L’Albania e il nazionalismo europeista

Versione originale: “En Albanie, la rhétorique dominante est le national-europeisme”

intervista raccolta Piotr Smolar, tradotta da Zanzana Glob

Pubblicato su Le Monde, 23 giugno 2013

L’intellettuale Fatos Lubonja commenta, poco prima delle elezioni di domenica 23 giugno 2013, l’attuale situazione in Albania, dove la necessità di un profondo rinnovamento politico non potrà essere soddisfatta dalla vittoria di alcuno dei candidati in corsa. I socialisti guidati da Edi Rama sembrano aver ora prevalso nei risultati rispetto alla coalizione di Sali Berisha, dopo le prime dichiarazioni, nelle quali entrambi i candidati si erano attribuiti la vittoria. Zanzana traduce quest’intervista, che ci spiega qualcosa di un Paese molto vicino spazialmente, ma tuttora lontanissimo a livello delle informazioni a nostra disposizione.

Fatos Lubonja

Fatos Lubonja

Scrittore, giornalista, difensore dei diritti umani, Fatos Lubonja rappresenta tutte queste cose. Intellettuale molto noto in Albania, ha passato 17 anni dietro le sbarre come prigioniero politico, durante il comunismo, per poi essere liberato nel 1991. Da quel momento, è rimasto un osservatore intransigente dell’Albania moderna, in particolar modo da quando Sali Berisha è divenuto primo ministro, nel 2005.

Mentre gli albanesi sono chiamati alle urne domenica 23 giugno per le elezioni politiche, Fatos Lubonja analizza, in un’intervista a Le Monde, la polarizzazione del Paese e il peso del passato nelle pratiche politiche contemporanee.

Otto anni dopo l’arrivo al potere di Sali Berisha, a che punto si trova l’Albania?

Potremmo fare un grafico, ma dipende da cosa si vuole misurare. Parliamo della costruzione di strade ed edifici? Potremmo dire che abbiamo molto più cemento. La qualità della vita delle persone, invece, al di là del semplice reddito? E’ rimasta più o meno la stessa. Se parliamo della libertà, della dignità, dei diritti degli individui, della loro fiducia nelle istituzioni e nel futuro, vedo una caduta drammatica. L’Albania è in pieno decadimento.

La scelta possibile per gli elettori, domenica, è tra i democratici al potere e i socialisti…

Potremmo scegliere tra loro, dicendo che miglioreranno a poco a poco. Ma cosa possiamo fare se ci rendiamo conto che questi partiti sono ormai degenerati, che sono sempre più corrotti, legati al crimine organizzato, autoritari? Se ci rendiamo conto che è soltanto una rotazione tra due bande di briganti che vogliono controllare il territorio, come possiamo desiderare un cambiamento? Io non vorrei prendere la responsabilità di tenerci Berisha o di mettere Rama al suo posto. Anche votare scheda bianca in Albania vuol dire esporsi a chi vorrebbe scrivere un nome sulla tua scheda, a tua insaputa. Io vorrei invece che si facesse una grande croce sulla scheda. Sarebbe il segnale di un nuovo movimento, o meglio il modo per far capire ai banditi che devono cambiare.

Come vede lo scontro tra Sali Berisha ed Edi Rama?

Berisha e Rama

Berisha e Rama

Si tratta di due leader carismatici alla Berlusconi, che rappresentano ognuno un partito privo di qualsiasi vita democratica. Sono il prodotto della nostra tradizione, a partire da Enver Hoxha, e delle peggiori trasformazioni dell’occidente, sotto il potente influsso dei media. Entrambi sono paranoici, ognuno a suo modo, ebbri di potere fino all’estremo. Rappresentano molto bene le strutture familiari, paternalistiche dell’Albania. Berisha attacca Rama a causa dei legami passati della sua famiglia, visto che lo zio di sua madre era stato membro del Politburo. In questo Paese, l’appartenenza a un clan familiare è molto importante. Rama attacca invece Berisha a proposito della sua età, insultandolo.

Quali sono il segnali dell’eredità del comunismo nelle pratiche politiche?

Si tratta di un’eredità molto pesante. Cinquant’anni di comunismo hanno educato le persone a non essere responsabili. Era lo Stato, la leadership che decideva dove dovessi nascere, che scuole avresti frequentato, cosa dovevi imparare, che professione avresti fatto. Sono tra quelli che ritengono che oggi siamo per il 60-70% in continuità con il nostro passato, mentre il resto è stato importato dall’Occidente. Quando il regime è crollato, non abbiamo appreso il senso di responsabilità, o a creare delle comunità. Molti albanesi sono emigrati, mentre gli spazi pubblici venivano distrutti. Questo si vede chiaramente nelle costruzioni allucinanti di Tirana. Gli albanesi continuano a cercare dei leader carismatici.

