Il futuro della scuola in Siria

Versione originale: المدرسة السورية…الان

di Hassan Abbas, tradotto da Zanzana Glob
Pubblicato su Al-Mudun, 6 marzo 2013
A due anni dall’inizio della rivoluzione siriana, Zanzana propone una riflessione sulle condizioni attuali della scuola in Siria, pubblicata da Hassan Abbas su Al-Mudun.
Campo profughi di Gaziantep, 26 novembre 2012

Campo profughi di Gaziantep, 26 novembre 2012


“La Scuola è fabbrica di Cittadinanza”: così recita tutta la letteratura su questo concetto, compresa quella che ne critica la versione tradizionale per chiedere il riconoscimento dei diritti culturali di gruppi minoritari nell’ambito dell’unità politica di un determinato Stato. Di certo la scuola siriana non è mai stata un grande esempio di formazione alla cittadinanza negli ultimi anni, per due motivi principali: il primo è il pensiero populista, che vede la scuola come uno strumento strategico per allevare generazioni imbevute di quel pensiero unico, che si è eretto a guida del Paese e della società. Il secondo, che deriva dal primo, è il modello di insegnamento, che non è stato creato in base a criteri che tengano in considerazione l’educazione e la formazione del cittadino, ma che ha invece amplificato le divergenze presenti naturalmente nella società, creando intere generazioni di siriani ignari delle caratteristiche essenziali della loro società. Tra le conseguenze di tutto ciò vi è la creazione di immagini stereotipate dell’altro, ad esso attribuite dall’esterno, incomprensibili all’interessato. Ad esempio, si può dire che i siriani conoscano davvero i curdi che vivono nel loro Paese? I musulmani conoscono davvero i cristiani? Ma anche all’interno dell’Islam, gli esponenti di una certa comunità religiosa conoscono le caratteristiche specifiche delle altre?
La scuola siriana ha lavorato per la cancellazione delle differenze che hanno modellato il Paese storicamente e culturalmente, e, nel momento in cui non ha potuto cancellarle, ha innalzato dei muri. In questo modo ha dato vita a intere generazioni i cui membri non si conoscevano l’un l’altro arrivando a ignorarsi completamente: l’essere umano percepisce però come nemico ciò che ignora. Quest’ignoranza ha costituito terreno fertile per la polarizzazione confessionale, favorita dal regime come uno strumento della sua soluzione militare al conflitto corrente da un lato, dall’altro per il rafforzamento delle componenti della popolazione più svantaggiate dal punto di vista dei diritti.
A livello delle condizioni materiali, la svolta militare da parte del regime da portato alla distruzione di un numero enorme di scuole, circa quattromila secondo alcune stime, per non parlare del numero di scuole che vengono ora utilizzate come centri d’accoglienza per le famiglie dei rifugiati, e di quelle che non possono essere utilizzate a causa della difficoltà a raggiungerle da parte degli scolari e delle scolare. Anche in località relativamente sicure, come la capitale e dintorni, le famiglie esitano molto a mandare i figli a scuola, per paura che vengano colpite da bombardamenti.
Non è necessario discutere come queste gravi perdite a livello delle istituzioni educative, oltre all’erosione dello Stato e delle sue istituzioni, in primo luogo quelle più delicate, in vaste aree del Paese, dopo il crollo dei meccanismi di controllo del sistema, abbiano creato nuovi problemi nell’ambito dell’insegnamento, con conseguenze negative molto difficili da evitare per la Siria: in primo luogo, la ricostruzione delle infrastrutture scolastiche,  poi il cosiddetto “Divario educativo”, non solo tra le competenze ottenute e quelle effettivamente richieste dal mercato del lavoro, ma anche quello relativo alla giustizia educativa tra i sessi e tra le diverse regioni del Paese, dal momento che in alcune zone, durante gli ultimi due anni, gli scolari non hanno potuto completare alcun grado d’istruzione.
Tuttavia, l’emergere di questi gravi problemi non deve impedire di porre la questione dell’educazione alla cittadinanza, e di considerarla al pari degli altri problemi, posto che i rivoluzionari siano ancora convinti che lo Stato di diritto e i diritti di cittadinanza siano tra gli obiettivi della rivoluzione.
Di recente, sono trapelate delle notizie provenienti dai campi profughi siriani in Turchia, secondo le quali nei campi sono state organizzate delle lezioni per i bambini ospitati nei campi. Pare però che i programmi siriani siano proibiti in queste scuole d’emergenza, mentre le sole due materie che vengono insegnate sono il turco e le materie religiose.
Inoltre, è ormai noto che in alcune zone a maggioranza curda sono state aperte delle classi dove ai bambini vengono impartiti programmi completi, tratti da quelli usati nel Kurdistan iracheno, in lingua curda.
Sui social media passa un’immagine, proveniente dai dintorni di Idlib, dove si vedono degli scolari in una stanza utilizzata come scuola. Su un lato della stanza ci sono degli scolari intenti a leggere, dall’altra parte altri stanno pregando.
Possiamo trovare molti altri esempi che dimostrano una sola cosa, la ricostruzione di una scuola che non prepara i cittadini di un unico Stato, ma i membri di alcune singole componenti religiose e sociali di questo Stato. Tutto ciò significa l’ampliarsi a dismisura dei divari esistenti nella società, e il progressivo ridursi, fino a scomparire, dei diritti di cittadinanza.
La domanda che dobbiamo porci è dunque: dove sta andando la scuola siriana?
Zanzana ringrazia e ricorda con nostalgia il suo professore Hassan Abbas.