherò ad Abdallah e alle vostre nipoti“. 

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The Very Inspiring Blogger Award

Just before Christmas, Zanzana has received some nice Christmas gifts: one of them was The Very Inspiring Blogger Award! Zanzana was delighted with it, and really hopes she can inspire anyone!

Very Inspiring Blogger Award

Very Inspiring Blogger Award

She got it from Francesca, a friend from Flora’s Table. This is a really professional blog, with the aim  to communicate and spread traditional Italian and American culinary traditions at their best. The authors are Francesca and Stefano, Italians living in the US, focused respectively on the Italian cooking and wines, and their friend Nicole,in charge with the American food traditions. Zanzana especially likes the motto of this blog: “Because We are Cooks, not Chefs!” She thinks it can give you the flavour of the posts you will read, especially in our time, where we can find self-appointed chefs at every corner…

The rules for this award are the following:

Display the award logo on your blog;

Link back to the person who nominated you;

State 7 things about yourself;

Nominate other bloggers for this award and link to them (Zanzana believes they should be 7 as well);

Notify those bloggers of the nomination and the award’s requirements.

Seven things about myself

1. Zanzana feels the thirties will be her best lifetime;

2. Zanzana is a lazy but hungry writer;

3. Zanzana discovered much more things about herself in the last year than in her whole life;

4. Zanzana misses a life in the nature;

5. Zanzana struggles to conquer her everyday share of happyness;

6. Zanzana does not like to put things in order;

7. Zanzaza does not care a lot about the crisis.

Zanzana’s nominees are here below, with no particular order. This time, she has added also some Italian blogging friends to the list, hoping they will like it, even if she knows they are not too much into Awards issues 🙂

1. Jeanette of Global Grazers;

2. Violet of Violet Gallery;

3. Viivihoo of National Treasure;

4. Yliharma of Minimal Italy;

5. Elisabetta of The Spots Hunter;

6. Viaggioleggero di Viaggioleggero;

7. Unarosaverde of Unarosaverde.

Happy New Awards to everybody!

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Sunday Panini with Olive Oil – Panini all’Olio

Pane all'Olio - Sunday Bread with Olive Oil

Pane all’Olio – Sunday Bread with Olive Oil

Today Zanzana has baked some bread with extra-virgin olive oil. This reminds her when she was studying at university and working in a rotisserie on afternoons and weekends. She was preparing bread with L., the owner, on Sundays, in the early morning, as the store was not receiving bread on that day as during the week. To be honest, L. was making bread and Zanzana was helping, but she has probably understood some basics and anyway found the whole process quite fascinating.

She has prepared this kind of bread also for Christmas lunch, when her family visited her. The result was quite good, even if Zanzana normally prefers to bake more rustic, crispy kinds of bread, as you can read here, while this is a soft one.

Christmas Bread with Olive Oil

Christmas Bread with Olive Oil

She got her inspiration here; this is the recipe she has used today:

1 Kg Flour, divided as follows: 50% Manitoba or “0” Flour, 40% “00” Flour, 10% wholemeal Flour;

200 gr. sourdough (this was quite strong and ready for making bread, as Zanzana used it a lot in the last days, otherwise you have to refresh it the day before);

Water as much as needed, 2 cups more or less;

100 gr. Extra Virgin Olive Oil;

1 teaspoon of honey;

1 teaspoon of salt.

Melt the sourdough in warm water, add honey and flour, add salt, knead everything for 15 minutes, adding water until an elastic dough is done. Let the dough grow for 15 hours, knead again and give bread the shape you prefer. As you can see, small rounded panini or “maggiolini”, long rolled panini, are the best for this type of bread. You can leave them grow for another hour, then put them in the oven at 180 degrees, after having sprinkled them with a little olive oil and flour. They can cook for 20-30 minutes, depending on your oven, but be careful as they don’t have to get out too tanned!

Happy New Year and Buon Appetito!

Panini all'Olio in the Kitchen

Panini all’Olio in the Kitchen

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All I want for Christmas is Green

Zanzana wrote about her dream for a Vegetable Garden here. There was a deadline for taking a decision, so she went to see the place.

Urban Vegetable Gardens under Snow

Urban Vegetable Gardens under Snow

The association Angoli di Terra has its Vegetable Gardens in the Southern part of Milan, around 4 kms from Zanzana’s home. That day Milan was covered with snow, so it was not easy to reach the place by bicycle.

She met at the entrance the person in charge of everything, Claudio, who, after introducing each other, asked her: “Who is going to dig?” Probably Zanzana’s aspect did not suggest him the idea of physical force, but she made him notice that she arrived there by bicycle after we got 20 cms snow the day before. He looked reassured, so Zanzana received all the indications in order to go and see the currently free slots. There were other people as well there, as the free slots were 4 in total. She walked down the small hill you can see in the picture until her candidate vegetable garden, n. 27, which you can admire here below.

Candidate Vegetable Garden

Candidate Vegetable Garden

As you can see, it is quite big! She entered inside and checked the cupboard, that can be used for chairs or gardening tools. In fact she was not sure, as she liked also another slot, but eventually preferred this, a corner one (she followed also the advice of a gardener, in the age of her father more or less, who accompanied her on the way).