Il regime passato ha insegnato alle élite una sorta di doppio linguaggio, a non fidarsi. Abbiamo ereditato una cultura della manipolazione e della simulazione, sulla quale si basa la relazione tra le élite e il popolo.

Enver Hoxha in un francobollo commemorativo

Enver Hoxha in un francobollo commemorativo

Qual è il posto e il potenziale del nazionalismo albanese?

Questo rimanda alla questione del doppio linguaggio. Ogni partito politico è nazionalista nel senso che nessuno osa dire che il sogno di unificazione del popolo albanese è terminato. Il Kosovo esiste, gli albanesi di Macedonia anche, e noi rimaniamo dove siamo. Questo sogno è rimasto sotto il tappeto durante la dittatura, poi è ritornato negli anni Novanta. Esiste poi un linguaggio per il pubblico albanese e un altro all’estero. Questo riflette anche le ambiguità dell’Unione Europea, riguardo al progetto stesso dell’Unione. Anche in Europa ci sono dei nazionalismi forti, e prospettive incerte.

In Albania, la retorica dominante è il nazionalismo europeista. I politici dicono: “Noi albanesi saremo unificati sotto il cielo europeo, quando non ci saranno più le frontiere, e potremo dimenticare la Serbia, la Macedonia e la Grecia!” Se il progetto europeo fallisse, l’Europa vedrebbe il suo peggiore riflesso nei Balcani. Il peggior disordine possibile. Non mi riferisco a una guerra. Altri attori, come la Russia, che ha dei legami forti con la Serbia, o la Turchia, che ha sostenuto gli albanesi e la Bosnia, entreranno nelle danze, e torneremo ad antiche alleanze.

Il futuro della scuola in Siria

Versione originale: المدرسة السورية…الان

di Hassan Abbas, tradotto da Zanzana Glob
Pubblicato su Al-Mudun, 6 marzo 2013
A due anni dall’inizio della rivoluzione siriana, Zanzana propone una riflessione sulle condizioni attuali della scuola in Siria, pubblicata da Hassan Abbas su Al-Mudun.
Campo profughi di Gaziantep, 26 novembre 2012

