L’uragano Sandy è molto lontano dalla Siria

Versione originale: Our Storm, and Syria’s

di Philip Gourevitch, pubblicato su New Yorker, 29 ottobre 2012

Traduzione di Zanzana Glob, segnalazione di Caterina

Questo articolo, una breve riflessione sul peso della catastrofe siriana rispetto alle difficoltà affrontate negli Stati Uniti a causa dell’uragano Sandy, e sul rapporto nei due Paesi tra la popolazione e i rispettivi governi, viene tradotto in occasione di “Siria, I Care” blogging day, 11 novembre 2012. Maggiori informazioni sulla pagina Facebook dell’evento.

La distruzione a Homs, Syria

La distruzione a Homs, Syria

Stamattina, più o meno all’ora in cui il mio account Twitter è stato sommerso da foto del Norfolk, della Virginia, di Atlantic City, New Jersey, Far Rockaway, Queens ormai sott’acqua e proprio nel momento in cui le raffiche a quaranta-cinquanta miglia all’ora, presagio dell’arrivo dell’Uragano Sandy a Brooklin, iniziavano a scuotere i rami degli alberi contro le mie finestre rigate di pioggia, in maniera così violenta che mi sono aggrappato alla scrivania per mantenere l’equilibrio, la mia attenzione è stata attirata da un messaggio su Twitter dell’esperto di Medio Oriente Karim Sadjadpour: “Immaginate di dover passare Sandy ogni santo giorno per diciannove mesi di fila, senza alcuna prospettiva di una conclusione. #Syria”.

Certo, lo stato d’emergenza, l’incertezza, il terrore, l’economia che si blocca, le scuole chiuse, le famiglie chiuse dentro senza poter far nulla, e questi sono ancora quelli fortunati rispetto agli evacuati, agli sfollati, quelli che hanno perso tutto.

No, ricordarsi dei diciannove mesi di inferno in Siria, di torture, massacri, carri armati per strada, città bombardate, in una discesa ormai inesorabile da una stagione malcontento incostante a una generazione di guerra totale, ricordarsi di tutto questo significa sentirsi rassicurati del fatto che Sandy, per quanto letale, distruttivo, costoso, distruttivo, non è poi così male, per essere una catastrofe.

Sapevamo che Sandy sarebbe arrivato e sappiamo che passerà. Per quelli che sono sopravvissuti ai parenti uccisi dalla tempesta, o per quelli che hanno avuto le case distrutte e le loro vite sconvolte, non se ne andrà tanto in fretta. Ma per la società nel suo insieme, per il Paese, è appena iniziato ed è quasi finito. E’ impossibile per noi immaginare Sandy per diciannove mesi di fila, senza alcuna prospettiva di conclusione in vista. Non è soltanto la velocità che rende impossibile paragonarlo alle tempeste che devastano la Siria, ma quello che una crisi come quella causata da Sandy ci ricorda è che, anche tra le maglie di un’elezione presidenziale dalla posta in gioco molto alta, il nostro governo è lì per proteggerci, e pensiamo non soltanto che debba, ma anche che possa farlo.

La velocità e tutto sommato l’ordine, almeno finora, con cui la macchina folle che è New York City è rimasta chiusa nelle ultime trentasei ore è in ogni caso l’opposto di quello che vediamo in Siria. Non è soltanto il fatto che noi siamo in preda di un disastro naturale, e non della guerra, sebbene ciò sia d’aiuto. Il fatto è che qui esista un senso di ‘bene comune’, condiviso in maniera molto estesa e rapida, sia dalla gente che dallo Stato.

Così, anche se forse lui non intendeva questo, considero il messaggio di Karim Sadjadpour come un modo per ricordarci che dovremmo, come nell’inferno e nelle inondazioni causati da Sandy, tenere conto delle fortune che ci sono toccate. Quanto alla settimana prossima, almeno, sappiamo che possiamo avere un presidente che la veda in questo modo. Durante la convention repubblicana di quest’anno, a Tampa, Mitt Romney ha schernito il desiderio di Obama di affrontare la questione del cambiamento climatico globale e dell’aumento del livello dei mari che oggi mettono in pericolo la nazione, e ha proposto un budget che taglia della metà i fondi per la  Federal Emergency Management Administration (FEMA, Ente Federale per la gestione delle Emergenze), la cui esistenza, sebbene inadeguata e frustrante dal punto di vista burocratico, è di qualche conforto quando siamo bistrattati dalla natura. Romney possiede la visione presidenziale che abbiamo dovuto subire durante l’uragano Katrina. Il Paese ha poi chiesto un cambiamento, e l’ha ottenuto. La tempesta in cui ci troviamo oggi è ben al di là del controllo del governo, ma non lo è la necessaria risposta ad essa.