She went back to the entrance, and this was really the most complicated moment: she did not know at all what to do. First she sent an mms with the vegetable garden picture to a friend and colleague who unexpectedly said one day at the Survival Compromise: “I want to work in a Vegetable Garden!” Zanzana has now a solution ready for her! 🙂 Of course the answer to the mms was something like: “This will be a vegetable garden, now it looks like a snowy field“. Then she discussed a little more with Claudio, explaining her fears and her lack of experience. He said this can quickly become a big passion, but it still requires committment, and he added Zanzana will not be able to go every weekeend to the beach, during summer (she is not in fact, but he could not know). He wisely suggested her to manage things step by step, and to try growing a few things first, avoiding to plan for a forest. He also mentioned it will be necessary to take clear agreements with friends and relatives for the work to do, as Zanzana mentioned the fact there might be someone helping her. Zanzana eventually phoned home before deciding, and she found a great support this time, so she said yes, and agreed to send the contract on the next Monday.

The Calendar of Vegetable Gardening

The Calendar of Vegetable Gardening

Now Zanzana is wating to meet again Claudio and the new gardeners like her, in order to get the keys of the gate and the basic information to start working. She is still very afraid of her decisions, but she also feels very calm somehow. She is making in her mind the list of the vegetables and other plants she would like to grow; she is surfing the web 20 hours a day in order to discover the most updated digging techniques; she went to a garden center close to her home, in order to understand how much money she will need in order to buy the first basic tools, but she did not dare to ask the people there; she is checking, month by month, what she would be supposed to do in the vegetable garden…

Zanzana feels very happy when she thinks that she eventually decided to do that. We surely spend too much time talking and complaining, while it would be much better to try new ways, when we feel that we need it. Zanzana knows the work to do is a big point: she does not want to leave this responsibility on someone else (nobody would take it anyway), but she will for sure need help. She also knows quite some people who would have time to do that and who would feel better, committing some time to gardening and growing vegetables. She is planning to ask, but she is also preparing not to feel deceived, in case she receives a refusal.

Getting some Help for the Vegetable Garden

Getting some Help for the Vegetable Garden

Getting her vegetable garden is for sure the biggest change, and probably biggest Christmas gift, Zanzana received this year: now beside the challenge to manage it, she hopes to make of it something useful for everybody!

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Il 2012 Anno della Donna Araba?

Versione originale:  2012 The Year Of The Arab Woman e  2012 سنة المرأة العربية

di Octavia Nasr, tradotto da Zanzana Glob

Pubblicato su al-Nahar, 25 dicembre 2012

La giornalista libanese Octavia Nasr, nota tra l’altro per aver dovuto lasciare la CNN a causa delle sue parole di rispetto nei confronti del capo spirituale di Hezbollah, Mohammad Husayn Fadlallah, reinterpreta i fatti del 2012 dal punto di vista delle donne arabe e delle loro richieste di cambiamento

Le prime 15 donne avvocato in Arabia Saudita

Le prime 15 donne avvocato in Arabia Saudita

Quest’anno denso di eventi, ormai prossimo alla conclusione, è stato dominato dal prezzo che i siriani continuano a pagare per conquistarsi la libertà.  Come ci aspettavamo, il presidente Bashar al-Assad ha dimostrato la sua volontà di annegare il Paese in un bagno di sangue, piuttosto che ammettere il fallimento del suo governo nel difendere quella pace e stabilità di facciata, che era riuscito a promuovere per decenni. I siriani hanno di fronte un periodo festivo pieno di sangue, senza indicazioni chiare riguardo a come e quando la crisi possa avere termine. Non si può dire chi sarà al timone quando tutto sarà finito, che forma avrà il Paese, chi sopravviverà tra la popolazione civile per portare avanti la nazione attraverso un processo di guarigione e di ritorno alla prosperità.

La situazione non è altrettanto drammatica in Egitto, ma comunque assai preoccupante e frustrante. Gli egiziani hanno lottato con coraggio per la libertà, abbattendo un dittatore che si era sempre considerato intoccabile; le elezioni hanno però condotto al seggio presidenziale un islamista, con il chiaro compito di implementare l’agenda dei Fratelli Musulmani. Costui si è comportato male, anzi peggio, di Hosni Mubarak, con gli egiziani, in particolar modo nei confronti dei suoi detrattori, avversari e nemici, appena giunto al vertice del potere. Risulta incoraggiante vedere come gli egiziani insistano inesorabilmente per il cambiamento, invece di mettersi tranquilli con le briciole lasciate loro dal presidente e dall’esercito, che si comporta esattamente come il regime, ora caduto, che un tempo serviva.

Octavia Nasr

Octavia Nasr

Se avevamo riposto le nostre speranze per il futuro nel 2012, possiamo ora dire che sono state completamente deluse. Al contrario, l’anno che sta arrivando evidenzia le contese e rende sempre più profonde le divisioni, mettendo in evidenza rischi finora celati.  Una nuova realtà è ormai divenuta chiara per il mondo arabo: la strada per la libertà è lunga, dolorosa, densa di rischi, necessita di coerenza e molti sacrifici.

Nell’oscurità di tutti questi avvenimenti, vi sono stati dei momenti di grande luce, sui quali vale la pena di soffermarsi. La protagonista è la donna araba che, all’inizio dell’anno scorso, pareva la principale perdente del risveglio di questa parte del mondo. Le era stato sottratto il giusto ruolo nella costruzione delle nuove nazioni in cambio dell’impegno profuso per abbattere i tiranni e richiedere il cambiamento.