Campo profughi di Gaziantep, 26 novembre 2012


“La Scuola è fabbrica di Cittadinanza”: così recita tutta la letteratura su questo concetto, compresa quella che ne critica la versione tradizionale per chiedere il riconoscimento dei diritti culturali di gruppi minoritari nell’ambito dell’unità politica di un determinato Stato. Di certo la scuola siriana non è mai stata un grande esempio di formazione alla cittadinanza negli ultimi anni, per due motivi principali: il primo è il pensiero populista, che vede la scuola come uno strumento strategico per allevare generazioni imbevute di quel pensiero unico, che si è eretto a guida del Paese e della società. Il secondo, che deriva dal primo, è il modello di insegnamento, che non è stato creato in base a criteri che tengano in considerazione l’educazione e la formazione del cittadino, ma che ha invece amplificato le divergenze presenti naturalmente nella società, creando intere generazioni di siriani ignari delle caratteristiche essenziali della loro società. Tra le conseguenze di tutto ciò vi è la creazione di immagini stereotipate dell’altro, ad esso attribuite dall’esterno, incomprensibili all’interessato. Ad esempio, si può dire che i siriani conoscano davvero i curdi che vivono nel loro Paese? I musulmani conoscono davvero i cristiani? Ma anche all’interno dell’Islam, gli esponenti di una certa comunità religiosa conoscono le caratteristiche specifiche delle altre?
La scuola siriana ha lavorato per la cancellazione delle differenze che hanno modellato il Paese storicamente e culturalmente, e, nel momento in cui non ha potuto cancellarle, ha innalzato dei muri. In questo modo ha dato vita a intere generazioni i cui membri non si conoscevano l’un l’altro arrivando a ignorarsi completamente: l’essere umano percepisce però come nemico ciò che ignora. Quest’ignoranza ha costituito terreno fertile per la polarizzazione confessionale, favorita dal regime come uno strumento della sua soluzione militare al conflitto corrente da un lato, dall’altro per il rafforzamento delle componenti della popolazione più svantaggiate dal punto di vista dei diritti.
A livello delle condizioni materiali, la svolta militare da parte del regime da portato alla distruzione di un numero enorme di scuole, circa quattromila secondo alcune stime, per non parlare del numero di scuole che vengono ora utilizzate come centri d’accoglienza per le famiglie dei rifugiati, e di quelle che non possono essere utilizzate a causa della difficoltà a raggiungerle da parte degli scolari e delle scolare. Anche in località relativamente sicure, come la capitale e dintorni, le famiglie esitano molto a mandare i figli a scuola, per paura che vengano colpite da bombardamenti.
Non è necessario discutere come queste gravi perdite a livello delle istituzioni educative, oltre all’erosione dello Stato e delle sue istituzioni, in primo luogo quelle più delicate, in vaste aree del Paese, dopo il crollo dei meccanismi di controllo del sistema, abbiano creato nuovi problemi nell’ambito dell’insegnamento, con conseguenze negative molto difficili da evitare per la Siria: in primo luogo, la ricostruzione delle infrastrutture scolastiche,  poi il cosiddetto “Divario educativo”, non solo tra le competenze ottenute e quelle effettivamente richieste dal mercato del lavoro, ma anche quello relativo alla giustizia educativa tra i sessi e tra le diverse regioni del Paese, dal momento che in alcune zone, durante gli ultimi due anni, gli scolari non hanno potuto completare alcun grado d’istruzione.
Tuttavia, l’emergere di questi gravi problemi non deve impedire di porre la questione dell’educazione alla cittadinanza, e di considerarla al pari degli altri problemi, posto che i rivoluzionari siano ancora convinti che lo Stato di diritto e i diritti di cittadinanza siano tra gli obiettivi della rivoluzione.
Di recente, sono trapelate delle notizie provenienti dai campi profughi siriani in Turchia, secondo le quali nei campi sono state organizzate delle lezioni per i bambini ospitati nei campi. Pare però che i programmi siriani siano proibiti in queste scuole d’emergenza, mentre le sole due materie che vengono insegnate sono il turco e le materie religiose.
Inoltre, è ormai noto che in alcune zone a maggioranza curda sono state aperte delle classi dove ai bambini vengono impartiti programmi completi, tratti da quelli usati nel Kurdistan iracheno, in lingua curda.
Sui social media passa un’immagine, proveniente dai dintorni di Idlib, dove si vedono degli scolari in una stanza utilizzata come scuola. Su un lato della stanza ci sono degli scolari intenti a leggere, dall’altra parte altri stanno pregando.
Possiamo trovare molti altri esempi che dimostrano una sola cosa, la ricostruzione di una scuola che non prepara i cittadini di un unico Stato, ma i membri di alcune singole componenti religiose e sociali di questo Stato. Tutto ciò significa l’ampliarsi a dismisura dei divari esistenti nella società, e il progressivo ridursi, fino a scomparire, dei diritti di cittadinanza.
La domanda che dobbiamo porci è dunque: dove sta andando la scuola siriana?
Zanzana ringrazia e ricorda con nostalgia il suo professore Hassan Abbas.

Siria – La mamma di Ayham Ghazzoul

Versione originale: السيدة مريم
di Hassan Abbas, tradotto da Zanzana Blog
Pubblicato su Al-Mudun, 10 febbraio 2013
Ayham Ghazzoul, giovane medico e attivista siriano, è morto, in seguito alle torture subite, mentre si trovava in arresto lo scorso anno, sebbene la notizia sia stata resa nota solo ora. Hassan Abbas, docente e ricercatore attivo anche nell’ambito dei diritti umani, ricorda la sua scomparsa dal punto di vista di sua madre e delle persone che gli erano più vicine. 

