L’uragano Sandy è molto lontano dalla Siria

Versione originale: Our Storm, and Syria’s

di Philip Gourevitch, pubblicato su New Yorker, 29 ottobre 2012

Traduzione di Zanzana Glob, segnalazione di Caterina

Questo articolo, una breve riflessione sul peso della catastrofe siriana rispetto alle difficoltà affrontate negli Stati Uniti a causa dell’uragano Sandy, e sul rapporto nei due Paesi tra la popolazione e i rispettivi governi, viene tradotto in occasione di “Siria, I Care” blogging day, 11 novembre 2012. Maggiori informazioni sulla pagina Facebook dell’evento.

La distruzione a Homs, Syria

La distruzione a Homs, Syria

Stamattina, più o meno all’ora in cui il mio account Twitter è stato sommerso da foto del Norfolk, della Virginia, di Atlantic City, New Jersey, Far Rockaway, Queens ormai sott’acqua e proprio nel momento in cui le raffiche a quaranta-cinquanta miglia all’ora, presagio dell’arrivo dell’Uragano Sandy a Brooklin, iniziavano a scuotere i rami degli alberi contro le mie finestre rigate di pioggia, in maniera così violenta che mi sono aggrappato alla scrivania per mantenere l’equilibrio, la mia attenzione è stata attirata da un messaggio su Twitter dell’esperto di Medio Oriente Karim Sadjadpour: “Immaginate di dover passare Sandy ogni santo giorno per diciannove mesi di fila, senza alcuna prospettiva di una conclusione. #Syria”.

Certo, lo stato d’emergenza, l’incertezza, il terrore, l’economia che si blocca, le scuole chiuse, le famiglie chiuse dentro senza poter far nulla, e questi sono ancora quelli fortunati rispetto agli evacuati, agli sfollati, quelli che hanno perso tutto.

No, ricordarsi dei diciannove mesi di inferno in Siria, di torture, massacri, carri armati per strada, città bombardate, in una discesa ormai inesorabile da una stagione malcontento incostante a una generazione di guerra totale, ricordarsi di tutto questo significa sentirsi rassicurati del fatto che Sandy, per quanto letale, distruttivo, costoso, distruttivo, non è poi così male, per essere una catastrofe.

Sapevamo che Sandy sarebbe arrivato e sappiamo che passerà. Per quelli che sono sopravvissuti ai parenti uccisi dalla tempesta, o per quelli che hanno avuto le case distrutte e le loro vite sconvolte, non se ne andrà tanto in fretta. Ma per la società nel suo insieme, per il Paese, è appena iniziato ed è quasi finito. E’ impossibile per noi immaginare Sandy per diciannove mesi di fila, senza alcuna prospettiva di conclusione in vista. Non è soltanto la velocità che rende impossibile paragonarlo alle tempeste che devastano la Siria, ma quello che una crisi come quella causata da Sandy ci ricorda è che, anche tra le maglie di un’elezione presidenziale dalla posta in gioco molto alta, il nostro governo è lì per proteggerci, e pensiamo non soltanto che debba, ma anche che possa farlo.

La velocità e tutto sommato l’ordine, almeno finora, con cui la macchina folle che è New York City è rimasta chiusa nelle ultime trentasei ore è in ogni caso l’opposto di quello che vediamo in Siria. Non è soltanto il fatto che noi siamo in preda di un disastro naturale, e non della guerra, sebbene ciò sia d’aiuto. Il fatto è che qui esista un senso di ‘bene comune’, condiviso in maniera molto estesa e rapida, sia dalla gente che dallo Stato.