Durante l’anno abbiamo conosciuto, una dopo l’altra, storie di molte donne che non hanno perso la speranza, continuando a lottare per un futuro migliore, al punto che non avremmo qui abbastanza spazio per nominarle tutte: nonostante le difficoltà, le stelle hanno continuato a brillare, senza mai stancarsi. Nessuna forma di arretratezza o conservatorismo ha potuto ridurle al silenzio o avere la meglio sulla loro forza di volontà.

La Bicicletta Verde

La Bicicletta Verde

Haifa al-Mansour è la prima regista saudita che sia riuscita a girare un intero film all’interno del regno. Ci sono voluti cinque anni di duro lavoro per terminarlo, ed è stato necessario tentare molte strade inesplorate, molte delle quali intraprese a distanza, visto che non era possibile alla regista recarsi sul luogo delle riprese. Tuttavia il film ha riscosso un grande successo in tutto il mondo, ed ha conseguito un premio al Festival del Cinema di Venezia. Il film, intitolato “La Bicicletta Verde”, parla di una ragazzina di circa dieci anni, a Riad, che vuole una bicicletta. La ragazzina è fermamente decisa e si adopera in ogni modo per realizzare il suo sogno, in una società convinta che andare in bicicletta sia un disonore per la donna. Ancor più rilevante è il fatto che il film sia stato girato interamente in Arabia Saudita, e che due delle attrici principali siano saudite.

The Light in Her Eyes

The Light in Her Eyes

Anche due storie provenienti dalla Siria hanno attirato la mia attenzione quest’anno. La prima è quella di Huda al-Habash e della scuola islamica per ragazze dove lavora presso la moschea al-Zahra’ a Damasco, soggetto del film documentario “La Luce nei suoi occhi”. Huda è un’insegnante di religione islamica e Corano per ragazze in Siria che, partendo dalla sua posizione, aiuta le donne a comprendere i loro diritti nell’Islam e a vivere la vita che esso ha in serbo per loro, piuttosto che affidarsi sempre a interpretazioni altrui, per lo più errate. Houda e la sua famiglia hanno lasciato la Siria qualche tempo fa. Come hanno affermato in numerose interviste, si augurano di tornare alla fine della guerra, ma continuano a parlare dell’importanza di aumentare la consapevolezza delle donne, aiutandole a raggiungere il loro massimo potenziale, condizione fondamentale per il successo della società.

La seconda vicenda è quella del medico siriano Raniya Qaddoura, che ha dovuto affrontare un profondo dilemma interiore, risultato delle separazioni avvenute all’interno della sua famiglia e intorno ad essa. Così, opponendo un netto rifiuto alla polarizzazione a cui si è trovata esposta, ha realizzato un video per documentare i suoi sentimenti più profondi, rispetto a ciò che accade nel suo Paese, come ciò abbia influenza sulla gente e come spera che le sue figlie, un giorno, possano comprendere attraverso il film quanto sia stato difficile, per non dire impossibile, rimanere neutrali e sostenere la Siria, piuttosto che sostenere solo una parte, come il presidente Assad o i rivoluzionari.

La Rivolta delle Donne nel Mondo Arabo

La Rivolta delle Donne nel Mondo Arabo

Sul sito di Facebook tre ragazze, originarie rispettivamente di Libano, Palestina, Egitto, hanno creato il movimento “La Rivolta delle Donne nel mondo arabo”. Il loro impegno si è trasformato in rivoluzione quando uomini e donne, di età e origini diverse nel mondo arabo, si sono uniti a loro per sostenere la questione della libertà per tutti, e in particolare la liberazione della donna araba dalla società tribale e dalle tradizioni patriarcali, che si perpetuano da secoli, relegando la donna a un ruolo predeterminato nella costruzione di una società che possa essere vivace e culturalmente attiva.

Quando la giovane blogger egiziana Alia al-Mahdi ha pubblicato alcune sue foto nuda sul suo sito Internet, come forma di protesta contro il governo islamico in Egitto, ha suscitato forti polemiche. Se da un lato molti l’hanno sostenuta, ritenendo che fosse suo diritto esprimere rabbia e ribellione attraverso il corpo nudo, altri hanno emesso delle “Fatwa” condannandola a morte. Le minacce si sono rivelate così serie che ha dovuto lasciare l’Egitto e richiedere asilo politico in Svezia. Di recente, Alia ha pubblicato delle altre foto nelle quali espone la bandiera egiziana di fronte all’ambasciata del suo Paese a Stoccolma, come le parole “La Shari’a non è la Costituzione”, dipinte di rosso sul suo corpo nudo.

Tutte queste donne, simboli della sfida della rivoluzione, hanno dato vita ad iniziative sin un momento di verità rispetto alla loro identità. Quando la tradizione patriarcale soffoca la donna, al punto quasi da sottrarle la sua essenza ultima, in quel momento inizia la rivoluzione. Nulla potrà fermare la donna araba prima che abbia compiuto la sua missione nel modo che preferisce.

L’anno 2012 è il punto di partenza di un percorso ricco di sfide. Possiamo essere sicure che la voce delle donne si solleverà e sarà sempre più evidente d’ora in poi, al punto che il mondo dovrà prestare attenzione.