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Barack Hussein Obama di nuovo Presidente: lo stato di grazia è finito

Versione originale: President Barack Hussein Obama – again: But the grace is gone

Articolo di Hamid Dabashi, tradotto da Zanzana Glob

Al Jazeera English, 7 novembre 2012

Obama ha sperperato l’opportunità, concessa a pochissimi presidenti degli Stati Uniti, di modificare la percezione globale di questo Paese.

Il Presidente Obama durante il discorso al Cairo, 2009

Il Presidente Obama durante il discorso al Cairo, 2009 (Photo by David Silverman/Getty Images)

Volevo scrivere quest’articolo prima che elezioni presidenziali del 2012 negli Stati Uniti giungessero al termine, come una sorta di dichiarazione pubblica sul perché non avrei votato per Obama quest’anno.

Tuttavia, dopo il fiasco di Obama nel primo dibattito presidenziale con lo sfidante repubblicano Mitt Romney, ho deciso di rimandarne la pubblicazione, in modo da essere sicuro che venisse effettivamente eletto. Per il momento, il mondo si è salvato dalle buffonate stravaganti di Mitt Romney – un incrocio bizzarro tra Attila Re degli Unni in una guerra globale e Jack lo Squartatore nella barbarie capitalista, ormai deluso nella sua ambizione di diventare il “Leader del mondo libero”, come amano farsi chiamare queste persone.

Purtroppo questo è il destino della nostra democrazia, che si fregia del titolo di “Leader del mondo libero”, e vuole perciò assegnare tutti i ruoli nel mondo a suo piacimento, cosicché ogni quattro anni siamo così terrorizzati dalla prospettiva di un Romney che corriamo a votare per un Obama – scegliendo un politico opportunista invece di un pericolo globale.

L’assunto che Obama sia relativamente meglio di Romney è ovviamente molto difficile da far digerire a Iraniani, Afgani, Palestinesi, Pachistani che, in un modo o nell’altro, stanno soffrendo a causa delle sue decisioni letali.

Ma ora Obama è stato rieletto, e mi accingo a pubblicare questo pezzo, non come un tetro de profundiis su un fatto compiuto, ma come forma di riflessione su come e perché sia successo che Obama, pur avendo vinto le elezioni per la seconda volta, abbia perso il favore che un tempo il suo nome e il suo viso evocavano tra milioni di persone in cerca di un mondo migliore.

Quanto profondamente Obama ha tradito queste speranze!

La più profonda delusione

La lista di delusioni che abbiamo accumulato, una volta riposte le nostre speranze in Obama, è lunga e dolorosa, da questioni interne a quelle dette di “politica estera” (non ci sono affari internazionali negli Stati Uniti che non costituiscano anche questioni interne – gli imperi sono per definizione affari globali).

Murtaza Hussain le riassume bene in un suo recente articolo per Al Jazeera:

“Il diritto di tenere in detenzione dei cittadini a tempo indeterminato senza processo, le ‘Kill List’, liste delle persone da eliminare e le ‘Disposition Matrix’, elenchi contenenti le identità di presunti terroristi e le disposizioni da prendere in caso di cattura, una flotta in rapida espansione di droni, che non rispondono ad alcuna legge, e il diritto presunto di poter uccidere cittadini americani senza un regolare processo, tutti questi segnali di un vasto ampliamento del potere esecutivo sono l’eredità dei quattro anni di Presidenza di Barack Obama, e rappresentano essi stessi una nuova era rispetto al potere del governo americano nei confronti dei suoi cittadini. Mai prima d’ora un presidente americano si era arrogato il diritto di agire come giudice, giuria ed esecutore della pena, nei confronti dei propri concittadini”.

Infatti, in un altro articolo, Mark Levine si chiede

“Com’è possibile che un organizzatore di comunità, divenuto professore di Diritto Costituzionale, divenuto funzionario pubblico, sia l’artefice principale, che ha reso possibile e sostenuto una matrice includente delle azioni che violano così chiaramente i principi più basilari della Costituzione, dopo aver giurato di difenderla?