Ayham Ghazzoul

Ayham Ghazzoul

La signora Maryam, detta anche Umm Ghassan dal nome del suo primogenito, si siede all’ingresso della stanza che ospita il funerale di suo figlio, martire di appena ventisette primavere. La casa, nella quale si è trasferita a causa dei bombardamenti nel quartiere e il crollo di molti edifici, appartiene a suo fratello, esponente dell’opposizione minacciato d’arresto, che aveva già lasciato il Paese. Era il suo figlio minore, giovane medico di dodici anni più giovane del primo figlio. Raccontano che tutta la famiglia, nonostante il passare degli anni, avrebbe desiderato la nascita di una bambina, sulla quale i genitori potessero riversare tutto il loro affetto e che fosse fonte di serenità per i suoi fratelli maschi. Ma i casi della vita non sempre seguono la volontà delle famiglie, ed era arrivato Ayham.
Ciò che colpisce, nelle foto in cui è raffigurato o nei ricordi che si serbano di lui, è come Ayham sorrida sempre. Era come se la tristezza non potesse farsi strada dentro di lui, come se la voce del destino lo avesse avvertito di quanta tristezza avrebbe lasciato nel mondo dopo la sua morte, chiedendogli di compensare mantenendo sempre il sorriso.
Mi aveva fatto visita in occasione dell’uscita di prigione, dopo il suo primo arresto. Le conseguenze della tortura erano ancora molto evidenti nel suo modo di camminare e nella lentezza dei suoi movimenti. Quella volta, il suo sorriso aveva contribuito a contenere la mia ira, la sua serenità mi aveva fatto vergognare della mia irritazione. Il suo amico mi diceva: dopo ottantasei giorni di prigione lo vedi così, come se non vi fosse mai entrato. Io pensavo: “Ecco finalmente colui che confuterà le parole di al-Tha’labi: ‘Quando dio ha plasmato l’essere umano dal fango, ha fatto piovere su di lui quarant’anni di preoccupazione e tristezza, poi un solo anno di gioia e felicità, per questo nella vita c’è più sofferenza che gioia, più tristezza che felicità'”, e mi sono sentito invidioso, non tanto perché fosse difficile negare quel detto, ma per la sua capacità di mantenere il sorriso, e per la sua ostinazione di fronte alla sofferenza. Anelavo a conoscere il segreto di quell’ostinazione, a scoprirne la fonte.
Al momento del funerale, la signora Maryam sedeva simile a una quercia di montagna, le cui foglie appassite vengono spazzate via dal vento, debole mentre i suoi rami vengono squassati dal vento. Uomini e donne, ragazzi e ragazze vanno e vengono, e la signora Maryam li accoglie con un’espressione limpida, silenziosa, paziente, che nasconde un animo addolorato, timoroso di travolgere i presenti con la sua tristezza.
Quale espressione retorica può descrivere il dolore di una madre privata di suo figlio? La lingua non può che risultare imperfetta di fronte alla “Lacrima della mamma più bella, come un fiore tra tutte le mamme”.
Ragazzi e ragazze riempiono la casa, sono venuti qui sperando che la loro presenza possa donare alla mamma del loro amico caduto la forza di sopportare la disgrazia; lei li ha onorati con il suo vigore, elargendo il profumo della sua profonda umanità. Una ragazza, che ha scelto l’impegno civile come via alla rivoluzione, dice: “Avevo bisogno di vederti prima di scendere in piazza. Chi cercava un sorso di forza morale, fermezza, stabilità, prenda per mano la nostra madre, la madre di Ayham”. Sua sorella, attiva nei soccorsi, afferma: “Ci siamo vergognati delle nostre lacrime. La signora Maryam ci ha detto: ‘Dovete completare quello che avete iniziato, non per Ayham ma per voi stessi‘”. Un’altra ragazza ha detto: “Oggi il sorriso di Umm Ayham oggi ha sconfitto la mia frustrazione, risvegliando il mio ottimismo”.
Ecco dov’era nascosto il segreto di quel sorriso perpetuo, era un sorriso ereditato da questa donna, che sa che può scuotere il mondo con la sola mano sinistra, non con la violenza dell’appello all’omicidio o al suicidio, ma grazie alla sua generosa umanità e alla saggezza determinata dal dolore. Il dolore delle mamme, di tutte le mamme siriane che hanno perso i loro figli in una carneficina, nella quale violenze e delitti si susseguono gli uni agli altri.
Ogni giorno vengono pubblicate nuove statistiche che descrivono l’aumento delle perdite umane, statistiche sul numero dei martiri: martiri della rivoluzione da una parte, dell’esercito governativo dall’altra, il numero delle donne e dei bambini uccisi, quello dei dispersi, degli arrestati, dei feriti…Se mettiamo insieme i numeri di tutte queste statistiche, arriviamo a un numero solo: quello delle mamme che soffrono. Forse la crisi si concluderà con la vittoria di una delle parti che combattono, ma in ogni caso chi perderà saranno le mamme siriane, come la signora Maryam.
Zanzana ringrazia e ricorda con nostalgia il suo professore Hassan Abbas.