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Ten Things To Do Before the World Ends

Mayan Calendar

Mayan Calendar

Now that all the noise about the 2012 Phenomenon has eventually come to an end, Zanzana wants to play a game inspired by that event.

The premise is the deep respect Zanzana feels towards Maya and all the other great native American civilizations, which we  contributed to destroy with weapons but most of all with stupid diseases, such as flu, as these people were not able to resist viruses brought by the colonizers. Moreover, Mayas did not make any mistake in their forecasts, we just gave a wrong interpretation on their calendar system, and we built a trending topic from that.

Anyway, the game Zanzana wants to propose works like that: draw a list of the ten things you would really like to do before the world ends. This game has just one simple rule: the verb “To have” is forbidden, you can not use it. You have to make a list with the things you would like to do, or describing the inner conditions you would like to reach, the person you would like to become. Zanzana found this very useful to understand a little bit more about herself, which is always very complicated. More than this, she feels more and more that having things, the ownership of things, and every day more things, is not going to make us happy.

Here comes Zanzana’s list, she hopes you will like the game!

Ten Things Zanzana would like To Do before the World Ends:

1. See the people around her Happy

2. Learn Portuguese, Albanian, Turkish

3. Prepare a good Mayonaise

4. Grow her Own Vegetables

5. Live Far from the City

6. Take care of a Horse more often than twice per Month

7. Learn Sewing

8. Feel always Free to express her Opinions and Feelings

9. Being Able to accept Advice

10. See her Country becoming less individualist and more united.

Even if she is not allowed to add an eleventh thing, she would be glad to read your thoughts!

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Unexpected Visit to Leonardo da Vinci

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Zanzana recently received a really unexpected gift. Unarosaverde, a blogging friend, booked a ticket for Leonardo da Vinci’s Last Supper in Milan, but eventually could not come, neither her friends; Zanzana had the chance to go in her place, and enjoyed this occasion a lot. Zanzana is very grateful to unarosaverde, and really hopes to see her soon in Milan.

Zanzana went to see the painting when she was in high school: the restoration was not complete yet, and the system was much less complicated, as you just had to wait for a couple of hours with 2000 Japanese, while now you have to book in advance, as groups of just 25 people are allowed to be inside for 15 minutes slots, not to damage the masterpiece.

The Last Supper (1494-1498) is a mural painting, located in the refectory of the Convent of Santa Maria Delle Grazie, Milan. Leonardo realized it using the “a secco” technique, in order to provide much more details, but this caused the painting to be ruined already in the first years after the realization, not to say that also its history was very complicated. In any case, the last restoration was as much as possible effective and really allows you to admire the painting.

Zanzana had a very peaceful feeling arriving at the church very early in the morning, as you can see from the pictures; it is not common to see Milan without so much traffic and confusion. When she entered the refectory, with the rest of the group, she took a seat and went through the painting details, as you can identify all the people represented: Leonardo wanted to fix the moment when Jesus revealed to the apostles that one of them was going to betray him, and you can see the reaction in their face expressions and gestures. After the visit she also appreciated a lot the church architecture, which is attributed to Donato Bramante, and had a walk in the cloister.

Zanzana was very happy to bring with her on that day, at the Survival Compromise, the nice feelings and the pride you experience when you enjoy a masterpiece located in your country, and the fact that we have to learn a lot from other people’s generosity.


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When you Dream of a Vegetable Garden

Vegetable Garden

Vegetable Garden

Zanzana would like to have a vegetable garden, in order to grow her own vegetables. People say she is only growing illusions, as she never touched a hoe, and she would not be able to dig for more than 5 minutes. She insists, and always tries to get something to do in the garden when she goes to her husband’s family house in Albania. In those occasions, she has to limit herself though, since her mother-in law immediately starts to work with her, after taking care alone of the whole house and men living inside that, and Zanzana does not want that.

Zanzana looked first for a plot to buy, but you have to know that this can be as expensive as gold in Italy. Anyway, Zanzana does not even own a home or a car, so wise people would not advise her to buy an empty field. Then she started to look for possibilities to rent a vegetable garden in the city or very close to it: something small for the time being, just to learn a little. She found different associations working on that, like this or this one, and learned that urban agriculture is a growing trend.

Zanzana does not think she will be able to produce all the vegetables and fruits she eats: for that, she would probably need a hectare, in two or three different Italian regions. She just likes a lot the idea to produce what you need, to work for yourself and not for someone else, to make at least a part of the things you use in your life, and avoid buying them, to get free from the obligation to always buy items. However, she does not have any idea about countryside life, so this is a big question mark.

Growing your Own Vegetables

Growing your Own Vegetables

Yesterday she found a message in her ‘official’ mailbox (not zanzanaglob@gmail.com). She is on a waiting list for renting a vegetable garden 4 kms from her home since one year and a half, and she reached now the 6th position. She was expecting this message at the beginning of 2013, not so early! But some lots are free now, and the candidates for vegetable gardens have to decide if they want to sign a contract within next Saturday. O My God! The vegetable garden is now very close to her, and Zanzana feels that she can not reach it. The lot is bigger, better equipped but also more expensive than expected, and there is the possibility to wait until January to see if it is possible to get any of the smaller lots, but the waiting list is long! And then she did not study enough growing vegetable science! 🙂

Zanzana really does not know want to do. She realizes also that, when you want something, but this is something new and unknown for you, you miss the courage to get it. Anyway, she planned not to decide immediately, to ask around if anybody might help her with the work, and may be to go on Saturday morning to visit the place. She feels so happy anyway, that this is happening! 🙂

Vegetable Gardens, Milan

Vegetable Gardens, Milan

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Zanzana and the Liebster Award

Liebster Blog Image

Liebster Blog Image

Zanzana has discovered she was nominated for the Liebster Blog Award! Thanks to our friend Samantha, from food flavor fascination, a very interesting blog where you can find many recipes, combining different tastes and culinary traditions. This was a really unexpected pleasure, which we really hope our young blog to deserve. Zanzana also believes this can be a nice occasion to meet new bloggers and to get in contact with them.

