L’Albania e il nazionalismo europeista

Versione originale: “En Albanie, la rhétorique dominante est le national-europeisme”

intervista raccolta Piotr Smolar, tradotta da Zanzana Glob

Pubblicato su Le Monde, 23 giugno 2013

L’intellettuale Fatos Lubonja commenta, poco prima delle elezioni di domenica 23 giugno 2013, l’attuale situazione in Albania, dove la necessità di un profondo rinnovamento politico non potrà essere soddisfatta dalla vittoria di alcuno dei candidati in corsa. I socialisti guidati da Edi Rama sembrano aver ora prevalso nei risultati rispetto alla coalizione di Sali Berisha, dopo le prime dichiarazioni, nelle quali entrambi i candidati si erano attribuiti la vittoria. Zanzana traduce quest’intervista, che ci spiega qualcosa di un Paese molto vicino spazialmente, ma tuttora lontanissimo a livello delle informazioni a nostra disposizione.

Fatos Lubonja

Fatos Lubonja

Scrittore, giornalista, difensore dei diritti umani, Fatos Lubonja rappresenta tutte queste cose. Intellettuale molto noto in Albania, ha passato 17 anni dietro le sbarre come prigioniero politico, durante il comunismo, per poi essere liberato nel 1991. Da quel momento, è rimasto un osservatore intransigente dell’Albania moderna, in particolar modo da quando Sali Berisha è divenuto primo ministro, nel 2005.

Mentre gli albanesi sono chiamati alle urne domenica 23 giugno per le elezioni politiche, Fatos Lubonja analizza, in un’intervista a Le Monde, la polarizzazione del Paese e il peso del passato nelle pratiche politiche contemporanee.

Otto anni dopo l’arrivo al potere di Sali Berisha, a che punto si trova l’Albania?

Potremmo fare un grafico, ma dipende da cosa si vuole misurare. Parliamo della costruzione di strade ed edifici? Potremmo dire che abbiamo molto più cemento. La qualità della vita delle persone, invece, al di là del semplice reddito? E’ rimasta più o meno la stessa. Se parliamo della libertà, della dignità, dei diritti degli individui, della loro fiducia nelle istituzioni e nel futuro, vedo una caduta drammatica. L’Albania è in pieno decadimento.

La scelta possibile per gli elettori, domenica, è tra i democratici al potere e i socialisti…

Potremmo scegliere tra loro, dicendo che miglioreranno a poco a poco. Ma cosa possiamo fare se ci rendiamo conto che questi partiti sono ormai degenerati, che sono sempre più corrotti, legati al crimine organizzato, autoritari? Se ci rendiamo conto che è soltanto una rotazione tra due bande di briganti che vogliono controllare il territorio, come possiamo desiderare un cambiamento? Io non vorrei prendere la responsabilità di tenerci Berisha o di mettere Rama al suo posto. Anche votare scheda bianca in Albania vuol dire esporsi a chi vorrebbe scrivere un nome sulla tua scheda, a tua insaputa. Io vorrei invece che si facesse una grande croce sulla scheda. Sarebbe il segnale di un nuovo movimento, o meglio il modo per far capire ai banditi che devono cambiare.

Come vede lo scontro tra Sali Berisha ed Edi Rama?

Berisha e Rama

Berisha e Rama

Si tratta di due leader carismatici alla Berlusconi, che rappresentano ognuno un partito privo di qualsiasi vita democratica. Sono il prodotto della nostra tradizione, a partire da Enver Hoxha, e delle peggiori trasformazioni dell’occidente, sotto il potente influsso dei media. Entrambi sono paranoici, ognuno a suo modo, ebbri di potere fino all’estremo. Rappresentano molto bene le strutture familiari, paternalistiche dell’Albania. Berisha attacca Rama a causa dei legami passati della sua famiglia, visto che lo zio di sua madre era stato membro del Politburo. In questo Paese, l’appartenenza a un clan familiare è molto importante. Rama attacca invece Berisha a proposito della sua età, insultandolo.

Quali sono il segnali dell’eredità del comunismo nelle pratiche politiche?

Si tratta di un’eredità molto pesante. Cinquant’anni di comunismo hanno educato le persone a non essere responsabili. Era lo Stato, la leadership che decideva dove dovessi nascere, che scuole avresti frequentato, cosa dovevi imparare, che professione avresti fatto. Sono tra quelli che ritengono che oggi siamo per il 60-70% in continuità con il nostro passato, mentre il resto è stato importato dall’Occidente. Quando il regime è crollato, non abbiamo appreso il senso di responsabilità, o a creare delle comunità. Molti albanesi sono emigrati, mentre gli spazi pubblici venivano distrutti. Questo si vede chiaramente nelle costruzioni allucinanti di Tirana. Gli albanesi continuano a cercare dei leader carismatici.

Il regime passato ha insegnato alle élite una sorta di doppio linguaggio, a non fidarsi. Abbiamo ereditato una cultura della manipolazione e della simulazione, sulla quale si basa la relazione tra le élite e il popolo.

Enver Hoxha in un francobollo commemorativo

Enver Hoxha in un francobollo commemorativo

Qual è il posto e il potenziale del nazionalismo albanese?

Questo rimanda alla questione del doppio linguaggio. Ogni partito politico è nazionalista nel senso che nessuno osa dire che il sogno di unificazione del popolo albanese è terminato. Il Kosovo esiste, gli albanesi di Macedonia anche, e noi rimaniamo dove siamo. Questo sogno è rimasto sotto il tappeto durante la dittatura, poi è ritornato negli anni Novanta. Esiste poi un linguaggio per il pubblico albanese e un altro all’estero. Questo riflette anche le ambiguità dell’Unione Europea, riguardo al progetto stesso dell’Unione. Anche in Europa ci sono dei nazionalismi forti, e prospettive incerte.

In Albania, la retorica dominante è il nazionalismo europeista. I politici dicono: “Noi albanesi saremo unificati sotto il cielo europeo, quando non ci saranno più le frontiere, e potremo dimenticare la Serbia, la Macedonia e la Grecia!” Se il progetto europeo fallisse, l’Europa vedrebbe il suo peggiore riflesso nei Balcani. Il peggior disordine possibile. Non mi riferisco a una guerra. Altri attori, come la Russia, che ha dei legami forti con la Serbia, o la Turchia, che ha sostenuto gli albanesi e la Bosnia, entreranno nelle danze, e torneremo ad antiche alleanze.

Annunci