Apri un Blog, e ricevi Regali

English Version here

Oggi Zanzana, quando è tornata dal Compromesso di Sopravvivenza, ha trovato un regalo: una busta, proveniente dagli Stati Uniti, con dentro “I Graffiti della Rivoluzione”, libro del giovane blogger, giornalista e attivista libanese Hani Na’im, sulla rappresentazione grafica delle primavere arabe attraverso i graffiti nelle strade.

Graffiti della Rivoluzione, la copia di Zanzana

Graffiti della Rivoluzione, la copia di Zanzana

Si tratta del secondo regalo ricevuto grazie a questo blog, il primo è descritto qui. Di certo questo blog non rende denaro, ma procura dei doni preziosi 🙂 Zanzana deve questa piacevole sorpresa alla generosità di Octavia Nasr, giornalista libanese della quale ha tradotto “Maryam: un nome, due storie – prima parte” e “Il 2012 Anno della Donna Araba?” , traduzioni tra l’altro molto apprezzate dall’autrice. Un giorno l’amica Octavia, che ha collaborato con Hani Na’im, ha annunciato sulla sua pagina Facebook la disponibilità di tre copie del libro per i suoi lettori più affezionati: Zanzana si è fatta coraggio, e le ha scritto che le sarebbe piaciuto riceverne una. Octavia le ha risposto che il libro era in arabo…e Zanzana le ha ricordato che ciò non sarebbe stato un grosso problema! Così, dopo qualche settimana, il libro è arrivato, e Zanzana ne è piacevolmente sorpresa ed eternamente grata a Octavia. Sicuramente Zanzana vi parlerà del libro, e del suo autore, che ha un interessante blog qui; per adesso, potete leggere qualcosa sul tema qui. Zanzana si gode il piccolo piacere di sfogliare un libro in arabo, con una dedica scritta per lei, cosa che non capita tutti i giorni a Milano; sarà anche vero che ormai online abbiamo accesso a tutto, e che potremmo comprare libri in qualsiasi lingua ricevendoli comodamente a casa, ma rimane comunque una grossa differenza rispetto a farsi una passeggiata in una libreria di Beirut o di Damasco. Zanzana si chiede con nostalgia se sia ancora aperta una delle librerie in cui andava spesso a Damasco, vicino all’hotel Semiramis, e di cui purtroppo non ricorda il nome.

Maryam: un nome, due storie – prima parte

Versione originale: قصة مريَمين

English Version here: A Tale of Two Maryam’s

di Octavia Nasr, tradotto da Zanzana Glob

Pubblicato su An-Nahar, 22 gennaio 2013

Avete mai pensato seriamente a che cosa vuol dire uscire dal proprio Paese e non potervi mai più rientrare, oltre a non poter rivedere la propria famiglia, rimasta dall’altro lato del confine? La giornalista libanese Octavia Nasr ce lo racconta, attraverso la storia di due donne, entrambe di nome Maryam, vissute tra Libano e Palestina. Zanzana Glob traduce qui la prima storia, a breve la seconda.

Octavia Nasr

Octavia Nasr

La storia che sto per raccontarvi è ambientata in Palestina, al tempo del mandato britannico, quando frontiere approssimative dividevano questa regione dal Libano, dalla Siria, dalla Giordania orientale e dall’Egitto.  A quel tempo la vita era semplice, e le decisioni avevano un’impronta di breve periodo, sebbene comportassero delle conseguenze che duravano tutta la vita. Tutti i racconti tramandati di generazione in generazione parlavano di progetti di carattere elementare, che duravano settimane, al massimo qualche mese, di certo non anni o secoli, per non parlare di una vita intera, fino ad arrivare alle generazioni future. In quel lontano passato, di certo nessuno poteva immaginare, neanche nel più ardito dei sogni, i profondi sconvolgimenti che la vita aveva in serbo.

Una ragazza di nome Maryam, originaria del villaggio di Rmeish (Libano meridionale), si innamorò di un giovane onesto e lavoratore, di Kafr Bir’em, un villaggio vicino, nella Palestina settentrionale. Si sposarono e, nel 1946, ebbero due gemelli. La vita li pose di fronte alla prima sfida nel 1948, dopo la proclamazione ufficiale dello Stato di Israele e la chiusura di tutte le frontiere con i Paesi vicini. Maryam si trovava in visita con i bambini alla sua famiglia in Libano, e affrontò il pericolo della separazione da suo marito per un periodo che “Dio solo sa quanto sarebbe potuto durare”. Così suo suocero attraversò le campagne a dorso d’asino diretto verso il Libano, per recuperare Maryam e i bambini e tornare con loro in Palestina. La madre di Maryam, in preda all’angoscia per il fatto di dover mandare sua figlia incontro all’ignoto da sola, chiese all’altra sua figlia nubile, Nazira, di accompagnarla, per aiutarla e per restare con lei nell’attesa che la famiglia allargata si potesse riunire.