Liebster Award Rules and Requirements

1. Post eleven facts about yourself.
2. Answer the questions the tagger has set for you and create eleven questions for people you’ve nominated.
3. Choose eleven people (with fewer than 200 followers) to give this award to and link them in your post.
4. Go to their page and tell them.
5. Remember, no tag backs.

Eleven things about Zanzana

1. Zanzana is proudly Italian

2. Zanzana really loves to learn other languages

3. Zanzana could not survive without her bycicle

4. Zanzana discovered cooking as one of the best forms of creativity

5. Zanzana’s favourite animal is the horse

6. Zanzana learned to love working with her hands

7. Zanzana would like to relocate in the countryside

8. Zanzana really misses the time spent in Damascus

9. Zanzana would like to learn sewing

10. Zanzana learned how to swim at 30

11. Zanzana is a beginner housewife.

Zanzana answers questions

  1. What’s your favorite TV show? Well, difficult question as I don’t watch so much TV. At the moment, I would say Crozza nel Paese delle Meraviglie, an Italian Satyrical Show.
  2. Do you have a special talent? I am a quick reader and learner.
  3. Where would you go for a dream vacation? To Brasil.
  4. Who is your hero? Gino Strada, from the Italian medical association Emergency.
  5. What is your ultimate burger? Any sort at RetroBurger, Cagliari, Sardinia
  6. What is your dream job? At the moment, Horse Farmer…
  7. Do you have any pets? No, unfortunately no.
  8. What was/is your favorite subject in school? Literature and Languages.
  9. If you could go back in time, what era would you go to and why? Italian Renaissance, for its cultural charme.
  10. What is your favorite dish? Pasta al pesto!
  11. What’s one thing you love about yourself? I do not take myself too seriously.

Questions for the nominees

1. How would you define yourself?

2. Which languages do you speak?

3. What is your favourite mean of transportation?

4. What do you feel when you cook?

5. What is your favourite animal?

6. What do you normally read?

7. Where would you like to live?

8. Is there a city you feel you really belong to?

9. Do you grow any vegetables at home?

10. How would you define Fashion?

11. What would be your first wish for your letter to Santa Claus?

And here you can find Zanzana’s nominees! (in alphabetical order)

Airstream Family

Flora’s table

Homemade With Mess

Life Among Horses

Life’s Unexpected Blessings

Midnight Visitor

Mule Diaries

Ponies at Home

The Iceland Experience

The Nature View

The Search for My Missing Happyness

Keep in Touch!

liebster

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Slovenia, il Piccolo Default dimenticato

Questo post è stato ispirato dalle notizie recentemente pubblicate sul blog nostro amico http://amicidelcampetto.wordpress.com/, che ringraziamo per l’importante contributo e al quale si devono molte delle fonti citate qui. Vi invitiamo a visitarlo per leggere numerose testimonianze dirette sulla situazione in Slovenia, Paese confinante con l’Italia e con il quale abbiamo condiviso momenti storici importanti, ma delle cui attuali sofferenze sembriamo quasi del tutto ignari.

Proteste in Slovenia

Proteste in Slovenia

La Slovenia, un Paese affascinante grande all’incirca quanto la Puglia con una popolazione di quasi 2050000 abitanti, è entrata nell’Unione Europea nel 2004, e ha adottato l’euro nel 2007, dopo essere uscita quasi indenne dai conflitti in Yugoslavia. Presentata al mondo come la “Svizzera dei Balcani”, e spesso portata ad esempio per l’efficienza apparentemente dimostrata nel soddisfare i requisiti finanziari imposti dall’ingresso nell’Unione, la Slovenia vive oggi una situazione di grave difficoltà socio-economica, che l’ha portata sull’orlo del default. Con un tasso di disoccupazione ufficiale stabile all’11%, il PIL diminuito dell’8% nel 2009 a causa di una bolla speculativa e tuttora in discesa, tagli dell’8% agli stipendi dei dipendenti pubblici, il 14% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà, la corruzione imperante sia a livello locale che nazionale, la Slovenia attraversa una fase di crescenti proteste, scoppiate all’inizio di novembre di quest’anno e poi estese a tutte le città del Paese. Sfortunatamente, sembra che molti di noi non abbiano avuto la possibilità di rendersi conto che un nuovo Paese si è aggiunto alla ‘Lista Nera’ dei membri dell’Unione, i famosi PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna e magari pure Irlanda), quelli che, nella vulgata dei media e dei governi di questi Paesi,  nel loro lassismo mediterraneo, stanno trascinando a fondo i laboriosi tedeschi e l’Unione tutta. Forse a causa delle dimensioni del Paese, nonostante confini con l’Italia e ancora ospiti una consistente comunità italiana, rischiavamo di non accorgerci che la Slovenia è ormai sull’orlo del default e che probabilmente sarà uno di quei Paesi che chiederanno aiuto alla BCE, se non fosse stato per qualche trafiletto, per qualche articolo sulla stampa locale, per i soliti ma sempre benemeriti Citizen Media di Global Voices, e per il lavoro di qualche ottimo volonteroso blogger, in particolare Scialuppe come dicevamo, qui e qui.

