Aleppo – Università e sogni distrutti

Versione originale: My university – and my dreams – were destroyed in Aleppo
Di Amal Hanano, tradotto da Zanzana Glob

Pubblicato su The National, 22 gennaio 2013

Dall’università italiana a quella siriana, parole toccanti sulla morte di decine di studenti nel recente bombardamento dell’università di Aleppo.

Studenti della Facoltà di Architettura ad Aleppo

Studenti della Facoltà di Architettura ad Aleppo

Il primo giorno di esami è sempre esasperante. Dopo un mese di preparazione, gli studenti varcano la soglia dell’università chiedendosi se sono pronti ad affrontare la sfida. I laboratori pieni di correnti d’aria sono freddi e tranquilli,  i tavoli da disegno perfettamente distanziati. Sei appollaiato su uno sgabello di metallo, al posto che ti è stato assegnato in base a un numero affisso alla porta. Oggi sei un cittadino che porta a termine un incarico ufficiale.

Vengono distribuiti dei libretti in bianco. Scrivi il tuo nome e il numero di matricola nell’angolo in alto a destra e lo richiudi. Un incaricato passa e sigilla l’angolo del foglio, chiudendolo con una graffetta e apponendo una firma, per assicurare una valutazione giusta e anonima (e per scoraggiare chi intendesse corrompere i docenti). Il foglio con le domande viene distribuito subito dopo.

Lavori all’esame continuando a tremare. Quando finisci, aspetti fuori i tuoi amici, forse in cima alle scale, controllando le risposte sul manuale. Magari scendi al bar del primo piano, l’unico spazio decentemente riscaldato dove possano stare gli studenti. Forse pensi di non aver fatto bene, così spingi la porta a vetri a due battenti e vai a casa delusa. Normalmente gli esami vanno così.

Vent’anni fa, ero una di quegli studenti al loro primo giorno di esami, un pomeriggio di gennaio, alla facoltà di Architettura dell’Università di Aleppo. Solo che, a differenza degli studenti del 15 gennaio 2013, dopo l’esame noi eravamo ancora vivi. Per cinque anni, ho fatto avanti e indietro tra casa e l’università, tenendo la riga a T con una mano e uno spesso rotolo di fogli nell’altra. L’imponente edificio d’angolo, dalla forma di una piramide priva della sommità, era la prima facoltà costruita durante l’espansione del campus verso ovest, di fronte all’ultima fila di dormitori. Da quando mi sono laureata, altre facoltà sono state aperte lì vicino, fino a formare un nuovo nucleo universitario.

Ultimamente, i dormitori sono stati occupati da famiglie di profughi, invece che da studenti. L’area sotto il controllo del regime era sempre piena di gente, specialmente i primi giorni d’esame.

Quando studiavo, ricordo che raramente entravamo in contatto con studenti di altre materie, ed evitavamo i ritrovi più in voga. Rimanevamo tra noi, nel nostro umile bar, a discutere di idee, design e futuro. Abbiamo trascorso innumerevoli ore e qualche volta anche la notte (eravamo famosi come i “Nottambuli”) nei laboratori. Era una piccola, affiatata comunità di soli 100 studenti all’anno, non come le migliaia di studenti di altre facoltà, che si laureavano senza aver mai incontrato i compagni di classe.

Quando studi Architettura, impari a collocarti all’interno di un progetto, per comprendere lo spazio che stai creando. Usiamo la stessa tecnica quando guardiamo i video della Rivoluzione siriana. Come ci si sente ad avere la casa distrutta? A perdere tuo figlio? A essere torturati? Martedì scorso, non ho avuto bisogno di immaginarmi la scena: conoscevo quegli spazi come casa mia. Sapevo come ci si sente a stare là, ma non so come ci si senta a essere bombardati nello stesso luogo.

I progetti di architettura sono piani sospesi nel futuro. Fatichi sui disegni tecnici, cercando di creare il piano perfetto, che però sfugge sempre. I nostri migliori docenti ci hanno insegnato che potevamo cambiare il mondo con un edificio, un progetto, un’idea, e noi ci abbiamo creduto. Abbiamo creduto che l’utopia fosse alla nostra portata, dovevamo solo allungare la mano. La mia università, e i miei sogni, sono stati distrutti ad Aleppo.

L'Università di Aleppo sventrata

L’Università di Aleppo sventrata

Purtroppo altre idee si sono rivelate più forti delle nostre. L’idea dell‘intimidazione che si nascondeva negli uffici dei gruppi studenteschi legati al partito Ba’ath, l’idea che convinceva uno studente a spiarne un altro, quella che ti dava per certo che non avresti mai avuto il permesso di costruire o vinto un appalto senza un contatto all’interno del regime o pagando una tangente. Abbiamo imparato a tenere la testa bassa e la bocca chiusa. Queste idee, create per distruggerci, sono divenute realtà concrete, capaci di erodere il nostro piano utopico, offrendo scarse alternative: arrendersi, fare compromessi o andarsene.

Nel 2011, la gente si è resa conto di avere un’altra scelta: ribellarsi. Dopo molti mesi e molto sangue, la Siria rimane un campo di battaglia conteso tra l’oppressione e le idee rivoluzionarie. Accade spesso in questa battaglia che avvengano tragedie delle quali entrambe le parti si accusano: non vi è infatti un unico responsabile, solo aggiornamenti sul numero delle vittime.

Così è stato anche settimana scorsa, quando due esplosioni hanno interrotto la concentrazione degli studenti. Due esplosioni che hanno portato via centinaia di vite, ponendo fine ai piani e ai sogni di futuri architetti, ingegneri, insegnanti, cittadini.

Le madri cercano pezzi dei loro figli tra le macerie. Una trova la scarpa di sua figlia, un’altra il braccio del figlio. I tavoli da disegno, ricoperti di sangue, vengono usati per trasportare i corpi. La facciata di vetro è in frantumi. Vengono diffuse le foto dei morti, studenti giovani e brillanti, che si sentivano nervosi quella mattina, convinti che scorrere il foglio con le domande sarebbe stato il momento più spaventoso della giornata. Erano seduti nei laboratori a scrivere le risposte tenendo su i guanti, e avrebbero aspettato i loro amici alla ringhiera del terzo piano, proprio sopra il mezzanino affacciato all’esterno.

Tutti sanno che eravamo diversi. Eravamo invincibili. Dovevamo cambiare il mondo con le nostre matite e la nostra fantasia. Ci aspettava però una lezione alla quale nessun giovane idealista avrebbe mai creduto: il nostro piano era difettoso. Alla fine, il mondo avrebbe cambiato noi, in un modo che nessuno avrebbe potuto immaginare.

Amal Hanano è lo pseudonimo di una scrittrice siro-americana.

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