Di seguito un’altra considerazione sui risultati ottenuti dal presidente Obama, da parte di Glenn Greenwald:

“Barack Obama è andato più lontano [di George W Bush] rivendicando il potere non solo di detenere cittadini ancora privi di giudizio, ma anche di assassinarli (cosa sulla quale il New York Times dice: ‘E’ molto raro, per non dire senza precedenti,  che a un americano venga permesso di commettere omicidi mirati’). Ha intrapreso una guerra senza precedenti contro gli informatori, rispolverando il Wilson’s Espionage Act del 1917, al fine di perseguire un numero di informatori oltre due volte maggiore di quello di tutti gli altri presidenti messi insieme. Le sue azioni però sono state coperte per lo meno da altrettanta segretezza, per non dire di più, di ogni altro presidente nella storia degli Stati Uniti”.

Chi è quest’uomo – è lo stesso che ha ipnotizzato milioni di esseri umani intorno al mondo, al punto da credere che fosse una benedizione venuta da dio (Barack è una parola che deriva dall’arabo e significa appunto benedizione) per tutta l’umanità?

A parte tutte queste atrocità, quello che trovo particolarmente preoccupante è il bizzarro e banale servilismo di Obama nei confronti di Israele: Obama si è piegato per fare spazio agli sfacciati propositi di guerra di un fanatico deluso come Benjamin Netanyahu. Chi avrebbe fatto la stessa cosa? Perché un presidente degli Stati Uniti dovrebbe dimostrarsi così servile nei confronti di un primo ministro israeliano?

Vero che, come zona di insediamento di una guarnigione coloniale, Israele costituisce la portaerei più grande e in maggiore espansione per gli Stati Uniti nella regione, ma il Comandante-in-Capo non dovrebbe controllare la portaerei, invece che il contrario? Che tipo di rispetto può avere un americano per la propria cittadinanza in questo Paese, visto che un minuscolo insediamento coloniale dall’altra parte del mondo può trasformare il Congresso in un negozio di giocattoli pieno di pupazzi?

Di nuovo, come già aveva fatto nel 2008, durante un’altra serie di crimini di guerra da parte di Israele a Gaza – durante il suo ultimo dibattito con Romney, Obama ha i citato i propri figli, parlando di quelli israeliani, senza essere sfiorato nemmeno una volta dal pensiero di quelli palestinesi, iracheni, afgani o pachistani.

Perché quest’uomo è così irrevocabilmente banale? Dove e quando pensa di vivere? Che tipo di credibilità pensa di trasmettere, quanto parla in maniera così ipocrita, a un livello così strabiliante? Ci sono circa un miliardo e trecento milioni di persone al mondo che si fanno chiamare musulmani, milioni di loro proprio negli Stati Uniti, e per tutti loro la Palestina rimane una ferita aperta. Quale livello di depravazione morale può portare un uomo ad essere completamente indifferente verso un popolo che soffre a causa di un regime criminale, che può sostenersi soltanto grazie al fatto che lui e il suo Paese mantengano saldi i legami con esso?

Un problema politico, non personale

Il fallimento morale di Obama ci parla di un’incapacità politica che va ben oltre la sua persona, profondamente radicata nel tessuto originario della politica americana.

Il problema non sono i risultati disastrosi conseguiti da Obama. Il problema è endemico alla politica americana, inizia con la frangia estremista a destra del Partito Repubblicano e rappresentata da persone, come Michele Bachmann o Newt Gingrich, che, una volta entrati nella partita, sono così violenti da rimanervi per sempre e da spingerla sempre più a destra.

Perché rimangono della partita quando sanno benissimo che non hanno alcuna possibilità, eccetto quella di spostare il centro della retorica del partito repubblicano verso destra, e quindi di trascinarne tutta la piattaforma in quella direzione?

Più a destra va il partito repubblicano, più quello democratico lo segue nella stessa direzione, cosicché, una volta terminate le elezioni, il centro di gravità della politica americana è spinto a destra in maniera estremamente concreta, nonostante abbia delineato un’illusione di democrazia e liberalismo.

Il risultato è che lo spettacolo dell’esercizio della democrazia è una semplice chimera e significa davvero poco, sia che venga eletto un democratico oppure un repubblicano, visto che il calcolo del potere politico avviene altrove, sotto la superficie rispetto alle elezioni presidenziali.