Franc Kangler, ex sindaco di Maribor

Franc Kangler, ex sindaco di Maribor

Le proteste sono partite all’inizio di novembre 2012 nella città di Maribor, e hanno preso di mira il sindaco corrotto della città, Franc Kangler, chiedendone le dimissioni. Le proteste di fine novembre sono poi degenerate in violenti scontri con la polizia, come si può vedere dalle immagini pubblicate qui, che fatto uso di gas lacrimogeni, cani, cavalli, arresti indiscriminati, mentre il governo progettava l’invio dell’esercito contro i manifestanti, uniti sotto lo slogan “Gotofi So!” (Siete Finiti!). Le proteste si sono poi estese alle città di Ljubljana (la capitale), Koper, Nova Gorica, Celje, Murska Sobota tra le altre, coinvolgendo decine di migliaia di persone. Ai primi di dicembre, la Slovenia ha inoltre eletto un nuovo Presidente, il socialdemocratico Borut Pahor al posto di Danilo Turk. L’affluenza alle urne è stata però molto bassa, sembra attorno al 42% con un numero comunque elevatissimo di schede nulle, a causa del clima di disillusione, sfiducia, rabbia causate dalla recessione.

La corruzione è pane quotidiano in Slovenia, come in molti altri Paesi della regione. Essa è stata protagonista della privatizzazione delle aziende di Stato, alimentata dalle banche, che hanno prestato denaro indiscriminatamente ai nuovi ‘imprenditori’, quando il Paese ha raggiunto l’indipendenza, nel 1992. Oltre ai tagli degli stipendi dei dipendenti pubblici e alla pesante crisi industriale che ha portato alla chiusura di gran parte dell’industria slovena, la scuola e la sanità pubbliche vengono progressivamente smantellate, per cercare di arginare l’indebitamento, con l’incoraggiamento e il benestare dell’Unione Europea.

Dispiace molto vedere come Paesi vicini a noi siano già travolti dalle difficoltà e dalle sofferenze che temiamo debbano caratterizzare il futuro dell’Italia, nonostante qualcuno cerchi di nasconderle o di darle per superate. Dispiace ancor di più non saper nulla di questi nostri vicini, non aver potuto far nulla finora per dimostrare loro solidarietà, o per cercare di capire come mai i Paesi in cui viviamo siano accomunati dalle stesse dolorose vicende, nonostante le notevoli differenze nelle dimensioni e nelle condizioni economiche interne di partenza. Pare di capire, anche in base a considerazioni di recente fatte a proposito di Paesi come l’Albania e la Serbia, e che valgono in generale per buona parte dei Paesi candidati all’ingresso nell’Unione, dove spesso il ‘nuovo sistema’ è già realtà, che il prezzo della stabilità finanziaria e la garanzia della sopravvivenza dell’Unione Europea, istituzione peraltro meritevole, saranno i nostri diritti, le pensioni, lo stato sociale, in particolare la sanità e la scuola. Dispiace soprattutto vedere come ormai l’Europa, intesa come Unione Europea e come insieme dei singoli governi che ne fanno parte, non perda occasione per suggerire, appoggiare, prescrivere provvedimenti in palese e totale contraddizione con i valori che le hanno dato vita.

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Puoi stare tranquillo, teniamo d’occhio noi tua moglie!

di Badriya al-Bishr, tradotto da Zanzana Glob
Pubblicato su al-Hayat, lunedì 19 novembre 2012
In quest’articolo troviamo alcune considerazioni di Badriya al-Bishr, scrittrice saudita, sull’implementazione, da parte delle autorità del suo Paese, di un servizio che permette al marito di controllare elettronicamente tutti gli spostamenti della moglie.
Velo e controllo passaporti

Donna velata al controllo passaporti

Al termine di quest’articolo troverete un riferimento alla vicenda di una donna, rimasta in piena notte davanti alla porta della caserma di polizia del villaggio di Hafayer, presso Khamis Mushit, dopo che suo marito l’ha tenuta chiusa in bagno per sei giorni, vittima di frustate e maltrattamenti, dandole perfino da bere la sua urina; a un certo punto lei l’ha fatto entrare visto che lui doveva fare la doccia, ed è riuscita a correre alla polizia. La polizia però l’ha lasciata fuori ad aspettare, in attesa, forse, di un miracolo, perché era già successo che suo padre, tutte le volte che era scappata da suo marito e gli era stata riconsegnata, avesse rifiutato di riprendersela. Questa e altre donne in situazioni simili non sembrano persone ma oggetti, abbandonati per strada senza nessuno che se li riprenda, finché il legittimo proprietario non decida del loro destino.