Così, anche se forse lui non intendeva questo, considero il messaggio di Karim Sadjadpour come un modo per ricordarci che dovremmo, come nell’inferno e nelle inondazioni causati da Sandy, tenere conto delle fortune che ci sono toccate. Quanto alla settimana prossima, almeno, sappiamo che possiamo avere un presidente che la veda in questo modo. Durante la convention repubblicana di quest’anno, a Tampa, Mitt Romney ha schernito il desiderio di Obama di affrontare la questione del cambiamento climatico globale e dell’aumento del livello dei mari che oggi mettono in pericolo la nazione, e ha proposto un budget che taglia della metà i fondi per la  Federal Emergency Management Administration (FEMA, Ente Federale per la gestione delle Emergenze), la cui esistenza, sebbene inadeguata e frustrante dal punto di vista burocratico, è di qualche conforto quando siamo bistrattati dalla natura. Romney possiede la visione presidenziale che abbiamo dovuto subire durante l’uragano Katrina. Il Paese ha poi chiesto un cambiamento, e l’ha ottenuto. La tempesta in cui ci troviamo oggi è ben al di là del controllo del governo, ma non lo è la necessaria risposta ad essa.

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L’uragano Sandy porta alla luce anche tremende diseguaglianze

Versione originale: The Hideous Inequality Exposed by Hurricane Sandy

Articolo di David Rohde, tradotto da Zanzana Glob, segnalazione di Mar

The Atlantic Mobile, ripreso da Reuters

A Manhattan, la tempesta ha svelato una città sempre più divisa, nel corso dell’ultimo decennio, dalle diseguaglianze economiche, e ha ulteriormente ravvivato la contesa elettorale

Poster sull'uragano Sandy nel metrò di New York

Poster sull’uragano Sandy nel metrò di New York

Un portiere d’albergo era preoccupato per sua madre, che vive nella parte alta della città. Una cameriera continuava a chiamare la sua famiglia a Queens. Un posteggiatore dice di non essere riuscito a contattare l’unico membro della famiglia che gli rimane, sua sorella, che vive nel New Jersey, dall’inizio della tempesta. Gli abbiamo chiesto dove si trovasse durante l’uragano, e la sua risposta è stata molto semplice:

“Ho dormito in macchina”.

Sandy ha prostrato tutti i 19 milioni di abitanti dell’area metropolitana di New York, ma alcuni molti più di altri, in una città che è sempre più divisa dal punto di vista economico.

Nella zona di Union Square a Manhattan, alcune ore prima dell’arrivo della tempesta lunedì sera, tutti i ristoranti, i negozi di alimentari, gli alberghi erano aperti. (Io e mia moglie ci eravamo trasferiti in albergo dopo l’ordine di evacuazione dalle abitazioni della parte bassa di Manhattan). Mentre il vento si alzava, l’esercito di commessi, camerieri e tutto il personale di servizio della città è rimasto al suo posto, invece di andare a casa dalle proprie famiglie.

Le divisioni tra ricchi e poveri non sono affatto nuove a New York, ma l’uragano le ha fatte emergere con grande chiarezza. Alcuni abitanti della città hanno potuto investire il loro tempo e le loro energie  a proteggere le loro famiglie, mentre molti altri no.

Quelli che hanno la macchina sono potuti scappare. Quelli con disponibilità economiche si sono rifugiati in albergo. Quelli con un lavoro stabile hanno potuto rifiutare di andarci, per quel giorno. Ma i cuochi, i portieri, gli addetti alla manutenzione, i tassisti, le cameriere hanno dovuto lasciare a casa i loro cari.

Secondo i dati più recenti riportati dal New York Times la città ha raggiunto il massimo livello di diseguaglianza economica degli ultimi dieci anni. Come peraltro sta succedendo in tutto il Paese, i ricchi stanno diventando più ricchi e i poveri più poveri. Il ventun per cento della città vive in povertà, e il reddito familiare medio è sceso di 821 dollari l’anno. Secondo il New York Times: “Il reddito medio della fascia più bassa è stato di 8844 dollari nel 2010, meno 463 rispetto all’anno precedente, quello della fascia più alta 223285 dollari, 1919 in più rispetto all’anno precedente”.