Pochissimi presidenti degli Stati Uniti, a memoria d’uomo, hanno avuto l’opportunità di alterare la percezione globale di questo Paese: Obama è il caso più significativo tra loro e quindi il suo fallimento segna la fine di qualsiasi illusione che questo sistema politico potesse mai correggere il suo corso, o che, a maggior ragione, avesse qualcosa da offrire al mondo eccetto le armi di distruzione di massa, la Kill List, e attacchi letali per mezzo di droni.

Durante la presidenza Obama, la storia bellica del mondo ha raggiunto un nuovo e più pernicioso livello, visto che il presidente verrà ricordato per la sua infame “Kill List”, per il fatto di aver dato un nuovo peso strategico agli attacchi con i droni, per la sua firma del National Defence Authorisation Act (NDAA, Atto di Autorizzazione per la Difesa Nazionale), e, soprattutto, per aver di fatto istituzionalizzato nelle politiche regionali americane le iniziative di guerra di Israele.

Il mondo si è liberato da un’illusione

Il trionfo politico e la disfatta morale di Obama sono nello stesso tempo la conclusione di un capitolo e l’inizio di un orizzonte liberatore nello scenario politico mondiale. Il destino della politica americana, per come l’abbiamo vista gestire, è ora sigillato per sempre tra George W Bush e Barack Hussein Obama, un guerrafondaio mentalmente disturbato e un imperialista dal tono sommesso, con una “Kill List” nascosta, uno squadrone di droni letali, e un dibattito in burocratese che criminalizza il dissenso, tutto per permettergli di fare come gli pare.

Dopo l’esaltazione generata dalle aspettative e la brusca delusione da parte della prima presidenza di Obama, che ora si ripete con la rielezione, è sempre più chiaro che questo Paese non abbia niente da offrire al resto del mondo, che ora si sta ribellando da un capo all’altro per difendere i diritti democratici, e sarebbe una vera catastrofe se il sistema di partiti politici degli Stati Uniti intendesse esportare il suo marchio di “democrazia” ai Paesi arabi recentemente liberati o da qualsiasi altra parte nel mondo.

Quella che viene chiamata “Politica bipartisan” è la ricetta per la catastrofe politica se l’intenzione è quella di esportarla nel resto del mondo, cosicché fra alcuni decenni potremmo trovarci a dover scegliere tra personaggi simili a Obama e Romney nel mondo arabo e musulmano. Gli arabi, i musulmani e il mondo nel suo insieme dovrebbero invece osservare con attenzione la loro storia e coltivare un’intuizione democratica del tutto nuova.

Non vi è nulla di più deludente (e anche straziante) che vedere americani progressisti come Michael Moore, persone profondamente interessate al bene del loro Paese e a quello che combina in giro per il mondo, alzarsi la mattina del Supermartedì per implorare i loro sostenitori di ignorare gli scrupoli e andare a votare per Obama.

Secondo un sondaggio, circa 90 milioni di elettori avevano intenzione di non andare a votare. Moore ha fatto appello ai suoi numerosi sostenitori affinché prendano queste persone e chiedano loro di votare, dicendo:

“Qualche tempo fa avremmo semplicemente etichettato queste persone come apatiche o stupide, ora non più. Non hanno bisogno di rimproveri, ma di empatia. Oggi quelli che non votano sanno perfettamente cosa sta succedendo, e non vogliono farne parte. Sono scoraggiati, disillusi, quasi privi di speranza che le cose possano cambiare. Molti sono disoccupati o lavorano per un tozzo di pane. Sono arrabbiati e dovremmo dire loro che ne hanno tutto il diritto“.

Non sono però quei 90 milioni ad aver bisogno di empatia, ma è Michael Moore (l’uomo che ha diretto Fahrenheit 9/11) che ne ha bisogno, mentre cerca disperatamente di creare speranza, fiducia e sicurezza nei confronti del signor Kill List, presidente autore del National Defence Authorisation Act.

Semmai, il modello americano di democrazia, bloccato com’è tra gli ingranaggi autoreferenziali, a circuito chiuso del partito democratico e di quello repubblicano, è precisamente il modello che non deve essere seguito da qualsiasi altro Paese che aspiri alla democrazia.

Come mi ha fatto notare in ottobre Mohamed-Salah Omri, illustre studioso tunisino presso il St John’s College di Oxford, la raccomandazione che ha rivolto ai tunisini è stata: “Seguite qualsiasi modello, tranne quello americano”.