In quel momento, due donne libanesi entrarono in Israele, e non rividero mai più la loro famiglia o ebbero la possibilità di rimettere piede in Libano. Inoltre, il villaggio di Kafr Bir’em fu completamente distrutto dall’esercito israeliano, che espulse tutti gli abitanti cristiani. Dopo quarant’anni, gli abitanti di Kafr Bir’em continuano a lottare per il diritto al ritorno presso il loro villaggio e per la sua ricostruzione. Israele continua ad avere l’ultima parola per concedere i permessi per i funerali o per le visite alle rovine del villaggio. La chiesa è l’unico edificio ancora in piedi, testimone di una vita che esisteva tanto tempo fa, e che potrebbe non tornare mai più, cosa che vale anche per gli abitanti del villaggio.

La Chiesa di Kafr Bir'em

La Chiesa di Kafr Bir’em

La storia continua, e vede Maryam e Nazira diventare cittadine israeliane a tutti gli effetti, come anche i loro mariti palestinesi, che scelsero di rimanere presso la madrepatria. Le famiglie di Maryam e Nazira crebbero, e divennero parte di una nuova vita che non avrebbero mai pensato di avere, ma che non avevano neanche immaginato, desiderato o voluto. Le due donne accettarono però questa nuova condizione. Divennero arabe israeliane ma non dimenticarono, né permisero a nessuno di farlo, da dove venivano, e qual era il Paese che portavano nel cuore. A causa della nazionalità israeliana, Maryam e sua sorella non poterono mai tornare in Libano a visitare la loro famiglia. Una volta, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni, poterono salutare i parenti con la mano ed entrare in contatto grazie agli altoparlanti attraverso il confine giordano. Tuttavia, l’esperienza, assai dura e dolorosa al punto da lasciare una traccia profonda in chi l’aveva vissuta, non venne ripetuta.

Così Maryam e Nazira vissero per i loro figli e, giorno dopo giorno, anno dopo anno, vissero un’intera esistenza lontano da casa e dalla famiglia. Sono palestinesi? No di certo. Arabe? Nemmeno. Israeliane? Certo che no. Sono due sorelle libanesi di Rmeish, sradicate e scagliate nel turbine della vita, che sono riuscite a restare in piedi, trovando delle nuove radici e costruendo delle famiglie forti. Hanno accettato il loro destino, tentando di volgerlo al meglio. Due libanesi orgogliose, che hanno seguito le notizie in arrivo dal loro Paese, aspettando sempre con ansia di sapere qualcosa dei loro cari. Hanno continuato a desiderare di vedere il giorno in cui sarebbero potute rientrare in Libano, magari anche solo per una visita.

I loro genitori sono morti, fratelli e sorelle sono cresciuti, ma il sogno di rivedere il Libano non si è mai realizzato. Maryam è morta nel 1996, Nazira l’ha seguita dopo qualche anno. La loro storia non è mai stata narrata, e la gente non ci farebbe caso, ma  rimane custodita nell’animo dei loro cari, dei familiari e dei vicini, degli amici, dei figli e dei nipoti che furono toccati dal loro grande affetto e dedizione, da entrambi i lati del confine.

La storia di Maryam può costituire una lezione per tutti i libanesi, soprattutto quelli che credono che il loro Paese sia intoccabile, e che rimarrà sempre tale e quale per loro. Quelli che vivono il patriottismo come una sorta di eredità, o che l’hanno ottenuto come ricompensa, senza aver mai realizzato nulla. Mi auguro che la storia di Maryam possa costituire un appello per coloro che non sanno cosa vuol dire essere derubati della propria cittadinanza, a cui non è stata sottratta la madrepatria, che non hanno provato ogni notte l’amarezza di sognare la tua famiglia, che si trova a un tiro di schioppo da te ma con la quale non ti potrai riunire. Quanto agli altri, attraverso la lode di una grande donna libanese di nome Maryam, è necessario che questa storia ricordi loro le contese ancora irrisolte e ciò che veramente conta nelle nostre vite.