Manhattan, il quartiere più ricco e signorile della città, è un caso estremo. Qui New York rivaleggia con l’Africa sub-sahariana per livello di diseguaglianza. L’anno scorso, i residenti più ricchi di Manhattan hanno guadagnato in media 391022 dollari l’anno, secondo gli ultimi dati economici. Il venti per cento più povero ha guadagnato invece soltanto 9681 dollari in un anno.

Detto questo, gli abitanti più ricchi di Manhattan hanno guadagnato quaranta volte di più dei suoi abitanti più poveri (la differenza era di 38 volte nel 2010). Soltanto una manciata di Paesi in via di sviluppo, come la Namibia e Sierra Leone, mostrano livelli di diseguaglianza più elevati.

Nella zona di Union Square i privilegiati di New York, me incluso, hanno potuto cenare, ordinare del cibo a domicilio, ritirare generi di prima necessità una o due ore prima dell’approdo di Sandy. Questo è stato possibile grazie ai cuochi, ai commessi, agli impiegati d’albergo rimasti al lavoro invece di correre a casa.

Si tratta di un gruppo assai variegato. Alcuni sono giovani ventenni, altri americani di mezza età mai riusciti a diventare colletti bianchi, la maggior parte sono immigrati.

All’altra estremità della scala del benessere, sono venuti alla luce gli antichi eccessi di New York. Alcune famiglie si sono portate le baby sitter  in albergo perché le aiutassero con i bambini durante l’uragano. Altre sono cadute nel panico quando la corrente si è interrotta. Nel frattempo, camerieri, inservienti, portieri continuavano ad aiutarle.

La tempesta ha danneggiato anche i ricchi. Turisti e uomini d’affari di Boston, dalla California, dall’Inghilterra e dal Giappone sono rimasti bloccati in albergo. Sono rimasti senza elettricità, acqua, mezzi di trasporto, in balia di perfetti estranei.

Gli eroi della città sono stati le decine di migliaia di poliziotti, pompieri, manutentori, paramedici che hanno lavorato tutta la notte, per uno stipendio che varia da 40000 a 90000 dollari l’anno. A questi si sono uniti i politici locali più attenti ai risultati che alle alleanze elettorali, come il governatore del New Jersey Chris Christie, il sindaco di New York Michael Bloomberg e quello di Newark, Corey Booker.

Ventiquattr’ore dopo il disastro, la politica aveva già fatto registrare delle considerazioni sgradevoli. I democratici si sono avventati su una dichiarazione dell’anno scorso di Mitt Romney,  che, durante un dibattito per le primarie, aveva sostenuto che la responsabilità della risposta in caso di disastri dovesse passare agli Stati dell’Unione e, quando possibile, essere gestita da aziende private. Michael D. Brown, il contestatissimo direttore dell’Agenzia Federale per la Gestione dell’Emergenza (FEMA) sotto George W. Bush, ha affermato che l’amministrazione Obama ha risposto più rapidamente all’uragano Sandy che agli attacchi terroristici a Bengasi.

“Una cosa che gli dovremo chiedere sarà, perché si è buttato su quest’occasione così velocemente, per poi tornare di corsa a Washington, mentre nel caso di Bengasi…è andato a Las Vegas?”, ha dichiarato Brown a un giornale d’opposizione  di Denver. “Quello che succede qui è tutto l’opposto di Bengasi.”

Nei prossimi giorni, le reazioni di Obama e Romney alla tempesta verranno analizzate. Il ruolo del governo federale nel coprire i costi del disastro verrà lodato, ma anche attaccato. I politici, come sempre, lotteranno per il proprio vantaggio.

La tempesta ha mostrato molte cose riguardo a New York, in primo luogo le sue debolezze, ma anche i suoi punti di forza. A me, ha mostrato il crescente divario economico che la caratterizza. Sono sicuro che molte delle persone rimaste al lavoro il giorno dell’uragano l’abbiano fatto spontaneamente, ma temo che non sia così per altrettante di loro.

Quest’articolo è uscito in origine su Reuters.com, sito partner di Atlantic.