Badriya Al-Amr

Badriya Al-Bishr

Sicuramente troverete qualcuno che giustifichi i responsabili di queste situazioni, sostenendo come minimo che siano presi da questioni più rilevanti. E’ verissimo, visto che ultimamente la Direzione dell’Immigrazione ha svelato di essere stata occupata dall’implementazione di un nuovo servizio, il cui motto è “Teniamo d’occhio noi tua moglie, puoi stare tranquillo”. Mi piacerebbe sapere quanto denaro pubblico sia stato speso per quest’iniziativa. L’intelligente servizio fa parte di un pacchetto di misure che non si limitano al progresso o, per meglio dire, all’arretramento, per quanto riguarda le forme di regolamentazione minuziosa che insidiano la vita privata della donna, ma hanno anche un influsso considerevole a livello pubblico, cosicché ogni segreto che superi entrambi questi livelli si viene a sapere. Il controllo passaporti dell’aeroporto aveva già facilitato le cose al marito o al ‘responsabile’ di una donna, potendo emettere un documento di colore giallo, contenente il permesso il viaggiare per la ‘sorvegliata’ in partenza, senza che ciò comportasse necessariamente la presenza del marito o di un altro uomo responsabile per lei. Tuttavia questo foglio giallo, che ci ha messe in imbarazzo alle frontiere dei paesi del Golfo, dei Paesi arabi e in tutto il mondo, costituisce un precedente, e ha spinto la direzione dell’immigrazione ad ampliare il sistema di controllo, integrandolo di nascosto in quello elettronico, in modo che l’esito della richiesta sia noto soltanto all’impiegato del controllo passaporti, che lo vede sullo schermo del suo computer, e che di conseguenza possa far passare la donna che abbia il permesso, mentre debba richiedere la presenza del marito per quella che non ce l’ha. Tutto questo non sarebbe già abbastanza? No, non lo è. Siamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della soddisfazione dei bisogni portata all’eccesso: uno di questi bisogni è quello di un uomo che, stando comodamente seduto in ufficio o al bar, ora possa usufruire di un servizio che lo informi, tramite un messaggio sul cellulare, dove è arrivata la sua protetta, se ha superato il confine saudita, o se lo sta varcando per rientrare nel Paese. Alcuni mariti sono rimasti sorpresi, mentre accompagnavano le loro mogli attraverso la frontiera, dal fatto di essere informati di dove si trovava la loro compagna, e hanno quindi esclamato “Certo, il computer non può saperlo!”.

Consiglio vivamente alla direzione dell’immigrazione di brevettare quest’iniziativa, prima che delle società commerciali possano rubarla, per creare dei canali di comunicazione attraverso valigie e gioielli, per l’invio di messaggi al cellulare del marito con l’esatta distanza percorsa dalla moglie fuori casa.

Questi provvedimenti non vi ricordano quelli imposti ai criminali sottoposti a controllo? In realtà, la polizia non può metterli in atto se non in base a una decisione del tribunale, mentre questo viene offerto al guardiano della donna, come un ulteriore servizio pubblico, senza che l’abbia nemmeno richiesto?

Che una persona sana di mente metta sotto controllo la moglie, che vive con lui una relazione basata sulla reciproca soddisfazione, e non sull’oppressione e la prevaricazione, è segno che la donna è considerata la controparte di un rapporto basato solo su servitù e possesso: se il sovrano si comporta bene, la donna può vivere sicura e tranquilla, ma se si comporta male, le rimane un destino da schiava, deciso da colui che ha facoltà di liberarla o di maltrattarla. Tutto ciò giustifica il fatto che la signora di Hafayer sia stata lasciata fuori dalla caserma senza che le venisse offerto aiuto; prima di terminare, mi rivolgo al nostro comitato e all’associazione per i diritti umani, dicendo: “So che non potete far nulla, ma sarebbe utile anche solo dire una parola, in segno di solidarietà invece di tante dichiarazioni a distanza”.

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Ventunenne siriana si toglie il velo e su Facebook scoppia il dibattito

Versione originale: Unveiled Syrian Facebook post stirs women’s rights debate 

di Samer Mohajer ed Ellie Violet Bramley, tradotto da Zanzana Glob

BBC News Middle East, Beirut, 21 novembre 2012

Tra le decine di gruppi Facebook nati a supporto della rivoluzione siriana, spicca una pagina a sostegno dei diritti delle donne, a causa di un’immagine pubblicata da una componente del gruppo. Si tratta della ventunenne Dana Bakdounis, priva del velo che aveva indossato fin dall’infanzia, e che ha suscitato subito un vivace dibattito.

Dana Bakdounis senza il velo su Facebook

Dana Bakdounis senza il velo su Facebook

Dana Bakdounis è cresciuta in Arabia Saudita, ma si è tolta il velo, ad agosto 2011, come reazione contro il conformismo.

“Il velo non era adatto a me, ma dovevo portarlo a causa della mia famiglia e della società“, dice.

“Non capivo perché i miei capelli dovessero essere coperti, volevo essere parte della bellezza del mondo, sentire il sole e l’aria”.

A quel tempo, stava già seguendo su Facebook la pagina The Uprising of Women in the Arab World (La Rivolta delle Donne nel Mondo Arabo).

Il gruppo, con quasi settantamila membri, è diventato un forum per la discussione sui diritti delle donne e il ruolo dei generi nel mondo arabo. Donne, ma anche uomini, sia arabi che non, commentano le foto del gruppo.