Rispetto a cosa sia successo della nobile storia delle lotte contro la schiavitù e la cittadinanza di seconda categoria, eventi che hanno favorito Obama sia dal punto di vista retorico che emotivo, al fine di farlo diventare il primo presidente di colore, essa è tornata da dove è venuta, alla coscienza e al subconscio della storia mondiale, da dove diviene prerogativa del mondo nel suo insieme, grazie a WEB du Bois e Malcolm X, visto che la gente continua a lottare (per usare le parole dei rivoluzionari egiziani), per “Pane, Giustizia Sociale, Dignità Umana”.

Faccio parte della lista di quelli che, nonostante i seri dubbi, hanno votato per Obama quattro anni fa, dichiarandolo pubblicamente – visto che, infatti, l’ho sostenuto per l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace, nonostante il fatto che, alla fine dei suoi primi cento giorni alla Casa Bianca, potessi già concludere che non fosse sulla strada giusta.

Ho agito in questo modo non tanto per la fiducia in un uomo che doveva ancora dimostrare tutto, ma, come ho detto anche allora, in modo da unirmi al coro dei sogni brutalmente traditi di milioni di americani e non americani insieme, per un mondo migliore.

Allora come adesso vi erano dei cinici che liquidano quella speranza come ingenua. Magari il mondo non rimanesse mai privo di una simile ingenuità, così piena di speranza! Per parafrasare il detto “Con il senno di poi”: quattro anni fa se non hai votato per Obama è segno che che non avevi un cuore, quest’anno, se l’hai fatto, non hai speranza nell’umanità.

Hamid Dabashi è Professore alla cattedra Hagop Kevorkian di Studi Iranici e Letteratura Comparata alla Columbia University di New York.  Il suo ultimo libro è Arab Spring: The End of Postcolonialism (Zed 2012).

Le opinioni espresse in quest’articolo sono da attribuire all’autore e non riflettono necessariamente quelle di Zanzana Glob.

L’uragano Sandy porta alla luce anche tremende diseguaglianze

Versione originale: The Hideous Inequality Exposed by Hurricane Sandy

Articolo di David Rohde, tradotto da Zanzana Glob, segnalazione di Mar

The Atlantic Mobile, ripreso da Reuters

A Manhattan, la tempesta ha svelato una città sempre più divisa, nel corso dell’ultimo decennio, dalle diseguaglianze economiche, e ha ulteriormente ravvivato la contesa elettorale

Poster sull'uragano Sandy nel metrò di New York

Poster sull’uragano Sandy nel metrò di New York

Un portiere d’albergo era preoccupato per sua madre, che vive nella parte alta della città. Una cameriera continuava a chiamare la sua famiglia a Queens. Un posteggiatore dice di non essere riuscito a contattare l’unico membro della famiglia che gli rimane, sua sorella, che vive nel New Jersey, dall’inizio della tempesta. Gli abbiamo chiesto dove si trovasse durante l’uragano, e la sua risposta è stata molto semplice:

“Ho dormito in macchina”.

Sandy ha prostrato tutti i 19 milioni di abitanti dell’area metropolitana di New York, ma alcuni molti più di altri, in una città che è sempre più divisa dal punto di vista economico.

Nella zona di Union Square a Manhattan, alcune ore prima dell’arrivo della tempesta lunedì sera, tutti i ristoranti, i negozi di alimentari, gli alberghi erano aperti. (Io e mia moglie ci eravamo trasferiti in albergo dopo l’ordine di evacuazione dalle abitazioni della parte bassa di Manhattan). Mentre il vento si alzava, l’esercito di commessi, camerieri e tutto il personale di servizio della città è rimasto al suo posto, invece di andare a casa dalle proprie famiglie.

Le divisioni tra ricchi e poveri non sono affatto nuove a New York, ma l’uragano le ha fatte emergere con grande chiarezza. Alcuni abitanti della città hanno potuto investire il loro tempo e le loro energie  a proteggere le loro famiglie, mentre molti altri no.

Quelli che hanno la macchina sono potuti scappare. Quelli con disponibilità economiche si sono rifugiati in albergo. Quelli con un lavoro stabile hanno potuto rifiutare di andarci, per quel giorno. Ma i cuochi, i portieri, gli addetti alla manutenzione, i tassisti, le cameriere hanno dovuto lasciare a casa i loro cari.