Il 21 ottobre, Dana ha deciso di pubblicare una sua foto, per fare qualcosa per il gruppo e per le donne e le ragazze oppresse in tutto il mondo arabo.

Con lo sguardo dritto verso l’obiettivo, i capelli cortissimi ben in vista, in mano una foto di quando portava il velo e un cartello che dice: “La prima cosa che ho provato quando mi sono tolta il velo” e “Sostengo la rivoluzione delle donne nel mondo arabo perché, per vent’anni, non mi è stato permesso di sentire il vento nei capelli e sul corpo“.

L’immagine si è poi rivelata estremamente controversa, avendo attirato più di 1600 “Mi piace”, quasi 600 condivisioni, più di 250 commenti.

Dana ha ricevuto molto sostegno e, mentre molti dei suoi amici su Facebook ora non lo sono più, molti altri le hanno inviato richiesta d’amicizia.

Alcune donne che prima portavano il velo hanno caricato delle foto simili in suo sostegno, mentre su Twitter è stato creato l’hashtag #WindtoDana come canale attraverso il quale esprimere solidarietà.

‘Una ragazza coraggiosa’

Dana ha ricevuto centinaia di messaggi di scherno, oltre che minacce.

La madre, con la quale i rapporti si sono raffreddati a causa della sua disapprovazione nei confronti della figlia, ha ricevuto minacce di morte.

“Per me tutto è cambiato da quando mi sono tolta il velo”, dice Dana.

Il dibattito continua in maniera più sfumata. Una donna commenta che l’opposizione al velo è fuori luogo, dicendo che “Dovremmo lottare invece per l’eguaglianza nella società, quando una donna velata non riesce a ottenere un lavoro perché è coperta! Donne, siate orgogliose del vostro velo, è una benedizione!

Dana da parte sua è felice di aver creato una fonte di ottimismo per molte delle sue amiche religiose, velate o straniere nello stesso tempo.

“Sono stata felicissima quando ho visto quanti messaggi ricevevo da ragazze velate. Mi sostenevano, dicendo ‘Rispettiamo quello che hai deciso di fare, sei una ragazza coraggiosa, vorremmo fare lo stesso ma non abbiamo altrettanto coraggio’. Ho ricevuto messaggi anche da donne anziane“.

La vicenda di Dana ha suscitato ancora maggiore agitazione a causa della foto, che molti hanno percepito come offensiva, al punto da essere censurata da Facebook.

Gli amministratori della pagina Facebook hanno sostenuto pubblicamente, sia attraverso la pagina che sulla stampa locale e internazionale, che gli amministratori del sito hanno rimosso la foto di Dana il 25 ottobre, quattro giorni dopo che era stata pubblicata, e hanno bloccato il suo l’account come anche quelli degli amministratori della pagina The Uprising of Women in the Arab World.

Si presume che anche le foto ripubblicate da parte dei supporter di Dana siano state rimosse, e che l’account di tutto il gruppo sia rimasto bloccato tra il 29 ottobre e il 5 novembre.

Facebook, alla richiesta di commentare la vicenda, ha avuto difficoltà a spiegare che la questione non erano i contenuti per i quali la pagina è stata creata, ma soltanto l’applicazione errata di alcune regole del sito.

Dal dipartimento di comunicazione del sito spiegano: “Le foto della donna non violavano le nostre regole. E’ stato commesso un errore nel rispondere a una segnalazione relativa a un contenuto controverso”, per poi continuare così: “quello che ha peggiorato la situazione è che abbiamo avuto svariati errori per alcuni giorni, e ci è voluto del tempo per correggere ognuno di essi”.

A parte gli errori, anche solo le accuse hanno suscitato interrogativi interessanti sul ruolo non ufficiale, ma apparentemente di semi-onnipotenza giocato da uno dei social network più famosi in nell’intenso processo di cambiamento e rivoluzione in atto nella regione.

Una rete online

Sembra però che ci vorrà molto di più che alcune minacce e blocchi informatici per fermare la ventunenne  Bakdounis.

“Voglio fare un’altra foto, ma questa volta dall’interno della Siria, solo per mostrare che posso combattere contro l’ingiustizia e il potere illegittimo. Con la macchina fotografica posso aiutare gli altri a sostenere l’Esercito Siriano Libero“.

I resoconti in arrivo dalla Siria evidenziano sempre di più la presenza di fazioni fondamentaliste islamiche, con il potere di dirottare la ribellione in corso, all’interno del movimento anti-regime.

A causa dell’influenza di questi combattenti islamici non siriani, cresce inoltre la paura per il futuro dei diritti delle donne all’interno del Paese e in tutta la regione.

Dana e le altre ragazze come lei vogliono vedere una Siria diversa.

“[Una Siria] piena di diritti, di giustizia tra uomini e donne. Chiedo giustizia perché ho già realizzato la mia libertà , e adesso non ho più paura di niente, ora che posso fare ciò che ritengo giusto”.

Dana è soltanto una delle donne che cercano di farsi sentire a dispetto del frastuono che le circonda.

Lei e le altre esprimono un sentimento di libertà ritrovata: alcune si tolgono il velo, altre entrano nel dibattito globale sui diritti delle donne, creando una rete online, pubblica e coraggiosa, in una regione che è spesso, almeno in Occidente, associata all’estremismo e alla sottomissione della donna.