Secondo i dati più recenti riportati dal New York Times la città ha raggiunto il massimo livello di diseguaglianza economica degli ultimi dieci anni. Come peraltro sta succedendo in tutto il Paese, i ricchi stanno diventando più ricchi e i poveri più poveri. Il ventun per cento della città vive in povertà, e il reddito familiare medio è sceso di 821 dollari l’anno. Secondo il New York Times: “Il reddito medio della fascia più bassa è stato di 8844 dollari nel 2010, meno 463 rispetto all’anno precedente, quello della fascia più alta 223285 dollari, 1919 in più rispetto all’anno precedente”.

Manhattan, il quartiere più ricco e signorile della città, è un caso estremo. Qui New York rivaleggia con l’Africa sub-sahariana per livello di diseguaglianza. L’anno scorso, i residenti più ricchi di Manhattan hanno guadagnato in media 391022 dollari l’anno, secondo gli ultimi dati economici. Il venti per cento più povero ha guadagnato invece soltanto 9681 dollari in un anno.

Detto questo, gli abitanti più ricchi di Manhattan hanno guadagnato quaranta volte di più dei suoi abitanti più poveri (la differenza era di 38 volte nel 2010). Soltanto una manciata di Paesi in via di sviluppo, come la Namibia e Sierra Leone, mostrano livelli di diseguaglianza più elevati.

Nella zona di Union Square i privilegiati di New York, me incluso, hanno potuto cenare, ordinare del cibo a domicilio, ritirare generi di prima necessità una o due ore prima dell’approdo di Sandy. Questo è stato possibile grazie ai cuochi, ai commessi, agli impiegati d’albergo rimasti al lavoro invece di correre a casa.

Si tratta di un gruppo assai variegato. Alcuni sono giovani ventenni, altri americani di mezza età mai riusciti a diventare colletti bianchi, la maggior parte sono immigrati.

All’altra estremità della scala del benessere, sono venuti alla luce gli antichi eccessi di New York. Alcune famiglie si sono portate le baby sitter  in albergo perché le aiutassero con i bambini durante l’uragano. Altre sono cadute nel panico quando la corrente si è interrotta. Nel frattempo, camerieri, inservienti, portieri continuavano ad aiutarle.

La tempesta ha danneggiato anche i ricchi. Turisti e uomini d’affari di Boston, dalla California, dall’Inghilterra e dal Giappone sono rimasti bloccati in albergo. Sono rimasti senza elettricità, acqua, mezzi di trasporto, in balia di perfetti estranei.

Gli eroi della città sono stati le decine di migliaia di poliziotti, pompieri, manutentori, paramedici che hanno lavorato tutta la notte, per uno stipendio che varia da 40000 a 90000 dollari l’anno. A questi si sono uniti i politici locali più attenti ai risultati che alle alleanze elettorali, come il governatore del New Jersey Chris Christie, il sindaco di New York Michael Bloomberg e quello di Newark, Corey Booker.

Ventiquattr’ore dopo il disastro, la politica aveva già fatto registrare delle considerazioni sgradevoli. I democratici si sono avventati su una dichiarazione dell’anno scorso di Mitt Romney,  che, durante un dibattito per le primarie, aveva sostenuto che la responsabilità della risposta in caso di disastri dovesse passare agli Stati dell’Unione e, quando possibile, essere gestita da aziende private. Michael D. Brown, il contestatissimo direttore dell’Agenzia Federale per la Gestione dell’Emergenza (FEMA) sotto George W. Bush, ha affermato che l’amministrazione Obama ha risposto più rapidamente all’uragano Sandy che agli attacchi terroristici a Bengasi.

“Una cosa che gli dovremo chiedere sarà, perché si è buttato su quest’occasione così velocemente, per poi tornare di corsa a Washington, mentre nel caso di Bengasi…è andato a Las Vegas?”, ha dichiarato Brown a un giornale d’opposizione  di Denver. “Quello che succede qui è tutto l’opposto di Bengasi.”

Nei prossimi giorni, le reazioni di Obama e Romney alla tempesta verranno analizzate. Il ruolo del governo federale nel coprire i costi del disastro verrà lodato, ma anche attaccato. I politici, come sempre, lotteranno per il proprio vantaggio.

La tempesta ha mostrato molte cose riguardo a New York, in primo luogo le sue debolezze, ma anche i suoi punti di forza. A me, ha mostrato il crescente divario economico che la caratterizza. Sono sicuro che molte delle persone rimaste al lavoro il giorno dell’uragano l’abbiano fatto spontaneamente, ma temo che non sia così per altrettante di loro.

Quest’articolo è uscito in origine su Reuters.com, sito partner di Atlantic.